San Giuseppe, custode silenzioso del Mistero e padre nella storia della salvezza: un’esclusiva del prof. Luigi Trinchillo

                                                                       San Giuseppe,

uomo giusto per definizione, simbolo del silenzio fiducioso

e padre putativo e legale di Gesù

 

San Giuseppe falegname

La figura di San Giuseppe, nei Vangeli, è una meteora discreta, che appare nei racconti dell’infanzia di Gesù e poi scompare nel silenzio della quotidianità di Nazareth, ma la sua funzione paterna nell’economia della storia della salvezza è fondamentale per almeno quattro motivi.

Il primo è cristologico, evidenziato nell’albero ginecologico del Messia, per cui Gesù, attraverso Giuseppe, discende dal re David, come profetizzato nell’oracolo di Natan (2Sam 7, 4ss).

Il secondo è etico-legale: quando “Maria, promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo, Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto”. Perciò Dio sceglie Giuseppe come tutore, custode e sostegno materiale per Gesù e per Maria, Sua Madre, perché è un uomo giusto, gentile, dignitoso, fedele alla sua funzione e obbediente.

Il terzo motivo è biblico-pastorale. Giuseppe è l’ultimo dei patriarchi a ricevere le comunicazioni del Signore per l’umile via dei sogni e, come l’Israele di Dio, nel racconto della fuga in Egitto della Sacra Famiglia, ripercorre lo stesso viaggio delle 12 tribù di Giacobbe, affinché in Gesù si compia l’esodo dall’Antica alla Nuova Alleanza.

Il quarto ed ultimo motivo è quello profetico. Nel racconto di Matteo, parallelo a quello dell’Annunciazione a Maria, di San Luca, è Giuseppe che dà il nome a Gesù (che significa “Dio salva”), rivelando al mondo la missione del Cristo Salvatore. Dopo i racconti dell’infanzia, Giuseppe scompare dalla scena dei Vangeli, ma resta l’eccezionalità del suo ruolo di “giusto”, tutore e custode della Sacra Famiglia. 

Giuseppe è l’uomo disposto a sacrificare quelle che sarebbero state, probabilmente, le aspettative esistenziali di ogni buon israelita, per mettersi a disposizione della missione provvidenziale del Figlio di Dio. Giuseppe si apre a tale prospettiva quando, nel Vangelo, viene puntualizzato che egli, su suggerimento dell’Angelo, “prese con sé” prima Maria, preservandola dalla pubblica umiliazione presso la sua gente, poi Gesù e sua Madre, per portarli al sicuro in Egitto, salvando entrambi e facendoli rientrare nella Terra di Israele, quando il pericolo fu superato, dimostrando così di aderire completamente alla decisione divina di essere il responsabile della salvezza dell’Emmanuele. In tutti i casi, la Scrittura sottolinea la prontezza dell’adesione al volere divino e il rapido mettere in atto delle strategie opportune. Da questo possiamo dedurre che Giuseppe deve essere considerato di fatto “padre” del Salvatore, non in senso biologico, naturalmente, ma nel significato più profondo di uno che sa custodire, proteggere, aprire il cammino, “educare” un figlio. In sintesi, Giuseppe è un “vero padre”, che si prende cura delle fragilità del Figlio, così come Dio Padre stesso è premuroso e attento, accanto all’umanità, da sempre.

Giuseppe è stato definito un “sognatore” che ha intuito i disegni di Dio, così come in suo omonimo antenato seppe fare nell’Egitto dei faraoni.[1]

Il ruolo di Giuseppe nel racconto evangelico non finisce qui. Lo ritroviamo accanto a Maria, intento ad educare Gesù di certo nel mestiere di carpentiere e poi nello studio delle Scritture e nel comportamento sociale. La celebre scena in cui Gesù, abbandonata la carovana di ritorno da Gerusalemme, si trattiene nella sinagoga a parlare con i dottori della Legge, ci rivela che il Figlio dodicenne è consapevole della sua divinità, ma è istruito anche a rispondere umanamente alla sapienza del Padre.

Giuseppe si è meritato da Luca, che ben conosce l’origine trascendente del Salvatore, il titolo di “padre di Gesù” e lo fu davvero, tanto da essere proclamato “Protettore della Chiesa Universale” e “Patrono della famiglia”.

Nulla sappiamo di Giuseppe negli anni della piena adolescenza e giovinezza di Gesù, perché mancano riferimenti scritturali. Neppure San Paolo, nelle sue Lettere, pur prodigo di suggerimenti “familiari”, accenna al ruolo specifico di Giuseppe, attestandone così indirettamente la discrezione della sua figura nella linea evolutiva della Chiesa delle origini.   

La tradizione popolare vuole che Giuseppe morì circondato dalla presenza dei suoi cari, soprattutto di Gesù e di Maria, per cui lo si considera protettore della “buona morte”: quella del moribondo cristiano, che affronta il momento del trapasso con i conforti della fede e la certezza della realizzazione dei misteri relativi ai “Novissimi”. Questa antica interpretazione del “ruolo” svolto da San Giuseppe trova il proprio riferimento storico-agiografico in uno scritto apocrifo cristiano del Quinto secolo d.C., noto come “Storia di Giuseppe il falegname”.[2]

La Chiesa di Cristo, pur assorbita per i primi secoli della sua storia dalle dispute per fissare la Dottrina ortodossa, con la strenua lotta contro le eresie, non trascurò mai la memoria di Giuseppe, sebbene essa fosse sempre posta in un ruolo molto defilato rispetto a quello di Maria Vergine e Madre di Gesù. Anzi, nella Chiesa Orientale si cominciò ad onorarlo con un culto specifico già prima dell’anno Mille, laddove nella tradizione occidentale non conserviamo molte tracce di San Giuseppe fino all’XI-XII secolo.[3] Sarà solo fra il XIII e il XIV secolo che i frati serviti e poi i francescani presero a diffondere il culto giuseppino, così che la memoria del Santo fu fissata al 19 marzo, con decisione di un papa francescano, Sisto IV, nel 1479, ma sarà solo dopo il Concilio di Trento (1542-1563) che la memoria liturgica fu resa comune alla Chiesa Universale.

Santa Teresa d’Avila fu una grande devota di San Giuseppe, come tutto il Carmelo e poi la Compagnia di Gesù e questa presenza del Santo fu rinvigorita, attualizzata e diffusa. Questi due Ordini religiosi si trovarono ad avere in tal modo un ruolo-chiave per coltivarne il valore nell’epoca a noi più vicina.

Pio IX giunse a dichiarare San Giuseppe Patrono della Chiesa Universale, ma fu Giovanni XXIII che inserì il suo nome nel Canone Comano, nel 1962, durante il Concilio Ecumenico Vaticano II.

Intanto, nel 1956, la festa di San Giuseppe fu “spostata” al Primo Maggio, nell’intento di solennizzarla per fare assumere alla ricorrenza laica della festa del lavoro una connotazione religiosa cattolica, col nome di San Giuseppe Lavoratore.

Negli anni a noi più vicini, la Solennità di San Giuseppe, ritornata in auge a furore di popolo, al 19 marzo, è considerata anche un’occasione di festa laica, essendo stata scelta per una tipica occasione consumistica: la “Festa del papà”, che, tuttavia, rischia di eclissare alquanto la ricorrenza religiosa. Ma c’è da credere che San Giuseppe, da buon padre di Gesù e della Famiglia Universale, non se ne avrà a male, considerato il suo abituale atteggiamento comprensivo e discreto sempre tenuto verso il Figlio di Dio.

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“Vergine Madre, figlia del tuo figlio,

umile ed alta più che creatura,

termine fisso d’etterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura

nobilitasti sì, che ’l suo fattore

non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore,

per lo cui caldo ne l’etterna pace

così è germinato questo fiore.

Qui se’ a noi meridiana face

di caritade, e giuso, ‘intra mortali,

se’ di speranza fontana vivace.

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,

che qual vuol grazia e a te non ricorre

sua disianza vuol volar sanz’ali[4].

La tua benignità non pur soccorre

a chi domanda, ma molte fiate

liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,

in te magnificenza, in te s’aduna

quantunque in creatura è di bontate.

Or questi, che da l’infima lacuna

de l’universo infin qui ha vedute

le vite spiritali ad una ad una,

supplica a te, per grazia, di virtute

tanto, che possa con li occhi levarsi

più alto verso l’ultima salute.

E io, che mai per mio veder non arsi

Più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi

ti porgo, e priego che non sieno scarsi,

perché tu ogni nube li disleghi

di sua mortalità co’ prieghi tuoi,

sì che ‘l sommo piacer li si dispieghi.

Ancor ti priego, regina che puoi

Ciò che tu vuoli, che conservi sani,

dopo tanto veder, li affetti suoi.

Vinca tua guardia i movimenti umani:

vedi Beatrice con quanti beati

per li miei prieghi ti chiudon le mani!”.

 

(Dante, Paradiso XXXIII, versi 1-39)

 

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:9

Versione in lingua corrente

degli stessi versi

(Dante, Paradiso XXXIII, versi 1 – 39).

 

(La scansione che segue è operata per singola terzina, e non per versi, vista la difficoltà di far coincidere la versione in prosa con il verso specifico).

<<Vergine Madre, figlia del tuo Figlio, più umile e più nobile di ogni altra creatura, fine prestabilito dal decreto divino,

tu sei la donna che ha nobilitato a tal punto la specie umana che il suo Creatore non disdegnò di diventare sua creatura.

Nel suo ventre si riaccese il divino amore, per il cui calore è così germinata, nella beatitudine eterna dell’Empireo, questa candida rosa di noi beati.

In cielo sei per noi una fiaccola ardente di carità, e in terra, tra gli esseri umani, sei fonte inesauribile di speranza. 

Signora, sei tanto grande e tanto potente, che chiunque voglia una grazia e non faccia ricorso a te, rende vano il proprio desiderio.

La tua bontà non solo soccorre chi la invoca, ma molte volte previene spontaneamente la richiesta.

In te si concentrano misericordia, pietà, grandezza e tutto ciò che vi è di buono nelle creature.

Ora costui (Dante), che dal punto più basso dell’universo, l’Inferno, fino a qui ha visto, una ad una, le condizioni delle anime,

ti supplica, per grazia, di concedergli tanta virtù da potersi elevare con lo sguardo più in alto verso Dio, compiuta fonte di beatitudine.

E io, che mai non arsi dal desiderio di vedere Dio più di quanto desideri che costui Lo veda, ti porgo tutte le mie preghiere, e prego che non siano insufficienti,

affinché tu, con la tua intercessione, dissolva ogni ostacolo dovuto alla sua condizione di creatura mortale, in modo che gli si manifesti la somma beatitudine divina.

Ti prego ancora, regina che puoi tutto ciò che vuoi, che tu conservi sano il suo animo dopo una così alta visione.

La tua amorevole custodia vinca gli impulsi meno buoni della debole natura umana: guarda Beatrice con quanti beati ti prega per esaudire le mie preghiere>>.

 

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:9

 



[1] Cfr. Genesi 37 ss.

[2] La leggenda popolare agiografica vuole che Giuseppe, agonizzante, non riuscisse ad esalare l’ultimo respiro, perché assistito amorevolmente, accanto al letto, da Maria e da Gesù: proprio perché il Figlio di Dio è la Vita stessa, impediva alla morte di raggiungerlo. Questo stato di cose si protrasse per un po’, finché Maria, nella Sua provvidenziale avvedutezza, non invitò il Figlio ad allontanarsi per un attimo, consentendo così al padre di raggiungere serenamente il suo posto celeste.  

[3] Non mi sembra davvero un caso inspiegabile se Dante Alighieri, che pure inserisce nella Divina Commedia tanti riferimenti religiosi, testimonianze di fede e personaggi della Tradizione, non ci abbia lasciato alcuna traccia specifica di San Giuseppe… a meno di non considerare veritiera l’interpretazione data da qualche critico letterario e da lettori attenti del Poema, che vorrebbero riconoscere il suo nome unendo le lettere iniziali dei versi dal 19 al 37 del XXXIII canto del Paradiso, come qui di seguito da me evidenziati in chiusura di questo documento sul “Santo Sognatore”. Si leggerebbe infatti, così facendo, IOSEP  AV[E], vale a dire “GIUSEP[PE] AV[E]”, quasi a salutare lo Sposo della Vergine nella stessa preghiera di esaltazione più alta fatta in poesia per Maria “Vergine (e) Madre, Figlia del tuo figlio”. Viene riproposta questa circostanza, naturalmente, per curiosità e conoscenza del lettore, sebbene risulti, a dir poco, un po’ troppo “forzata” anche allo scrivente.    

[4] San Bernardo di Chiaravalle, il Doctor Mellifluus, scriveva nella sua pia preghiera dal titolo RicordaTi : <<Non ho mai sentito dire che uno, che è ricorso alla Tua protezione, che ha implorato la tua assistenza, che ha reclamato il tuo aiuto, sia stato da Te abbandonato>>. Sua è anche l’affermazione teologale “De Maria numquam satis”.

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