“Pa’”: il nuovo brano di Pasquale Musella tra memoria, radici e impegno civile

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Ci sono parole che non nascono per fare rumore. Nascono per restare.

Pa’, ovunque tu sia, vorrei che tu fossi qui a raccontarmi chi eri”.

Il nuovo brano di Pasquale Musella, calvizzanese, non è solo una dedica intima a suo padre. È un dialogo sospeso tra generazioni. È la voce di un figlio che non cerca un eroe, ma un uomo. Un falegname. Un uomo di sinistra. Un padre che ha insegnato valori prima ancora che parole.

Nella poesia, il padre non è un simbolo astratto. È fatto di notti di paura, sogni grandi, responsabilità che pesano, silenzi che proteggono. È l’immagine di una generazione che ha imparato presto a mettere il “dovere” davanti al “desiderio”, a indossare un’armatura per non mostrare le crepe.

“Ti ho visto sempre forte, ma fragile in quel letto d’ospedale”.

In questo verso c’è la frattura e insieme la verità: la forza non è l’assenza di fragilità, ma la capacità di portarla dentro senza smettere di amare.

Ed è qui che la memoria personale si intreccia con l’impegno pubblico.

Perché i valori che quel padre ha trasmesso, giustizia sociale, dignità del lavoro, solidarietà, non sono rimasti chiusi in una casa o in una bottega. Sono diventati azione. Sono diventati impegno civico. Sono diventati la spinta a costruire un’alternativa a una politica fatta di assenze, risvegli improvvisi e logiche clientelari.

Il Movimento Futura, di cui Pasquale Musella è coordinatore, radicato sul territorio e presente in modo costante, nasce proprio da questa eredità morale: non quella delle poltrone, ma quella della coerenza. Non quella dei cognomi, ma quella dei valori.

La credibilità non si improvvisa in campagna elettorale.

Si costruisce nel tempo. Nelle sedi aperte quando non c’è campagna. Nelle battaglie portate avanti quando non ci sono riflettori. Nell’ascolto quotidiano.

Non voglio un eroe alla fine del giorno, vorrei mio padre che sa sbagliare”.

Forse è questa la politica di cui c’è bisogno oggi: una politica capace di mostrarsi umana, capace di ammettere errori, capace di raccontare chi era prima dell’armatura.

Il brano “Pa’” non è solo una canzone. È una dichiarazione di identità. È il ponte tra ciò che siamo stati e ciò che vogliamo diventare. È la prova che la memoria non è nostalgia, ma direzione.

Perché alla fine la domanda resta la stessa, per un figlio come per una comunità: chi siamo, quando togliamo l’armatura?

E la risposta, forse, comincia sempre da lì: da un padre. Da una bottega. Da un esempio silenzioso che diventa futuro.

Pa'

Troppi silenzi tra di noi

Troppe distanze tra le parole

Ti parlo piano

anche se sei volato via

tra le nuvole

Non ti ho mai chiesto di te da ragazzo

Di quelle notti in cui hai avuto paura

Dei sogni grandi

Delle fughe

Di chi eri prima di questa armatura

Pa'

Ovunque tu sia

Vorrei che tu fossi qui

A raccontarmi chi eri

Pa'

Tra le responsabilità

Ti sei nascosto anche a te

Io voglio solo vedere

L'uomo che c'era in te

Ti ho visto sempre forte

Ma visto fragile in quel letto d'ospedale

Come se il pianto fosse un reato

Ma sotto il peso di tutte le colpe

Quante volte avrai tremato

Di te prima delle responsabilità

Prima del conto da pagare a fine mese

Prima del "devo" che spegne il "voglio"

Chi ti ha insegnato a correre e a difese

Pa'

Ovunque tu sia

Vorrei che tu fossi qui

A raccontarmi chi eri

Pa'

Tra le responsabilità

Ti sei nascosto anche a te

Io voglio solo sentire

L'uomo che vive in te

Se ti chiedessi adesso

Mi risponderesti o no

Sapresti ancora parlarmi

Di ciò che tenevi giù nel fondo

Fammi entrare un passo

Fammi vedere dove fa male

Non voglio un eroe alla fine del giorno

Vorrei mio padre che sa sbagliare (eh)

Pa'

Ovunque tu sia

Vorrei che tu fossi qui

A raccontarmi chi eri

Tra le responsabilità

del ragazzo che eri

Ciao PA' ovunque tu sia....

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