Vannacci fuori dalla Lega: l’ennesima frattura che spinge la destra verso la radicalizzazione?

Il punto di vista del nostro opinionista Giuseppe Cerullo

 

La scelta di Roberto Vannacci di lasciare la Lega non è un gesto estemporaneo né una semplice dinamica interna alla destra italiana, ma si colloca dentro un processo politico già osservato in diversi Paesi europei, dove forze nate ai margini del sistema hanno progressivamente svuotato i partiti conservatori tradizionali, diventando in tempi relativamente brevi il nuovo perno della destra e spingendola su posizioni più radicali, identitarie e apertamente antieuropee. È accaduto nel Regno Unito con Nigel Farage, in Francia con Marine Le Pen, in Germania con AfD, contesti diversi ma accomunati da una medesima dinamica, una destra di governo costretta alla mediazione istituzionale che finisce per deludere una parte del proprio elettorato, aprendo spazi politici a chi può collocarsi fuori dal perimetro del potere e riattivare una narrazione antisistema. Anche in Italia questo meccanismo è oggi evidente, poiché la destra al governo, dopo aver promesso svolte securitarie, sovraniste ed euroscettiche, si è scontrata con la realtà dei vincoli economici, geopolitici e comunitari, producendo uno scarto sempre più visibile tra promesse e risultati, come dimostrano il fallimento dell’operazione dei centri in Albania e la nomina di Raffaele Fitto nella Commissione europea, che certifica una piena integrazione dell’esecutivo nel quadro istituzionale dell’Unione. È in questo spazio che si inserisce la mossa di Vannacci, il quale, uscendo dall’orbita di governo, può ora concentrare su di sé due temi capaci di mobilitare fortemente l’elettorato di destra, il primo è quello della cosiddetta remigrazione, una parola d’ordine identitaria che intercetta paure e frustrazioni diffuse, il secondo è la critica al sostegno all’Ucraina, utilizzata come leva narrativa per accusare il governo di incoerenza, sostenendo che le risorse destinate alla spesa militare sottrarrebbero fondi al welfare, una semplificazione che tuttavia trova ascolto in un contesto sociale segnato dall’aumento delle disuguaglianze e dal disagio economico. In un sistema politico come quello italiano, caratterizzato da un consenso sempre più liquido, Vannacci sembra voler replicare dinamiche già viste, dal successo del Movimento 5 Stelle nella sua fase originaria alla crescita di Fratelli d’Italia durante il governo Draghi, quando la collocazione all’opposizione si tradusse in una rendita elettorale significativa. Non sorprende quindi la reazione nervosa e disordinata del centrodestra, che nelle ultime ore ha avviato un attacco frontale nei confronti del generale, rendendo evidente il timore rispetto al suo potenziale elettorale più che la volontà di un confronto politico strutturato. Questa dinamica, tuttavia, non riguarda soltanto la destra, poiché una destabilizzazione degli equilibri della maggioranza potrebbe produrre scossoni fino a una possibile caduta del governo, aprendo la strada all’ipotesi di un nuovo esecutivo tecnico, scenario nel quale Vannacci potrebbe ulteriormente rafforzare la propria narrazione come forza alternativa, pur senza esserlo nei fatti, beneficiando del logoramento dei partiti tradizionali. Un simile sviluppo rappresenterebbe un problema serio anche per il centrosinistra, che rischierebbe di trovarsi a competere non solo con una destra frammentata ma radicalizzata, bensì con una forza capace di occupare lo spazio dell’opposizione antisistema, uno spazio che l’area progressista non è riuscita finora a presidiare né attraverso una piattaforma programmatica condivisa né mediante una leadership riconoscibile. La mossa di Vannacci mette quindi in subbuglio l’intero scenario politico e rafforza una necessità ormai non più rinviabile, quella di costruire un centrosinistra riformista capace di presentarsi come un corpo politico solido, credibile e coerente, fondato su poche ma chiare priorità, dal lavoro e dai salari al rafforzamento del welfare, dalla sicurezza senza slogan alla sanità pubblica, fino a un investimento strutturale su istruzione e innovazione, perché solo in questo modo sarà possibile contrastare efficacemente una radicalizzazione che cresce soprattutto sulle debolezze degli altri.

Giuseppe Cerullo

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