Prosegue la rubrica “I Sabati di Cultura”. “Ciccio ’o Fatone” e la canzoncina di San Ciro: storia, fede e memoria di un uomo di Calvizzano. Un narrazione che coinvolge anche Marano e Mugnano
Alla sua morte, Francesco Ricciardiello contava ben 40 nipoti
| Francesco Ricciardiello con la moglie Santa Giaccio |
A Calvizzano, nel cuore delle celebrazioni dedicate a San Ciro, ogni anno risuona una “canzoncina” che accompagna con devozione la Novena e la Festa in onore del Santo Medico, Eremita e Martire. Un canto semplice, ma intenso, che veniva eseguito tradizionalmente nella Congrega dell’Assunta (chiusa da diversi anni, in attesa di ristrutturazione) per e profondamente radicato nella memoria collettiva del paese.
La tradizione popolare ne attribuisce la paternità a Francesco
Ricciardiello, conosciuto da tutti come “Ciccio ’o Fatone”. Una
figura singolare, devota e generosa, la cui storia personale si intreccia con
quella della comunità calvizzanese.
Grazie alla disponibilità di uno dei suoi numerosi
nipoti, il dipendente comunale Claudio Grasso, è stato possibile recuperare
fotografie e preziose informazioni su questo personaggio che ha lasciato un
segno profondo nella vita religiosa locale.
Francesco Ricciardiello nacque a Calvizzano, in via
Pigna 13 (oggi via Molino), il 19 ottobre 1887, da Salvatore Ricciardiello e
Maria Luigia Ricciardiello. Il 26 maggio 1913 sposò Santa Giaccio, nata a
Marano di Napoli il 1° novembre 1890. Dalla loro unione nacquero Salvatore e
Luisa.
Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, Francesco
partì per il fronte, per poi fare ritorno nel 1918. Negli anni successivi, dal
1919 al 1935, la famiglia si allargò ulteriormente con la nascita di altri
dieci figli: Raffaele (bersagliere, caduto in Nord Africa nel 1941), Giuseppe,
Concetta, Maria, Biagio, Benito, Giacomo, Rosa, Consiglia (madre del geometra
Grasso) e Anna, divenuta poi suor Iolanda, ultima ancora in vita tra i
fratelli.
Secondo quanto scritto dal professor Luigi Trinchillo in un suo approfondimento, Francesco Ricciardiello fu un fedele attento, partecipe e benefattore di iniziative religiose ed ecclesiali, sia in parrocchia che oltre. È plausibile che egli abbia “finanziato”, per così dire, la stesura del testo della canzoncina e approvato l’accompagnamento musicale, suggerendo all’estensore materiale i concetti e le idee che desiderava esprimere.
La struttura metrica sostanzialmente regolare, le rime
naturali, l’andamento progressivo dei contenuti, che da una dimensione umana e
vicina si elevano verso il Cielo e la Divinità, e il ritmo melodico cadenzato,
adatto anche a un’esecuzione corale “a cappella” nella più semplice tradizione
gregoriana, rendono il canto un’opera non facile da comporre. Tali
caratteristiche fanno sorgere dubbi sull’attribuzione diretta a una persona priva
di studi specifici, sebbene la fama popolare descriva “Ciccio ’o Fatone” come
uomo intelligente, capace e “acculturato”, pur se autodidatta.
Un altro elemento significativo è che la canzoncina
non risulta diffusa in altri centri del circondario, né compare in tradizioni
religiose più ampie. Si tratta di un testo radicato esclusivamente tra i
calvizzanesi, privo di copyright e di imprimatur ufficiale, dichiaratamente
scritto “a devozione” per il popolo fedele di San Ciro.
Alla luce di tali considerazioni, appare prudente
evitare un’attribuzione certa e definitiva del canto a Francesco Ricciardiello.
Tuttavia, ciò non diminuisce il suo ruolo. Anzi, alla comunità parrocchiale
resta il dovere di riconoscergli il merito di averne probabilmente promosso la
stesura, suggerito contenuti e ritmo, e soprattutto favorito la diffusione
locale, contribuendo a farne un simbolo identitario.
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| Albero genealogico aggiornato al 2005 |
Ecco il testo, così come tramandato, della
Canzoncina a San Ciro,
eseguita a Calvizzano tradizionalmente
nel corso della Novena e della Festa in onore
del Santo Medico, Martire ed Eremita.
Oh! San Ciro benedetto
dolce padre e gran dottore.
Deh! Tu reggi l’alma mia
nel sentier della virtù.
Se a te volgo mesto il ciglio
mormorando una preghiera
pria che il giorno giunga a sera,
tu consoli questo cor.
Deh! Dispiega il tuo potere
negli affanni e nel dolore
mi difendi dal furore
dell’antico tentatore.
Tu rammenta il tuo devoto
nell’estremo della vita
fa che l’alma sia rapita
agli amplessi del Signor.
