Riteniamo
necessario tornare su temi già affrontati in passato sulle nostre pagine. Non
per spirito polemico, ma perché, nonostante i richiami ripetuti, continuano a
manifestarsi comportamenti che meritano una riflessione seria e responsabile.
La reiterazione di certi concetti non è casuale: nasce dall’evidenza che
determinate dinamiche, soprattutto nel dibattito pubblico e politico,
persistono immutate. In particolare, desta preoccupazione l’atteggiamento di
chi, richiamandosi apertamente a valori morali e religiosi, utilizza tali
riferimenti come strumenti di contrapposizione, quando non di delegittimazione
personale. Un modo di agire che mal si concilia con il ruolo pubblico ricoperto
e con i principi che si dichiara di voler rappresentare.
Fare politica
significa assumersi una responsabilità verso la collettività, operando per il
miglioramento concreto delle condizioni di vita dei cittadini. Tuttavia, negli
ultimi anni, anche dalle nostre parti, si è spesso assistito a una carenza di
visione amministrativa e di progettualità, con ricadute evidenti sulla
quotidianità delle comunità: infrastrutture inadeguate, spazi aggregativi
insufficienti, attenzione limitata verso le fasce più fragili della
popolazione.
In questo
quadro, l’impegno politico ispirato a valori cristiani dovrebbe rappresentare
un elemento qualificante, fondato sulla coerenza, sul servizio e sulla ricerca
del bene comune. Quando ciò non avviene e prevalgono logiche di convenienza, di
conservazione del potere o di opportunismo politico, il richiamo alla fede
rischia di apparire strumentale.
Repetita
iuvant (qualcuno sarà sbuffando: “e basta cu stu petita!)
È proprio per
questo che alcuni concetti vanno ribaditi. Non per moralismo, ma per senso
civico. La ripetizione diventa necessaria quando certi comportamenti si
ripresentano ciclicamente, soprattutto nel contesto dei social network, dove la
ricerca del consenso immediato sembra prevalere sul rispetto delle persone e
sulla correttezza del confronto.
Le frecciate,
le allusioni e gli attacchi personali, anche quando mascherati da opinioni,
contribuiscono ad avvelenare il clima pubblico e ad abbassare il livello del
dibattito democratico.
Il
valore e il peso di un “like”
In questo contesto, merita attenzione anche un aspetto spesso sottovalutato: il “like”. Non si tratta di un gesto neutro. Un segno di gradimento a contenuti offensivi o denigratori rappresenta, di fatto, una forma di adesione e di legittimazione.
Un credente
autentico, così come un rappresentante istituzionale, dovrebbe essere
consapevole che anche queste azioni contribuiscono a definire la propria
credibilità pubblica. La fede, se vissuta con sincerità, dovrebbe indurre alla
prudenza, al rispetto e alla moderazione, anche, e soprattutto, quando si ha a
che fare con avversari o persone considerate ostili.
Un
esame di coscienza periodico andrebbe fatto
Non si tratta
di puntare il dito, ma di richiamare tutti a un principio fondamentale: la
coerenza tra ciò che si professa e ciò che si pratica. Prima o poi, un esame di
coscienza diventa inevitabile, soprattutto per chi ha scelto di esporsi
pubblicamente e di rappresentare una comunità.
La morale non
si afferma con proclami, né con l’ostentazione. Si costruisce con comportamenti
quotidiani, con il rispetto delle persone e con la responsabilità delle proprie
azioni, anche quelle apparentemente più piccole.
