Tra linea e potere: le dinamiche interne ai partiti nell’era della vittoria possibile

Il punto di vista del nostro editorialista Giuseppe Cerullo

Nel lessico corrente della politica italiana si tende a ridurre le dinamiche interne ai partiti a conflitti di linea, a divergenze ideologiche, a scarti programmatici che segnerebbero, almeno in superficie, la distanza tra una componente e l’altra, ma uno sguardo meno ingenuo e più disincantato rivela che la variabile decisiva non è quasi mai la purezza dottrinaria bensì la percezione della forza, o meglio della vittoria possibile, poiché il potere, quando appare a portata di mano, esercita una funzione centripeta che ricompone fratture, silenzia distinguo, sospende le obiezioni, mentre quando si allontana o non mostra segni di avvicinamento produce l’effetto opposto, alimentando irrequietezze, stimolando prese di distanza, incoraggiando critiche che spesso si presentano come elaborazioni culturali ma che più profondamente rispondono a un calcolo di sopravvivenza politica. È accaduto nelle stagioni in cui la leadership di Silvio Berlusconi sembrava inarrestabile, quando la forza magnetica del consenso rendeva secondarie le differenze tra liberali, post democristiani e post missini, è accaduto durante l’ascesa di Matteo Renzi, il cui quaranta per cento alle europee aveva trasformato il Partito Democratico in un perno apparentemente incontrastabile del sistema, è accaduto nel momento di massima espansione del Movimento Cinque Stelle guidato da Beppe Grillo e poi da Luigi Di Maio, ed è accaduto ancora quando la crescita impetuosa della Lega di Matteo Salvini e successivamente l’affermazione di Giorgia Meloni hanno imposto nei rispettivi schieramenti una disciplina che non derivava dall’omogeneità delle posizioni ma dalla convinzione diffusa che la vittoria fosse imminente o già in atto. La coesione, in questi frangenti, non nasce da un’adesione spirituale al verbo del leader, bensì dalla razionale constatazione che l’unità intorno a una figura percepita come vincente aumenta le probabilità di partecipare alla futura distribuzione del potere, e che l’esibizione di fedeltà, anche quando non è totale sul piano delle convinzioni, costituisce un investimento sulla propria collocazione nei rapporti di forza interni. In questo quadro si colloca, con un valore che travalica l’episodio mediatico, la recente partecipazione di Pina Picierno a Radio Atreju dove l’europarlamentare del Partito Democratico si è confrontata con Carlo Fidanza, esponente di primo piano del partito guidato da Giorgia Meloni, in un dialogo che ha avuto il merito di sottrarsi alle caricature reciproche e di misurarsi su temi di politica europea e internazionale, ma che al tempo stesso ha offerto alla dirigente democratica l’occasione per marcare una distanza dalla linea della propria segretaria, Elly Schlein, soprattutto sul terreno della collocazione atlantica e della postura dell’opposizione rispetto ai conflitti in corso. Non è tanto il contenuto specifico delle critiche, per molti versi riconducibili a una sensibilità riformista che nel partito non è mai venuta meno, a risultare politicamente significativo, quanto il luogo e il contesto in cui esse sono state espresse, poiché la scelta di formulare rilievi alla leadership in una sede simbolicamente riconducibile all’avversario conferisce al gesto una valenza ulteriore, quasi a suggerire che la dialettica interna non trovi spazi sufficienti o che la necessità di differenziarsi prevalga sull’esigenza di compattare il fronte. Se si osserva l’attuale condizione del Partito Democratico guidato da Elly Schlein, emerge con chiarezza come le tensioni non possano essere lette esclusivamente alla luce di un conflitto tra un’anima riformista e una più marcatamente progressista, poiché la questione sottostante riguarda piuttosto la capacità di espansione del consenso, la possibilità cioè di trasformare la posizione di primo partito dell’opposizione in una traiettoria di crescita percepita come credibile alternativa di governo. In assenza di una progressione netta nei sondaggi, e a distanza non remota dalle prossime elezioni politiche, la leadership si trova esposta a una pressione che non deriva tanto dalla radicalità o dalla moderazione delle scelte compiute, spesso peraltro calibrate in modo da mantenere insieme sensibilità differenti, quanto dal dubbio che tale equilibrio non sia sufficiente a produrre quella dinamica ascendente che, nella storia recente, ha garantito ai leader di opposizione una sorta di immunità interna. La strategia di tenere unito il cosiddetto campo largo risponde a un’evidenza aritmetica prima ancora che ideale, poiché il sistema elettorale e la distribuzione territoriale del consenso suggeriscono che una competizione frammentata consegnerebbe con elevata probabilità la vittoria al centrodestra, ma questa scelta, per quanto razionale, comporta inevitabilmente compromessi, mediazioni, attenuazioni lessicali che possono indebolire la percezione di una proposta fortemente identitarie. E tuttavia sarebbe ingenuo ignorare che anche nelle coalizioni di governo le differenze non mancano, dalle sensibilità divergenti in politica estera alle differenti propensioni in materia di spesa pubblica, ma tali divergenze vengono ricondotte a unità dalla forza di una leadership che si colloca già al vertice dell’esecutivo e che dunque gode del vantaggio simbolico e concreto dell’esercizio del potere. La critica interna, quando si manifesta in un partito d’opposizione, non è quindi necessariamente il sintomo di una frattura insanabile, bensì il riflesso di una domanda di efficacia, di una richiesta implicita di dimostrare che la linea adottata non solo preserva l’identità ma amplia il perimetro elettorale, poiché nella politica contemporanea la legittimazione si fonda meno sulla coerenza dottrinaria che sulla capacità di attrarre consenso addizionale. In questo quadro, l’insistenza su alcune battaglie emblematiche, dal lavoro al diritto alla casa, dall’istruzione alla sanità pubblica, potrebbe costituire non un ripiegamento identitario ma una ricostruzione simbolica di un orizzonte riconoscibile, capace di mobilitare un elettorato che fatica a percepire la posta in gioco, mentre l’eventuale utilizzo di strumenti referendari su temi ad alta densità valoriale potrebbe offrire un terreno di confronto in grado di polarizzare il dibattito e di misurare sul campo la capacità di aggregazione. In definitiva, la questione non è se la linea politica sia astrattamente condivisibile o meno, bensì se essa riesca a tradursi in un incremento tangibile del consenso, poiché nei partiti contemporanei la fedeltà non è mai un atto puramente ideale ma un calcolo prospettico, e il potere, anche quando è solo possibile e non ancora conquistato, continua a esercitare una forza ordinatrice che ricompone le differenze e disciplina le ambizioni.

 

Giuseppe Cerullo

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