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Calvizzano, le Quarantore accendono la Quaresima: fede, storia e tradizione nella Parrocchia di San Giacomo Apostolo Maggiore

Le Quarantore e l’inizio della Quaresima nella nostra Parrocchia di Calvizzano

Una particolare forma cultuale che manifesta la fede del popolo cristiano nel Santissimo Sacramento dell’Eucaristia è la pratica delle Quarantore, l’antica denominazione dell’annuale “Solenne Esposizione del Santissimo Sacramento.

L’origine di questa pratica devozionale è da ritrovare nella pratica dei fedeli cattolici di commemorare, durante la Settimana Santa, le 40 ore nelle quali, per tradizione, il Corpo di Gesù giacque nel Sepolcro. Durante quest’arco di tempo, i fedeli rimanevano un tempo in adorazione continua davanti al Santissimo Sacramento, esposto sull’altare.

Successivamente, e comunque a partire dagli anni di applicazione della riforma liturgica successiva al Concilio di Trento, nella seconda metà del ’500, si prese l’abitudine di separare le “Quaranta Ore” in più giorni (all’incirca, da tre a cinque) per consentire anche ai laici impegnati e ferventi praticanti di “visitare” il Santissimo Sacramento, senza dover per questo trascurare né abbandonare la quotidiana pratica delle attività lavorative.

Nella nostra Chiesa Parrocchiale di Santa Maria delle Grazie si affermò la provvidenziale e simbolica abitudine di far coincidere le “Quarantore” con gli ultimi quattro giorni del periodo carnevalesco,[1] concludendo con il canto dell’inno medioevale del “Te Deum” e la benedizione solenne proprio l’ultimo giorno di Carnevale, quasi a significare che “mentre il mondo impazzisce” in inutili pratiche festose, il faro dell’Eucaristia, adorata dal popolo[2], continuava ad emanare la sua fulgida Luce della Presenza Reale del Signore.

Nell’ambito della ricorrenza dell’Esposizione solenne del Sacramento era abituale tenere, dal pulpito o dall’ambone, una speciale predica/omelia sui temi connessi con il culto eucaristico, articolandola e variandola per ciascuna serata dell’evento ecclesiale. 

Lo scampanio festoso che concludeva le quattro giornate delle Quarantore a Calvizzano, segnava il rientro a casa dei fedeli, che poi cenavano con la famiglia riunita[3].   

I più ferventi propagatori delle Quarantore nel mondo cattolico furono i predicatori cappuccini, nel XVI secolo, quali padre Giuseppe da Fermo, padre Francesco da Soriano, padre Mattia Bellintani da Salò, per citarne solo alcuni dei principali.

Anche nella nostra Parrocchia di Calvizzano, che reca il titolo di “San Giacomo Apostolo Maggiore” fin dai secoli precedenti l’anno Mille, di cui sono tuttora conservati i resti dirupati della vetusta Chiesa di Parrocchiale di “Santo Jacolo”, si dovette presto affermare questa pratica solenne, per onorare il Sacramento, prima di iniziare il periodo quaresimale. Mancano, tuttavia, notizie storiche specifiche dell’avvio della tradizione giunta fino a noi.

Il primo documento in cui la nostra Chiesa viene esplicitamente citata risale al 951 d.C., anche se è lecito supporre che già in precedenza, nella zona, esistesse un luogo di culto. Nel testo del primo storico locale,  il compianto professor Don Raffaele Galiero, si afferma che, in tale data, “Giovanni, Console e Duca di Napoli, cambia un moggio di terra, situato a Calvizzano, con la terra di Cesario Ferrario, posta nel campo dinanzi a S. Giacomo”. “Un accenno posteriore, ma più esatto, si riscontra nel testamento di una certa “Maria”, fatto nel 1105. Essa lascia(va), al Monastero di San Gregorio Magno una sua terra nella chiesa di S. Giacomo dello stesso luogo”[4].

Sebbene non sappiamo con precisione a quale periodo storico ascrivere l’inizio della coincidenza tra Solenne Esposizione Eucaristica annuale durante le Quarantore e il Carnevale, in vista della Quaresima, tracce risalenti ad almeno un paio di secoli fa possiamo dedurle e/o ipotizzarle indirettamente, attraverso materiale archivistico documentario.

Ecco allora spiegato come la nostra Parrocchia, per il vantaggio di essere una delle poche, nella zona Nord di Napoli, ad avere il territorio coincidente con la Cura pastorale, abbia potuto introdurre la pratica delle Quarantore nel preciso momento dell’Anno Liturgico in cui sta per iniziare il “Tempo forte” quaresimale, e quindi l’evento finì per collocarsi quasi in chiave di preparazione alla celebrazione dell’Evento Pasquale.

Questa Tradizione è stata opportunamente conservata immutata fino ai nostri giorni, così da divenire una vera forma di testimonianza religiosa locale. Ecco perché, ogni anno, nei giorni in cui si conclude il Carnevale e sta per iniziare la Quaresima, la nostra Comunità Parrocchiale si ritrova ad adorare il Signore nella Presenza reale dell’Ostia consacrata.   

La Quaresima inizia ufficialmente il Mercoledì delle Ceneri e termina il Giovedì Santo. Quest’anno, nel calendario liturgico romano, la Quaresima inizia il 18 febbraio 2026, giorno in cui vengono imposte ai fedeli le Ceneri. La liturgia del Mercoledì delle Ceneri, con cui si apre la Quaresima, è davvero suggestiva. L’imposizione delle ceneri è una pratica che risale all’epoca della civiltà contadina: i contadini conservavano un tempo le ceneri del camino, per spargerle sul terreno al momento opportuno, come fattore vitalizzante e concime, per dare nuova energia alla terra. La liturgia, che si nutre anche di immagini, parte da questa remota realtà agricola, per sottolineare l’augurio che, anche nell’esistenza dei credenti, possano rifiorire tutte quelle capacità latenti, che attendono solo il momento propizio per emergere. La cenere, infatti, è il prodotto  di un fuoco che arde. Quella utilizzata per l’imposizione sul capo dei fedeli penitenti è ottenuta dai residui del fuoco dei rametti di palma benedetti nella Domenica delle Palme dell’anno precedente. La simbologia allegorica, pur chiara, è, purtroppo andata perduta con lo scorrere del tempo. Essa voleva che, come un albero rigoglioso, una volta abbattuto e bruciato, diventa cenere, così accade al nostro corpo tornato alla terra: ma quella cenere è destinata alla Resurrezione. La nostra carne risorgerà e la misericordia di Dio, come fuoco purificatore, annullerà nella morte i nostri mali e le nostre colpe. Ma proprio perché non siamo che polvere, possiamo implorare da Dio che non ci giudichi troppo severamente, perché il Signore conosce la nostra fragilità e noi stessi l’accettiamo e la proclamiamo, quando pronunciamo l’Amen alle parole del Celebrante che le impone. Queste, poi, nella formula meno “apocalittica” del famoso “Memento, homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris[5], con quella attuale, più “conciliante”, dell’invito alla conversione e al credere nel Vangelo, incutono di sicuro meno timore di quanto, forse, facevano nel passato.   

Nel calendario ambrosiano, invece, diffuso nella diocesi di Milano, la Quaresima inizia la domenica successiva al Martedì Grasso.

La Quaresima, intuitivamente, dura quaranta giorni, un numero altamente simbolico, che rimanda ai quaranta giorni del diluvio universale, della predicazione di Giona a Ninive, della permanenza di Mosè sul monte Oreb[6], alle 40 ore trascorse nel Sepolcro da Gesù, tra la deposizione dalla Croce e la Resurrezione. Soprattutto rimanda ai 40 giorni trascorsi dal Cristo nel deserto, dopo aver ricevuto il battesimo da Giovanni Battista, resistendo alle tentazioni, prima di iniziare la sua opera di predicazione. Il simbolismo del deserto e dei 40 giorni ha proprio questo significato battesimale di purificazione dallo spirito del male e di formazione alla missione evangelica. Il deserto è il luogo della prova, della lotta, della tentazione, della ribellione, ma anche della Rivelazione, della Presenza, della Provvidenza e dell’Amore di Dio. Il deserto è la palestra dove lo Spirito Santo ammaestra il nostro spirito affinché si spogli della paura, del superfluo, delle ansie, delle debolezze; è il luogo difficile, dove impariamo la “fede” e maturiamo la nostra identità di “figli di Dio”. Durante questo periodo, il fedele riflette e si prepara alla rinascita spirituale, che avverrà con la Pasqua di Risurrezione. Perciò la Quaresima è il “Tempo forte” per eccellenza. Per antica tradizione, durante la Quaresima, non si canta il Gloria né l’Alleluia, mentre si è ormai mitigato il divieto del suono dell’organo e degli strumenti musicali, e non vi sono fiori sull’altare. Fino alle nuove disposizioni applicative del Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965) le immagini devozionali in Chiesa erano addirittura velate e le suppellettili ridotte al minimo[7]; inoltre, si consigliava  di non celebrare Battesimi né Matrimoni: queste ultime disposizioni sono state eliminate o fortemente ridimensionate, in considerazione dei mutamenti sociali intervenuti a partire dagli anni Settanta del Novecento. Continua, tuttavia, la raccomandazione ad una forte sobrietà comportamentale, che impatta e, in qualche modo, urta direttamente contro la diffusa mentalità “consumistica” contemporanea anche nelle funzioni ecclesiali e comunitarie abituali.

Tanto più vale la pena di accogliere l’esortazione di San Paolo alla conversione e a vivere seriamente questo tempo di grazia (2Corinti 6,2)[8] quanto più siamo tentati dalla disperazione, dal nihilismo e dalla debolezza contemporanei, che generano frustrazione, tristezza e depressione.

Anticamente, nella prima domenica del Tempo di Quaresima, venivano presentati alla Comunità i catecumeni che avrebbero ricevuto il Battesimo durante la Veglia del Sabato Santo, nella cerimonia della Luce, alla Vigilia della Pasqua di Resurrezione.

Per concludere, un’esortazione antica, che può essere valida per ciascun fedele: le tre pratiche che contraddistinguono il periodo quaresimale (la preghiera, l’elemosina, il digiuno) debbono essere per tutti i credenti intese non tanto come un segno di fedeltà esteriore, ma soprattutto come l’espressione di una sincera carità.

Scrisse san Pietro Crisologo: “Il digiuno è l’anima della preghiera e la misericordia è la vita del digiuno. Chi prega, digiuni, e chi digiuna, ascolti chi ha fame, se vuole che Dio gradisca il suo digiuno”[9].

San Leone Magno insegnava che al digiuno quaresimale “nessuna opera si può associare più utilmente dell’elemosina, la quale, sotto il nome unico di ‘misericordia’, abbraccia molte opere buone”.

E Dante nel suo “Paradiso” ci ricorda come sia attuale e vivo il rapporto dei viventi con le anime delle persone care, che già contemplano il Volto di Dio: “O milizia del ciel cu’io contemplo, / adora per color che sono in terra / tutti sviati dietro al male essemplo”.[10] 

Nell’antichità, il computo dei 40 giorni della Quaresima si faceva contando a ritroso, a partire dal Giovedì Santo, fino alla prima domenica di Quaresima. Nel VI secolo, però, persa l’unità originaria del Triduo pasquale, la Quaresima risultò durare 42 giorni, comprendendo il Venerdì e il Sabato Santo. Papa Gregorio Magno trovò scorretto considerare “penitenziali” anche le 6 domeniche di Quaresima. Pertanto, per ottenere nel Rito Romano i 40 giorni (che, senza le domeniche, sarebbero diventati 36), anticipò l’inizio della Quaresima al Mercoledì (che divenne così il “Mercoledì delle Ceneri”). La Quaresima termina con la Messa “In Cœna Domini” del Giovedì Santo, che apre il Triduo Pasquale. Il Venerdì Santo, ora come nel passato, permane l’obbligo del digiuno (come anche nel giorno delle Ceneri), con in più l’astinenza dal consumo delle carni tutti i venerdì quaresimali.[11]

Chi partecipa alle funzioni ecclesiali comunitarie ricorderà che né la celebrazione liturgica del Giovedì Santo nè quella del Venerdì Santo si concludono con l’abituale benedizione del Celebrante e il saluto finale, prima dello scioglimento dell’assemblea, in quanto la liturgia della Luce del Sabato Santo ne è la naturale prosecuzione e la conclusione. Ecco perché il Triduo Pasquale rappresenta un unicum dell’Assemblea dei fedeli, dal Giovedì Santo allo scioglimento della “Gloria”, durante la Messa della Vigilia della Pasqua di Resurrezione.

Come concludere meglio che con una citazione dantesca questo documento dettato dall’affetto per la nostra Comunità locale, che sa conservare le Tradizioni più belle, senza perdere il contatto con la realtà quotidiana? La Tradizione deve essere una brace che può ardere anche sotto la cenere, non una mera imitazione di quanto gli Avi ci hanno tramandato e che magari abbiamo passivamente accettato, né un fuoco fatuo, che qualunque soffio di vento potrebbe disperdere.  

Il “Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo”

1.    “Al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo”

2.    cominciò, “gloria” tutto ’l paradiso,

3.    sì che m’inebriava il dolce canto.

4.    Ciò ch’io vedeva mi sembiava un riso

5.    de l’universo; per che mia ebbrezza

6.    intrava per l’udire e per lo viso.

7.    Oh gioia! oh ineffabile allegrezza!

8.    oh vita intègra d’amore e di pace!

9.    oh santa brama sicura ricchezza!

10. Dinanzi a li occhi miei le quattro face

11. stavano accese, e quella che pria venne

12. incominciò a farsi più vivace,

13. e tal ne la sembianza sua divenne,

14. qual diverrebbe Jove, s’elli e Marte

15. fossero augelli e cambiassersi penne.

16. La provedenza, che quivi comparte

17. vice e officio, nel beato coro

18. silenzio posto avea da ogni parte,

19. quand’io udi’: “Se io mi trascoloro,

20. non ti maravigliar, chè, dicend’io,

21. vedrai trascolorar tutti costoro.

22. Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio,

23. il luogo mio, il luogo mio che vaca

24. ne la presenza del Figliuol di Dio,

25. fatt’ha del cimitero mio cloaca

26. del sangue e de la puzza; onde ‘l perverso

27. che cadde di qua su, là giù si placa”. 

(Paradiso XXVII, 1-27)

 

 

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Versione in lingua corrente

 [versi corrispondenti a Dante: Paradiso XXVII, 1-27

(Sono numerate le singole terzine, stante la difficoltà di far coincidere

 i righi ai corrispondenti versi danteschi]

 

1.    “Gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo” cominciarono a cantare tutti i beati del Paradiso, in modo tale che la soavità della melodia mi inebriava.

2.    Quello che io vedevo mi appariva come un sorriso dell’Universo; per cui la mia ebbrezza esaltata penetrava in me attraverso l’udito e la vista.

3.    Quale felicità! Quale indicibile letizia! Quale perfetta vita di carità e di pace! O beatitudine posseduta pienamente (sicura) senza altro desiderio insoddisfatto!

4.    Di fronte a me stavano splendenti le quattro fiaccole (face) [San Pietro, San Giacomo, San Giovanni e Adamo] e quella che per prima mi si era avvicinata [San Pietro] iniziò a diventare più vivida, e il suo aspetto (sembianza) diventò tal quale diverrebbe il bianco pianeta Giove, se esso e il rosso Marte fossero degli uccelli e si scambiassero le piume.

5.    La Provvidenza divina, che in Cielo distribuisce l’avvicendamento dei compiti (vice e officio), aveva fatto tacere dappertutto il canto degli spiriti,

6.    quando io sentii: “Non ti stupire se io cambio colore (trascoloro) [disse San Pietro], perché, mentre io parlerò (dicend’io), vedrai tutte queste anime luminose cambiare colore.

7.    Colui che sulla terra ingiustamente occupa (usurpa) il seggio papale (il luogo mio), il seggio papale, il seggio papale [cioè, durante il papato di Bonifacio VIII], che è vacante agli occhi di Cristo,

8.    ha trasformato il luogo della mia morte [cioè Roma] in una fogna insanguinata e maleodorante; per questo si acquieta in fondo all’Inferno il malvagio Lucifero, che precipitò laggiù, all’Inferno, dal Paradiso.

Prof. Luigi Trinchillo



[1] Il Sacramento Eucaristico viene esposto, quindi, per circa dieci ore al giorno, per quattro giorni, dal sabato al martedì successivo.

[2] Il valore del verbo “adorare” segnò incomprensioni e critiche ai Cattolici da parte dei “fratelli delle Chiese cristiane separate”, fin dall’epoca di Martin Lutero, “confondendo” il valore dell’adorazione che si deve soltanto a Dio, con il termine “venerazione”, riservato al culto manifestato per la Santa Vergine Maria, Madre del Signore, e per i Santi elevati agli onori degli altari. Purtroppo, anche taluni cattolici poco informati commettono l’errore di considerare semplici sinonimi i due termini.   

[3] Ricordo personalmente questa abitudine diffusa un po’ in tutte le famiglie, con la nonna Margherita che si affrettava a “calare la pasta”, perché il nonno Giacinto sarebbe rientrato a momenti. Era, infatti, tradizione che soprattutto il capofamiglia andasse di sera in Chiesa, per solennizzare la chiusura del Carnevale. Si cercava di preparare il cibo nella giusta misura, perché il giorno successivo, le “Ceneri”, era severamente osservata la disposizione di non mangiare lasagne né  altro cibo “carnascialesco”: quasi un tabù, ancor prima che un precetto religioso. In mancanza di frigoriferi e congelatori, l’abitudine era anche una sana forma di economia…  

[4] Professor Don Raffaele Galiero: “Calvizzano. Dalle remote origini al IX anno del Littorio”. Stabilimento Tipografico  del Cavalier Pasquale Rocco, San Giovanni a Teduccio 65, 1931. “Terra posita in campo ante S. Iacobum…”. (…) “Terra posita in loco Calbiczani coheret cum terra ecclesie S. Iacobi de ipso loco”. Pagina 86.

[5] “Ricordati, o uomo, che sei polvere e polvere ritornerai”.

[6] Il termine ‘quaresima’ deriva dal latino paleocristiano “quadragesima dies”, col significato di “quarantesimo giorno” [prima di Pasqua].

[7] Questo per concentrare l’attenzione dei fedeli sul Mistero della Croce, della Morte e della successiva Resurrezione di Gesù Cristo, unico Redentore, dopo tre giorni.

[8] “Egli dice infatti: ‘Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso’. Ecco il momento favorevole, ecco il giorno della salvezza”. (Seconda Lettera di San Paolo ai Corinzi, capitolo 6, versetto 2). Versione TOB/2018. 

[9] Dai “Sermoni” del Santo Vescovo ravennate del V secolo San Pietro Crisologo, fervente predicatore e trascinatore di fedeli, al punto da essere definito “dalla parole d’oro”, giusto per distinguerlo da San Giovanni Crisostomo “dalla bocca d’oro”.

[10] “O beata schiera del cielo che io ancora contemplo, prega Dio per tutti quelli che sulla terra vivono traviati dal cattivo esempio” (Dante Paradiso XVIII, 124-126).

[11] In realtà, queste forme di limitazione alimentari riservate alla tavola non sono, di per sé, semplicemente dei sacrifici fisici personali imposti, ma vanno lette e interpretate come occasione per donazioni caritatevoli equivalenti a favore dei fratelli più poveri e fragili e in condizioni di disagio.   

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