Il punto di vista del nostro editorialista Giuseppe Cerullo
Comuni dell’hinterland, la scelta non riguarda solo programmi diversi, ma modelli opposti di esercizio del potere: da un lato processi partecipativi, inclusivi e plurali; dall’altro leadership personalistiche che semplificano la complessità in una narrazione centrata sul capo. È qui che si misura la qualità della democrazia locale, soprattutto nei contesti con poche risorse, dove la tentazione dell’uomo forte è più intensa. L’elezione diretta dei vertici ha rafforzato figure che oscillano tra decisionismo e possibili derive monocratiche. Si afferma così un “dominus di prossimità” che interpreta il consenso come delega in bianco, svuotando progressivamente gli spazi di confronto. La competenza viene sostituita dalla fedeltà, mentre il dissenso è trattato come un’anomalia da eliminare. Questo schema trova analogie, pur con le dovute differenze, anche su scala globale. L’esperienza di Donald Trump mostra come la concentrazione del potere e l’isolamento da voci critiche possano favorire decisioni controverse e aumentare le tensioni internazionali. In questo contesto, anche lo scontro simbolico con il Papa Leone, portatore di un messaggio di mediazione e pace, diventa indicativo di un potere che fatica a riconoscere limiti e contrappesi. Senza contraddittorio, le decisioni perdono aderenza alla realtà e l’intero sistema si indebolisce, soprattutto quando il consenso vacilla. È un meccanismo che, su scala locale, può tradursi in strutture fragili, incapaci di reggere agli urti economici e sociali. Per questo la scelta elettorale è decisiva: non tra singoli leader, ma tra modelli. Scegliere processi partecipativi e comunità politiche significa rafforzare una democrazia capace di affrontare la complessità senza perdere equilibrio.
Giuseppe Cerullo
