Il Popolo, questo sconosciuto

 La Repubblica Partenopea, i Borbone, la Lega, Forza Italia, i Comunisti: temi ancora di grande attualità, affrontati in una breve lettera inviata ad aprile 2018  al “Venerdì di Repubblica” e nella risposta di Michele Serra, autorevole giornalista e opinionista

Una parte della missiva

Gentile Michele Serra, nel mese di giugno 1799 finiva la grande esperienza della Repubblica Partenopea. Rampolli della nobiltà meridionale, intellettuali, ecclesiastici, artigiani, contadini, pur tra errori e contraddizioni, avevano prospettato alla società meridionale la via del riscatto sociale ed economico. Se avessero “promesso” in primis la terra ai contadini, forse la riconquista del regno da parte dell’inetta famiglia Borbone sarebbe stata meno facile. I repubblicani cercarono, in quei pochi mesi, il riscatto sociale ed etico delle popolazioni, rimandando quello economico ai tempi più lunghi. Si trattò di un errore? Probabilmente avevano troppo rispetto del popolo per pensare di prenderlo in giro. Il cardinale Fabrizio Ruffo, i Borbone e gli inglesi, invece, non avevano scrupoli né rispetto, e non ebbero alcuna remora a promettere la terra ai contadini (che però hanno dovuto attendere il ministro comunista Fausto Gullo per una prima riforma agraria nel 1945…).

 Mimmo Montuoro

La risposta di Serra 

E' uno degli argomenti del dibattito politico post-elettorale: il “popolo” abbocca alle facili promesse e penalizza le proposte realistiche. Lei, gentile Montuoro, lo riassume bene, con cenni storici tendenziosi ma illuminanti: la sconfitta delle élites repubblicane di città spazzate vie dalla plebe sanfedista, troncò sul nascere ogni germe di modernizzazione democratica del nostro meridione. Gli alberi della libertà vennero abbattuti e l’eterna conversazione cattolica fermò, almeno da Roma in giù, la Rivoluzione Francese. E’ un argomento forte. Ma scivoloso. Tende a scaricare sul “popolo” (qualunque cosa significhi questa parola ormai vaga, destrutturata come tutto il resto) la responsabilità di non avere capito qual è il suo bene, dove sta il suo benessere. Non mi nascondo il potere (nefasto) della demagogia, né penso che l’elettorato sia, diciamo così, composto in maggioranza composto da cittadini consapevoli. Ma mi sembra evidente che, in democrazia, una classe dirigente degna di questo nome debba avere un forte e utile vincolo con l’elettorato. Non per vellicarne gli istinti più bassi, ma per capirne le ragioni, le speranze, le pulsioni, adottandone alcune, contrastandone altre. Discutendo e lottando in mezzo alla Polis (che è composta anche di strade, di bar, di negozi e di uffici, non solamente di Palazzi e Accademie), praticando quella politica gomito a gomito che a sinistra manca da troppi anni. Da vecchio berlingueriano, come lei si qualifica, certamente avrà il ricordo di quanto intenso e quotidiano fosse il rapporto tra dirigenti e popolo, tra intellettuali e operai, in quel partito. La sinistra, per ripartire, ha bisogno di orgoglio e di umiltà in pari misura: è un mix tremendamente difficile, anzi un ossimoro. Umile orgoglio, orgogliosa umiltà.

 

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