Ieri mattina,
10 marzo 2026, mi sono recato in Comune poco dopo le 10.00, nell’orario di
ricevimento al pubblico previsto per diversi uffici dalle 9 alle 11, secondo
quanto stabilito dal recente decreto emanato dal commissario prefettizio.
La mia
presenza aveva un duplice motivo: da un lato quello professionale, poiché
svolgendo attività giornalistica capita ancora, fortunatamente, di trovare
persone disponibili a fornire chiarimenti utili alla comprensione di questioni
amministrative e alla redazione di articoli; dall’altro quello da cittadino che
si reca negli uffici pubblici per avere informazioni su alcune pratiche in
corso.
Purtroppo,
ancora una volta, si è verificato un episodio spiacevole. Nulla di clamoroso,
sia chiaro, ma sufficiente a lasciare l’amaro in bocca. Un clima che potremmo
definire fatto di sguardi sospettosi, di atteggiamenti da “controllori”, di
quelle dinamiche che nascono spesso da piccole gelosie, da antiche rivalità o
da quel bisogno, tutto umano ma poco edificante, di compiacere qualcuno facendo
sentire altri fuori posto.
Non è mia
intenzione entrare nei dettagli né coinvolgere persone che, nella maggior parte
dei casi, hanno semplicemente svolto il proprio lavoro. Né tantomeno alimentare
polemiche inutili. Tuttavia, non si può non fare finta del clima che si respira negli uffici pubblici:
non è sicuramente dei migliori.
Con il passare degli anni si impara a riconoscere certe dinamiche. E si impara anche che, quando le persone sono adulte e con una lunga esperienza alle spalle, difficilmente cambiano atteggiamento. Ognuno resta quello che è, con le proprie abitudini, i propri modi di fare e, talvolta, con le proprie piccole miserie.
Proprio per
questo la riflessione non vuole essere un’accusa, ma una domanda semplice. Una
domanda che ognuno, nel proprio ambito, dovrebbe porsi ogni tanto.
La sera,
quando si torna a casa e ci si trova davanti allo specchio, capita mai di
chiedersi: che cosa ho fatto oggi? Ho davvero svolto il mio ruolo con
correttezza, rispetto e senso del servizio?
Gli uffici
pubblici non sono territori da difendere né palcoscenici su cui recitare ruoli
di piccolo potere. Sono luoghi che appartengono ai cittadini. Luoghi in cui chi
entra dovrebbe sentirsi accolto e ascoltato, non osservato con sospetto.
Forse
basterebbe ricordarselo un po’ più spesso.
P.S. Tanto per chiudere
la giornata, mi è capitato di incrociare una persona che, francamente, eviterei
anche solo di salutare. È qualcuno che da anni mi guarda con ostilità, quasi
con sguardi tribali, perché non gli andò giù un mio articolo scritto ai tempi della
triade commissariale.
Ricordo bene un episodio: una volta, nell’androne del
municipio, mi affrontò direttamente dicendomi: “sei il cancro di Calvizzano. Ti
faccio passare un guaio”.
Ieri, mentre scendevo lentamente le scale con un mal
di schiena che non mi permette di muovermi bene, passando accanto a lui, seduto
al terzo piano accanto a una signora, l’ho sentito dire in dialetto: “vedi quello? È
il più scemo di Calvizzano”.
Per un attimo ho provato amarezza per non aver potuto
neanche chiedergli: “ma con chi ce l’hai?”. Poi ho pensato che, forse, è stato
meglio così.
Racconto questo episodio per un motivo semplice:
perché questo groviglio di rancori, livori e sentimenti disumani è ciò che,
giorno dopo giorno, ci sta portando verso il baratro, civile e umano.
Finché continueremo ad alimentarli, sarà difficile
costruire qualcosa di diverso.