Le stagioni passano, le porte restano

Un editoriale che prende spunto da un episodio accaduto alcuni mesi fa, parole pronunciate allora e impossibili da dimenticare 

Mentre alcuni dipendenti cercavano di favorire un semplice saluto istituzionale, alle loro spalle sarebbe arrivata una frase secca, priva di spiegazioni: “a questo non fatelo entrare”.

Parole che non hanno bisogno di commenti. Non per la loro durezza esplicita, ma per il significato implicito: stabilire chi è gradito e chi no all’interno di un luogo che, per definizione, dovrebbe appartenere a tutti. Un’esclusione che pesa ancora di più quando riguarda un giornalista, cioè chi ha il compito, non sempre comodo, di osservare, raccontare e informare.

Sono passati mesi. Gli equilibri amministrativi si sono modificati, alcune figure non siedono più negli stessi uffici, il quadro istituzionale ha attraversato settimane che difficilmente potranno essere archiviate come ordinarie. Eppure quella frase resta. Non per alimentare polemiche, ma perché rappresenta un modo di intendere il potere e il rapporto con la trasparenza.

Le istituzioni non sono proprietà privata di chi le amministra pro tempore. Sono case pubbliche, costruite e mantenute con le risorse dei cittadini. E proprio per questo dovrebbero restare luoghi di confronto, anche quando il confronto è scomodo. La democrazia non si misura dalla facilità con cui si concede una dichiarazione, ma dalla serenità con cui si accetta una domanda.

In molti Comuni, e non è un mistero, sembra essersi affermata una consuetudine silenziosa: l’informazione è la benvenuta finché non disturba. Finché non insiste. Finché non chiede conto. Ma il giornalismo non nasce per essere decorativo. Non è un elemento d’arredo istituzionale, utile nelle occasioni solenni e ingombrante nei momenti delicati. È uno strumento di controllo diffuso, una cerniera tra cittadini e amministrazione.

La politica, d’altra parte, è fatta di stagioni. C’è un tempo per decidere, un tempo per governare, un tempo per rendere conto. Gli incarichi cambiano, le stanze si svuotano e si riempiono di volti nuovi. Le frasi, però, restano. E a volte diventano simboli di un atteggiamento più ampio: quello di considerare la presenza di chi fa domande come un fastidio, anziché come una garanzia.

In fondo, la questione non riguarda un singolo episodio o una singola persona. Riguarda il diritto dei cittadini a sapere, a comprendere, a formarsi un’opinione. Quando si limita l’accesso all’informazione, non si tiene fuori soltanto un professionista: si tiene fuori una parte della comunità. Si restringe lo spazio del dibattito pubblico. Si indebolisce, anche solo un poco, il patto di fiducia tra istituzioni e territorio.

Le porte possono chiudersi per un giorno, per una stagione, persino per un mandato. Ma la trasparenza non è un favore concesso. È un dovere. E alla fine, più delle dichiarazioni ufficiali, più dei comunicati, più delle parole pronunciate nei corridoi, restano le scelte concrete: chi viene fatto entrare e chi, ancora una volta, resta fuori dalla porta.

È da lì che si misura la qualità di una comunità democratica. Non dai titoli, ma dai gesti. Non dalle formule, ma dalle aperture.

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