Referendum, banco di prova per il governo

Il punto di vista del nostro editorialista Giuseppe Cerullo

 

Se la presidente del Consiglio dovesse perdere il referendum sulla giustizia, l’effetto politico andrebbe ben oltre il merito dei quesiti. In gioco non c’è soltanto una riforma tecnica, ma l’inerzia del consenso che finora ha accompagnato il governo Meloni. La storia politica recente insegna che l’immagine di invincibilità è un moltiplicatore di consenso potente, ma fragile: funziona finché regge, poi basta una crepa perché il quadro cambi rapidamente.

Il punto centrale è proprio questo. I referendum sulla giustizia sono, per loro natura, complessi e poco immediati. È realistico pensare che solo una minoranza dell’elettorato voterà davvero nel merito dei quesiti, dopo averne compreso contenuti e implicazioni. La stragrande maggioranza degli elettori, invece, si muoverà secondo una logica di appartenenza: a favore o contro il governo, più che a favore o contro una specifica riforma. Una dinamica da tifoseria, che trasforma il referendum in un test politico nazionale. Ed è qui che si gioca la partita decisiva. Il risultato finale non dipenderà tanto dalla qualità tecnica delle proposte, quanto dalla capacità dei diversi schieramenti di mobilitare la propria base. Chi riuscirà a portare più elettori alle urne, motivandoli in chiave identitaria e politica, potrà rivendicare una vittoria che va ben oltre il perimetro referendario. Per Giorgia Meloni il rischio è evidente. Una sconfitta referendaria romperebbe quell’inerzia positiva che finora ha sostenuto il governo: l’idea che il consenso sia solido, crescente, quasi naturale. Finché un leader appare imbattibile, i consensi tendono ad aggregarsi attorno a lui; ma quando arriva il primo stop, anche simbolico, il meccanismo si inceppa. È una lezione che le improvvise cadute di consenso di altri leader, in Italia e non solo, avrebbero dovuto rendere chiara. Per l’opposizione, al contrario, questo referendum rappresenta un’occasione inedita. Per la prima volta dall’insediamento del governo, esiste una finestra concreta per tentare di invertire l’inerzia politica. Non solo vincendo una battaglia sul tema dell'indipendenza della magistratura, ma anche trasformando il voto in una consultazione sul governo stesso. Un pro o contro Meloni mascherato da referendum tecnico.

A rendere il contesto ancora più interessante ci sono le prime crepe all’interno della maggioranza. La rottura con Vannacci, e più in generale le tensioni che attraversano il campo di governo, offrono all’opposizione un argomento in più per provare ad assestare un colpo politico. Non si tratta ancora di una crisi strutturale, ma di segnali che incrinano la narrazione di compattezza e forza assoluta. In questo scenario, il richiamo alla base diventa l’elemento decisivo. Chi saprà parlare meglio ai propri elettori, motivarli, convincerli che questo voto conta, potrà determinare l’esito del referendum e, soprattutto, il clima politico che ne seguirà. La sfida non è persuadere gli indecisi sul merito tecnico, ma attivare i già convinti, spingerli a scendere in campo, trasformare l’appuntamento referendario in un momento di mobilitazione collettiva. Se l’opposizione riuscirà in questo intento, potrà rivendicare non solo una vittoria simbolica, ma l’inizio di una possibile inversione di tendenza nei consensi. Se invece sarà il governo a tenere compatta e motivata la propria base, la prova referendaria si trasformerà in un rafforzamento politico. In entrambi i casi, il messaggio sarà chiaro: più che sulla giustizia, gli italiani saranno chiamati a votare sul peso e sulla tenuta degli schieramenti politici.

Giuseppe Cerullo

Visualizzazioni della settimana