C’è una linea sottile, ma decisiva, che separa la critica
dal disprezzo, la libertà di espressione dall’offesa gratuita. È una linea che
non dovrebbe mai essere oltrepassata, soprattutto in un tempo in cui le parole
viaggiano veloci, arrivano ovunque e restano. Ognuno interpreta il proprio
ruolo secondo la propria natura: c’è chi comunica con leggerezza, chi con
rigore, chi con ironia, chi con passione. È la ricchezza dell’essere umano, la
pluralità delle voci che rende viva una comunità. Ma questa varietà trova il
suo limite naturale nel rispetto. Senza di esso, anche la parola più
brillante perde valore, diventa rumore, talvolta ferita. La critica è
essenziale. È il sale della democrazia, il motore del confronto, lo strumento
attraverso cui si cresce e si migliora. Ma quando si sveste della civiltà e si
nutre di sarcasmo sterile o attacchi personali, smette di costruire e inizia a
distruggere. Non eleva il dibattito, lo impoverisce. Eppure, oggi più che mai,
sorprende e amareggia constatare come anche chi ha attraversato una vita intera
nel giornalismo possa diventare bersaglio di una satira che spesso dimentica il
confine del rispetto. A 73 anni, dopo oltre 35 anni di attività e più di 30mila
articoli scritti (ed aver trasmesso i rudimenti del giornalismo a tanti giovani),
in un tempo in cui ogni parola nasceva esclusivamente dall’impegno umano, ci si
aspetterebbe, se non consenso, almeno misura. Non si chiede indulgenza, né
silenzio, ci mancherebbe altro. La critica resta legittima, sempre. Ma il
dileggio fine a sé stesso, quello che non costruisce e non aggiunge nulla al
dibattito, rischia solo di svilire chi lo pratica. Chi ogni giorno si impegna a
informare, a raccontare, a dare voce ai fatti e alle persone, conosce bene il
peso e l’onore di questo compito. Non è solo un mestiere, è una responsabilità
che si rinnova ogni mattina, davanti a una pagina bianca e a migliaia di
lettori. È un lavoro fatto di dedizione, di errori e correzioni, di ricerca
della verità, anche quando è scomoda. E quando il rumore delle polemiche si fa
più forte, restano, e contano (sì che contano), le parole autentiche. Come
quelle ricevute il 5 aprile, in occasione degli auguri di Pasqua, da un collega
che ha rappresentato davvero il senso più alto di questo mestiere, una firma
autorevole e rispettata come Enzo Savanelli, che ha saputo unire competenza e
passione nel racconto del territorio.
“Mimmo, grandissimo amico sincero e orgogliosamente
battagliero contro il malaffare e la falsità che infanga questi nostri giorni”.
Sono parole semplici, ma dense. Parole che non hanno
bisogno di amplificazione, perché parlano direttamente alla coscienza. In esse
c’è il riconoscimento più autentico: quello che nasce dalla stima vera,
costruita nel tempo. Sono queste le fondamenta su cui continuare a camminare.
Non il rumore effimero delle polemiche, ma la solidità di un rapporto umano
fatto di fiducia e rispetto reciproco.
Esiste anche una dimensione più intima, quasi
spirituale, di questo percorso. Una consapevolezza che va oltre il mestiere,
che tocca la coscienza e il senso di responsabilità verso gli altri. Scrivere
non è solo informare: è lasciare tracce, è contribuire, seppur nel proprio
piccolo (come Calvizzanoweb: un piccolo blog di paese, fondato e diretto da un
piccolo "menestrello" di paese) a rendere la società un luogo più consapevole,
più giusto, più umano. E allora, forse, il punto non è evitare la critica, ma
ricordare sempre che dietro ogni parola c’è una persona. Con la sua storia, il
suo impegno, la sua dignità. Perché il rispetto non limita la libertà: la rende
più grande.
Mi.Ro.