Preoccupazione nella sala biblioteca del Convento di
Santa Maria degli Angeli, a Marano di Napoli, dove alcune crepe comparse sul
muro stanno mettendo a rischio un prezioso affresco riportato alla luce negli
anni ’90 da padre Ascione.
L’opera, emersa sotto strati di intonaco dopo un
paziente lavoro di riscoperta, rappresenta un importante tassello della storia
del convento francescano. Proprio nella biblioteca, ieri 20 febbraio, si è
svolta la presentazione del volume “Corrispondenza Galante–Mallardo”, con
l’affresco a fare da suggestivo sfondo all’incontro dedicato a Domenico
Mallardo, storico e archeologo maranese.
Le fenditure nel muro destano preoccupazione:
senza un intervento rapido di consolidamento e restauro, il dipinto potrebbe
subire danni irreversibili. La comunità auspica un’azione tempestiva per
salvaguardare questo bene storico e culturale.
L’articolo pubblicato già diverse volte da Calvizzanoweb
![]() |
| Padre Giorgio Ascione, buonanima |
“Tutto cominciò – dichiarò il rettore al
periodico L’attesa – verso il 1985. Facendo alcuni lavori di ordinaria
manutenzione ai locali al piano terra, pensai all’analogia che questi locali
hanno con quelli di tanti nostri conventi, soprattutto dei paesi vicini. E
poiché tutti i nostri conventi, nello stanzone analogo a quello occupato dai
terremotati, presentavano affreschi con episodi del vecchio e del nuovo
Testamento, mi sembrò insolito che a Marano mancassero. Pensai, allora che i
“nostri” affreschi potevano essere lì, sulle pareti, sotto un leggero strato di
calce. Chiesi perciò ai nostri ospiti terremotati il permesso di fare alcuni
saggi esplorativi sulle pareti. La risposta fu incredibilmente negativa e
perentoria. Quando, pochi mesi fa (estate del 1996) hanno finalmente
abbandonato il locale non mi è sembrato vero di prendere una scala e grattare
alle pareti. Ho tolto un primo strato di calce, un secondo, un terzo, un quarto
e poi…finalmente ho trovato conferma della mia ipotesi. Sotto la calce c’erano
due affreschi stupendi”.
Padre Giorgio, preso dall’euforia della scoperta, non
perse un attimo e, giorno dopo giorno, per settimane, grattò, ripulì, sistemò e
riportò finalmente alla luce un’Ultima Cena e una Crocefissione di
ineguagliabile fattura. La Sovrintendenza ai Beni culturali, artistici e
architettonici, prontamente informata del ritrovamento, preannunciò i fondi per
un restauro più definitivo e accurato. Soldi che non sono mai arrivati e gli
affreschi non sono neanche stati presi in considerazione durante i lavori di
restauro del Chiostro, finanziati con i Fondi PIU EUROPA.
Ma perché opere così belle e pregevoli, che misurano
circa 20 mq ciascuna, furono ricoperte di calce, e quando?
“Forse – continuò padre Giorgio – in
uno dei tanti episodi di colera della seconda metà dell’800, quella sala del
convento dal quale erano stati espulsi i frati francescani per ordine del
Governo Unitario, avrà ospitato alcuni colerosi, ragion per cui successivamente
si è resa necessaria la sua disinfezione mediante calce alle pareti, senza
fermarsi neppure davanti agli affreschi”.
L’affresco, alla destra di chi entra, raffigura
l’Ultima Cena; sui due lati ci sono San Francesco che riceve le stimmate e
Sant’Antonio in adorazione. Quello di sinistra rappresenta il sacrificio di
Cristo, condannato al supplizio della croce insieme a due comuni malfattori: ai
suoi lati San Pasquale e San Giacomo in
adorazione.

