Riaffiorano nella mente di Peppe Pezone, appassionato di storia locale, particolari del passato
Articolo pubblicato nel 2018
Nei giorni scorsi, passando per la piazza, ho notato che era in corso la demolizione del palazzo, all’angolo che sale su via Roma. Il fabbricato, che a piano terra ospitava il bar “Centrale”, per quelli della mia generazione era noto come “ ‘o bar e on Giacumin”. Nella piazza, all’epoca dei miei ricordi c’era sia questo bar che quello che noi chiamavamo “’o bar e Pietr ”. Per la verità, da tempo avevo in mente di dedicare una serie di articoli agli esercizi pubblici di Calvizzano, diciamo “storici” .Questa è l’occasione giusta per iniziare. Il bar Centrale ha avuto varie gestioni, però i miei ricordi riguardano appunto il lungo periodo il cui titolare è stato Giacomo Carandente, coadiuvato da sua moglie, Aprovitola Rosa, simpatica e assai garbata signora di Pozzuoli .Prevalentemente era frequentato da persone più in età rispetto all’altro bar, quello di “Pietr ‘o barrist” il cui titolare era D’Ambra Pietro, frequentato prevalentemente da studenti e giovani sportivi appassionati di calcio. Io e i miei amici, nel tardo pomeriggio, specialmente nel periodo invernale ci ritrovavamo in piazza, per poi organizzare spesso un gioco con le carte napoletane, proprio nel bar Centrale. Un gioco che chiamavamo “ il tresette a perdere”, la cui posta in palio era una consumazione al bar. Don Giacomino, per quella che era la consumazione che ci giocavamo, sopportava il nostro animato vocio e la lunghissima durata delle partite, assolutamente non per convenienza, ma per bontà rendendosi conto che eravamo dei giovani squattrinati. Ricordo che appena dopo l’ingresso del bar, a sinistra c’era il classico flipper, dove spesso letteralmente si “esibiva” un nostro amico, Enzo Traettino e, talvolta, un ragazzo che chiamavamo “ ‘U Maranes”, due campioni del flipper, che, puntualmente, vincevano un premio che chiamavamo “ ‘a butteglia”. Non ho mai saputo effettivamente in cosa consistesse questo premio, anche perché non l’ho mai vinto. Sia Giacumin che la moglie erano con i clienti pazienti e cortesi. Principalmente lei accoglieva e serviva i clienti con un sorriso verace e non di circostanza. Ricordo con particolare piacere quando d’estate dei contadini del paese, nel tardo pomeriggio , si concedevano qualche ora in piazza,per giocarsi in uno dei due bar un caffè. Spesso accanto al bar di Giacumin, all’inizio di via Roma sostava un pescatore di telline che vendeva freschissime telline e a volte in primavera si vendevano fave fresche. Ricordo pure che dei giovani di Calvizzano, in questo bar giocavano a un gioco che non ricordo precisamente come si chiamasse , ma ricordo che consisteva nel bere bottiglie di birra con una tecnica particolare e in base a una modalità a seconda se nel gioco si era “padrone” “ o sotto”. Straordinario era il numero di birre bevute, restando perfettamente lucidi. Il bar a Calvizzano, come in ogni punto di questo Paese, è stato l’unico luogo di aggregazione, di distrazione ove si passavano le serate. Quasi sempre si innescavano estenuanti discussioni politiche o sportive, dove l’ideale politico o la squadra del cuore si difendevano con passione. Oggi alcuni, con l’odiosa sufficienza di chi si erge ad intellettuale, usano in senso dispregiativo qualificarle l’assunto del proprio contraddittore, come “discussioni o chiacchiere da bar”. Personalmente preferisco le accese genuine discussioni da bar alle solite lagne dei professionisti delle chiacchiere, pronti a cambiar casacca e bandiera per puntualmente salire sul carro dei vincitori.
Peppino Pezone
