Un grido d’allarme deve partire dalle periferie: Marano non è da meno

 Da Franco De Magistris riceviamo e pubblichiamo

Per comprendere e scrivere nel modo migliore la Napoli contemporanea, capitale del Mezzogiorno, bisognerebbe conoscere la Napoli degli antichi splendori, antecedenti e successivi al periodo in cui il Regno di Napoli e delle Due Sicilie era considerato alla pari delle altre Potenze europee. Occorre partire dal basso, dalle realtà locali, siano esse bagnate dal mare o collocate nell’entroterra. In un tempo lontano, anche le periferie dell’antica Partenope hanno contribuito alla crescita socio-economica della città capoluogo. Oggi, con la costituzione della Città Metropolitana, esse sono divenute tessuto connettivo per uno sviluppo integrato dell’intera area. Marano è stata una di queste realtà: un tempo piccola comunità rurale che, per la sua posizione geografica a nord-est e per la sua collocazione semicollinare, si differenziava dagli antichi terreni paludosi dell’entroterra, successivamente bonificati e divenuti Campania Felix. Potremmo definirla stazione e via di transito tra Neapolis, Cuma e l’antica Roma imperiale. Per la sua posizione salubre, fertile e strategica, è stata luogo di culto e, grazie alla presenza di diversi Ordini religiosi, ha sviluppato un fiorente artigianato e prodotti pregiati della terra: il legname – come quello dell’attuale “selva delle Vaccelle” per la costruzione di cesti – oltre a frutta e ortaggi, quali ciliegie e piselli, nonché un allevamento del bestiame che la rese centro di un commercio diversificato e prospero. La sua estensione era considerevole: occupava quasi metà della circonferenza della Collina dei Camaldoli. Se consideriamo che l’attuale comune di Quarto fu una sua frazione (scissione maturata, come primo errore politico, per sconfiggere una giunta di sinistra, l’unica nella provincia di Napoli eletta nel dopoguerra), comprendiamo come confinasse, da un lato, con la città di Napoli e, dall’altro, con Pozzuoli e l’area flegreo-giuglianese. Oggi, per molti aspetti, è tra le realtà più penalizzate. Con l’Unità d’Italia divenne sede di Giustizia con la Pretura e il carcere mandamentale; successivamente fu sede di Tribunale, mentre oggi è stata privata anche del Giudice di Pace. Un tempo era servita da due linee ferrate, la ferrovia Alifana e il tram; è priva di una circumvallazione a scorrimento veloce e il Centro Storico, segnato da un’urbanizzazione selvaggia e priva di regole, è divenuto invivibile, tanto da essere definito “città dormitorio”. Le frazioni di San Rocco, San Marco e Castel Belvedere non sono da meno: anch’esse segnate da urbanizzazione spontanea e senza regole, con strade dissestate, vere e proprie “gruviere”, che fanno rimpiangere la vecchia strada rurale, polverosa e non pavimentata, quando il paesaggio conservava intatta la “casina di caccia” della Regina Giovanna di Castel Belvedere, costruita dai Borbone e oggi ridotta a masseria abbandonata. Le arterie principali di accesso e di fuga sono rimaste inalterate dall’epoca borbonica, sia verso Napoli e Lago Patria, sia verso la zona flegrea. Partire e valorizzare realtà come il Ciaurro, l’Eremo di Pietraspaccata con l’intero bosco dei Camaldoli, la Casina di caccia, i conventi e le chiese con le loro feste parrocchiali – San Castrese, Sant’Anna, Spirito Santo e Madonna di Vallesana – rappresenta un percorso obbligato per uscire dal degrado che rende la città ulteriormente penalizzata, sia sotto il profilo urbanistico sia sotto quello della vivibilità. Tale condizione è dovuta, nella maggioranza dei casi, ad amministrazioni che non hanno saputo cogliere il meglio che la comunità esprime, lasciando languire la macchina comunale, segnata da inefficienza burocratica, carenza di personale qualificato e scarsità di fondi. In alcuni settori nevralgici si rasenta l’illecito e il loro consolidamento rende inapplicabile qualsiasi modifica migliorativa. Tutto resta allo stato brado. Le successive fasi commissariali, per la loro brevità, possono solo bloccare le “legittime pulsioni” di sviluppo, congelando attività già compromesse e portando alla luce lacune perpetrate nel tempo, che hanno condotto a cinque scioglimenti del Consiglio comunale per infiltrazioni camorristiche. Per tali motivi, solo l’attuazione di una Legge Speciale potrebbe facilitarne il cambiamento. Spinto da questo desiderio comune, un grido d’allarme deve partire dalle periferie: Marano non è da meno. Non è sufficiente l’associazionismo che muove i primi passi con convegni mirati, gare podistiche o presepiali e qualche gita campestre per coinvolgere la società civile; occorre una mobilitazione generale, con il contributo fattivo della Chiesa nel suo complesso, dei commercianti con le loro associazioni costituite e da costituire, degli artigiani e della parte sana dell’imprenditoria che intravede il proprio futuro in una crescita socio-economica dell’intero territorio, della Città Metropolitana, del Mezzogiorno e dell’intero Paese, dove il localismo deve essere elemento rafforzativo e non ostacolo allo sviluppo. Viviamo in una fase di transizione rivoluzionaria: le potenze mondiali sono alla ricerca di nuovi equilibri ed entità idonee a regolare un domani migliore per l’umanità nel suo insieme. Cogliere, nella sua costante essenza, l’invito di Mario Draghi a trasformare l’Europa da Confederazione a Federazione, in un’Europa politica e dei popoli, capace di essere coprotagonista e non succube dei processi futuri, è un obbligo da non sottovalutare. Allo stesso modo, non va trascurata l’opportunità, evidenziata anche in recenti analisi internazionali, che il nostro Paese – e in particolare Napoli e il Mezzogiorno – può assumere grazie alla propria posizione geografica e alla stabilità politica, purché il riformismo svolga un ruolo dominante. L’Italia, e quindi Napoli e il Mezzogiorno, possono posizionarsi come principale hub europeo di un corridoio strategico tra Mediterraneo Atlantico e Indo-Pacifico, offrendo infrastrutture logistiche avanzate e un accesso privilegiato ai mercati europei. So di essere talvolta lungo e ripetitivo, ma è l’unico modo per infondere SPERANZA: cambiare il volto di Napoli e delle sue periferie, del Mezzogiorno, dell’Italia e dell’Europa è possibile. Come per l’Europa si propone di trasferire le direttrici dal Sud verso il Nord, così per Marano occorre volgere lo sguardo verso Nord, verso l’area flegreo-giuglianese. Non bisogna limitarsi al piccolo cabotaggio, ma volare alto: alle negatività esistenti occorre contrapporre positività di gran lunga superiori. Aprire una finestra sul Mediterraneo significa superare l’idea di una Napoli con meno di un milione di abitanti e proiettarsi in una visione di Città Metropolitana di oltre quattro milioni, da centro attrattivo per le sue bellezze a città cosmopolita. Occorre costruire una Cittadella della Cultura e del Commercio, con sedi permanenti di Paesi sviluppati e in via di sviluppo, da ubicare possibilmente a Bagnoli dopo il suo risanamento, valorizzando anche l’indotto della vasta area flegreo-giuglianese, oggi in parte priva di reti primarie e servizi essenziali. L’intero territorio, per la sua conformazione storica, può e deve cambiare volto, divenire area vivibile, attrattiva e produttiva, pilota in un contesto programmatico dell’intera Città Metropolitana. È necessario puntare al completamento delle opere primarie e, in primis, accelerare la bonifica della Terra dei Fuochi. Marano, per la sua collocazione semicollinare, potrebbe diventare zona ambientale-residenziale tra Napoli e l’area flegreo-giuglianese. Con la globalizzazione la finanza ha preso il sopravvento sulla produzione; ogni progresso porterà vantaggi e flussi di denaro globale, ma probabilmente anche usi e abitudini legati al malaffare, ai quali il livello locale e nazionale, se miope e oscurantista, rischia di soccombere. Il mezzo più idoneo per contrastare possibili fenomeni delinquenziali è diffondere CULTURA. Questa è stata la spinta che ha portato un gruppo di noi, in maggioranza diversamente giovani, a costituire l’Associazione “AMICI INSIEME – NAPOLI NORD – A.P.S.”, con l’obiettivo, tra gli altri, di promuovere un Partenariato per lo sviluppo socio-economico e occupazionale dell’intero territorio flegreo-giuglianese.

Franco De Magistris

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