Nei comuni dell’hinterland chiamati al voto in primavera, la corsa alle candidature impone una riflessione sul rapporto tra ambizione, competenza e responsabilità pubblica.
Il punto di
vista del nostro editorialista Giuseppe Cerullo
La primavera elettorale che attende diversi comuni dell’hinterland napoletano non è una scadenza ordinaria. Calvizzano arriva al voto dopo una crisi politica consumatasi con le dimissioni notarili di 10 consiglieri che hanno posto fine anticipatamente all’esperienza amministrativa. Mugnano invece, ci arriva dopo i canonici 5 anni, più 6 mesi di proroga causa covid. Ma a Marano, seppur manca ancora più di un anno, c’è già chi si propone. Tre vicende diverse, ma accomunate da un elemento: la necessità di ricostruire fiducia, credibilità istituzionale e stabilità.
In questo clima si moltiplicano le
dichiarazioni di messa a disposizione, le auto-candidature preventive, gli
annunci che precedono ancora la definizione di progetti e coalizioni. È un
fenomeno legittimo, espressione di partecipazione e di volontà civica. Ma è
anche un segnale politico che merita una riflessione più profonda.
Per lungo tempo, nelle comunità locali, la
leadership non era oggetto di auto-proclamazione, ma esito di un
riconoscimento. Si veniva chiamati a guidare perché si era dimostrato, nel
tempo, di saper ascoltare, mediare, amministrare, costruire relazioni solide.
Oggi sembra affacciarsi una dinamica diversa: la candidatura precede la
legittimazione, l’annuncio anticipa il percorso, la disponibilità personale
sostituisce talvolta la selezione collettiva.
Non è una colpa, né un vizio in sé. È il
segno di una stagione politica in cui la velocità della comunicazione rischia
di sovrapporsi alla profondità della costruzione. E tuttavia, soprattutto in
contesti che escono da commissariamenti o da crisi traumatiche, la scelta della
guida amministrativa non può ridursi a una sommatoria di ambizioni individuali.
Richiede misura, verifica, maturazione.
È a questo punto che la riflessione si
allarga e assume una dimensione più ampia.
C’è un momento, nella storia degli uomini,
in cui il desiderio di salire smette di essere slancio e diventa pretesa. È il
momento in cui nasce la Torre di Babele e, molti secoli dopo, quello in cui
Icaro decide di ignorare l’avvertimento del padre. In entrambi i casi non è
l’ambizione il problema, ma la perdita del limite. Gli uomini di Babele non
volevano semplicemente costruire: volevano toccare il cielo. Icaro non voleva
solo volare: voleva salire più in alto di quanto le sue ali potessero
sostenere.
E così, mentre la torre si dissolse nella
confusione delle lingue e il giovane precipitò nel mare, rimase una lezione che
attraversa il tempo: quando l’ambizione supera il talento reale, la caduta non
è mai soltanto individuale.
Ogni comunità, grande o piccola, vive di
equilibri delicati. Ci sono ruoli che non ammettono improvvisazione,
responsabilità che richiedono competenze maturate nel tempo, esperienza
attraversata nelle difficoltà, capacità di tenere insieme visione e concretezza.
Non basta desiderare una posizione apicale per esserne all’altezza, così come
non basta costruire in fretta per garantire solidità.
Le strutture complesse hanno bisogno di
fondamenta profonde e di squadre coese, formate attraverso un lavoro lento e
paziente. Eppure, ciclicamente, riaffiora la tentazione del volo rapido,
dell’ascesa accelerata, della leadership proclamata prima ancora di essere
dimostrata. È qui che la storia antica si fa sorprendentemente contemporanea.
Quando l’ambizione personale eccede la
misura del proprio talento, il rischio non è confinato a chi aspira al comando.
Un dirigente impreparato non cade da solo: trascina con sé decisioni sbagliate,
genera disorientamento, incrina fiducia, espone l’intera comunità a conseguenze
che spesso emergono solo nel momento della crisi. La confusione di Babele non
fu un incidente isolato, ma il risultato di una volontà collettiva guidata da
un obiettivo sproporzionato; la caduta di Icaro non fu un destino inevitabile,
ma l’esito di un avvertimento ignorato. In entrambi i casi, ciò che mancava era
la consapevolezza del limite.
Il limite non è una barriera che frena il
merito, è la condizione che lo rende credibile. I ruoli di alta responsabilità
non si conquistano per entusiasmo o per esposizione, ma attraverso un percorso
di decantazione che permette di verificare competenze, temperamento, capacità
di costruire e guidare una squadra. Una squadra vera, non assemblata all’ultimo
momento per necessità o convenienza, ma formata nel tempo, selezionando profili
adeguati, coltivando fiducia reciproca, sperimentando insieme le difficoltà.
La leadership autentica non ha bisogno di
dimostrare di essere più alta degli altri; ha bisogno di garantire stabilità,
continuità, solidità. Chi guida senza adeguata preparazione può anche apparire
forte nell’immediato, ma alla prima esposizione al sole delle responsabilità
reali rischia di scoprire che le proprie ali erano fatte di cera. E quando si
sciolgono, il prezzo non lo paga solo chi cade, ma chi aveva affidato a quel
volo la propria sicurezza.
Le comunità dell’hinterland che si
preparano al voto hanno davanti una scelta che va oltre le persone e le
appartenenze. Devono decidere se privilegiare l’annuncio o la sostanza, la
velocità o la solidità, la disponibilità individuale o la competenza riconosciuta.
Perché la storia insegna che le grandi cadute non iniziano con un crollo
improvviso, ma con una scelta collettiva di ignorare i segnali, di accelerare i
tempi, di confondere il desiderio con la capacità.
La vera altezza non è quella che si
proclama, ma quella che si sostiene nel tempo. E tra una torre che sfida il
cielo e un volo che ignora il limite, la differenza la fa sempre la solidità
delle fondamenta.
Giuseppe Cerullo
