Il tramonto dell’illusione sovranista: la sconfitta di Orbán e la svolta europeista dell’Ungheria

 Il punto di vista del nostro editorialista Giuseppe Cerullo

La parabola discendente di Viktor Orbán si è compiuta nel momento in cui il progetto politico che per oltre un decennio aveva alimentato la narrazione di una democrazia “illiberale” si è infranto contro la concretezza dei rapporti economici e la mutevole geometria degli equilibri internazionali. L’esito elettorale che ha sancito la vittoria di Péter Magyar non rappresenta soltanto l’alternanza al potere, bensì l’atto di accusa più severo nei confronti di un modello sovranista che, nella sua ostinata autoreferenzialità, ha progressivamente smarrito il contatto con la realtà materiale del Paese. Il legame tra Orbán e Donald Trump, leader della più ampia galassia del movimento MAGA, è stato a lungo esibito come vessillo identitario e prova di una presunta centralità geopolitica. Tuttavia, quella relazione, fondata su una visione del potere che privilegia il rapporto diretto tra leader a discapito delle mediazioni istituzionali, si è rapidamente trasformata in una zavorra elettorale di proporzioni difficilmente sostenibili. L’ostentata prossimità con il tycoon americano, culminata nella recente e infruttuosa missione del vicepresidente JD Vance a Budapest, non ha prodotto alcun beneficio tangibile, lasciando invece emergere le contraddizioni di un’alleanza incapace di tradursi in vantaggi concreti per l’economia nazionale. In un contesto globale attraversato da tensioni commerciali sempre più acute, le politiche protezionistiche e l’imposizione di dazi da parte dell’amministrazione statunitense hanno colpito indiscriminatamente anche gli alleati, smascherando l’illusione di una solidarietà ideologica che potesse tradursi in tutela economica. L’Ungheria, stretta tra le proprie fragilità strutturali e l’erosione del potere d’acquisto causata da un’inflazione persistente, si è così ritrovata priva degli strumenti necessari per affrontare una crisi che il sistema di sussidi pubblici, un tempo pilastro del consenso orbaniano, non è più riuscito ad arginare. A questo scenario si è aggiunta l’ambiguità nei confronti della Russia di Vladimir Putin e un atteggiamento apertamente ostruzionistico verso l’Unione Europea, fattori che hanno progressivamente eroso la credibilità internazionale del governo di Budapest. Non è un caso che tale postura si inscriva nella famiglia politica dei Patrioti.eu, contenitore delle principali forze euroscettiche del continente, tra cui figura anche Lega, accomunate da una visione che tende a privilegiare la dimensione nazionale rispetto al quadro comunitario. Il risultato è stato un isolamento diplomatico che ha avuto conseguenze dirette e misurabili, tra cui la riduzione dei fondi comunitari, risorse essenziali per sostenere l’economia nazionale in una fase di evidente difficoltà. È proprio su questa frattura che Péter Magyar ha costruito la propria affermazione politica, collocandosi nell’alveo del Partito Popolare Europeo, la medesima famiglia politica a cui appartiene Forza Italia e che, insieme ai socialisti rappresentati in Italia dal Partito Democratico e ai liberali europei, ha storicamente costituito l’architrave del processo di integrazione comunitaria. La sua narrazione ha messo in luce come il culto della personalità e l’allineamento ai movimenti sovranisti d’oltreoceano abbiano privato il Paese non solo di risorse economiche, ma anche di quella rete di protezione politica e istituzionale garantita dall’integrazione europea. L’asse con i cosiddetti patrioti americani, lungi dal rappresentare il baluardo di una ritrovata sovranità, si è rivelato un moltiplicatore di vulnerabilità, rendendo l’Ungheria più esposta alle turbolenze dei mercati e più isolata sul piano diplomatico. Ciò che era stato presentato come il simbolo di una riscossa contro le élite globaliste si è trasformato nel catalizzatore di un malcontento diffuso, che ha progressivamente eroso il consenso interno fino a determinare l’esito elettorale. La sconfitta di Orbán segna dunque il fallimento di un paradigma politico che, nel tentativo di replicare i fasti del trumpismo, ha finito per svuotare le casse dello Stato e indebolire le garanzie della democrazia liberale. L’uomo forte, per anni percepito come invulnerabile, si è trovato improvvisamente esposto alla pressione congiunta dei mercati e della volontà popolare, in un contesto in cui le promesse di protezione si sono dissolte di fronte all’evidenza dei fatti. In questo quadro, la vittoria di Magyar assume un valore che travalica i confini nazionali, configurandosi come un monito per tutte quelle esperienze politiche che hanno fatto del sovranismo una bandiera identitaria. Gli elettori ungheresi, chiamati a scegliere tra l’isolamento e l’integrazione, hanno optato per la solidità rappresentata da Bruxelles, rifiutando le incertezze di un populismo transatlantico che, nella sua declinazione concreta, ha dimostrato di non saper garantire né prosperità né sicurezza.

Giuseppe Cerullo

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