Marano. In una città commissariata, fare è già una scelta

Il punto di vista del nostro editorialista Giuseppe Cerullo

Fare costa. Costa tempo, energie, relazioni. Costa esporsi, metterci la faccia, accettare di non piacere a tutti. Nella vita pubblica, soprattutto, fare significa assumersi un rischio. Ma fare ripaga, sempre, nella misura in cui si è fatto davvero.

Marano attraversa una fase particolare della sua storia. Una città commissariata, con la giunta sciolta per infiltrazioni mafiose, è una comunità in cui la democrazia non è cancellata, ma sospesa. Le istituzioni amministrative continuano a funzionare, ma viene meno il confronto politico ordinario, quello che passa dalla responsabilità degli eletti e dal rapporto diretto con i cittadini.

In questo vuoto, il dibattito democratico non può spegnersi. Se viene meno la politica istituzionale, diventa ancora più importante l’impegno civico: quello che nasce nel sociale, nelle associazioni, nelle reti informali, nelle iniziative che tengono insieme le persone e i problemi reali della città. È un lavoro meno visibile, spesso faticoso, che non offre ritorni immediati. Ed è anche per questo che ha un costo.

Chi sceglie di impegnarsi in una fase di commissariamento sa di esporsi. Sa che costruire relazioni, sollevare questioni, proporre idee può generare consenso, ma anche fastidio e opposizione. Fa parte del gioco democratico. Le critiche, quando sono fondate e riguardano il merito delle questioni, sono legittime e persino necessarie: indicano visioni diverse, aiutano a migliorare, rendono il confronto più maturo.

Il problema nasce quando la critica smette di riguardare le idee e si sposta sulle persone. Quando invece di discutere ciò che viene fatto, si cerca di screditare chi lo fa. È un meccanismo noto, spesso definito character assassination: non si risponde nel merito, ma si mette in discussione l’affidabilità, le intenzioni o la credibilità dell’altro, con l’obiettivo di delegittimarlo agli occhi della comunità. In termini semplici, si colpisce la persona per evitare il confronto sulle questioni.

In una città commissariata questo rischio è ancora più evidente. L’assenza di un’arena politica formale rende ogni impegno più esposto, più osservabile, più facilmente attaccabile. Ma rende anche più chiara la differenza tra chi sceglie di fare e chi preferisce limitarsi a commentare.

L’impegno reale ha sempre un prezzo. Non garantisce applausi, non protegge dalle critiche, non offre scorciatoie. È un investimento che produce effetti nel tempo: nei legami costruiti, nei temi portati all’attenzione pubblica, nelle persone coinvolte in un percorso collettivo.

Quando la fase commissariale finirà e la parola tornerà pienamente ai cittadini, non conterà la forza delle polemiche né la suggestione dei messaggi più rumorosi. Conterà ciò che è stato fatto, la presenza dimostrata, la capacità di aver contribuito a un movimento partecipativo reale e non a una narrazione individuale.

Il giudizio, come sempre, non arriverà subito. Arriverà dal tempo e dai cittadini. Ed è lì che si vedrà chi ha scelto di impegnarsi, pagando un costo, e chi invece ha preferito restare ai margini, senza lasciare traccia.

Giuseppe Cerullo

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