Marano. Chiude il Teatro Alfieri: tra amarezza, responsabilità e il bisogno di rinascere

 

Foto di repertorio

La chiusura del Teatro Alfieri rappresenta una ferita profonda per Marano. Non è soltanto la sospensione di una stagione teatrale: è l’interruzione di un presidio culturale che, dal 2015, ha provato a tenere accesa una luce in una città spesso descritta come “senz’anima”.

L’annuncio è arrivato attraverso i social, con parole cariche di dispiacere e rabbia da parte del gestore Fabio Izzo: “da domani il teatro chiuderà tutte le attività di spettacolo per la mancanza di un piano antincendio aggiornato e a norma”.

Una questione tecnica, certo, ma dalle conseguenze pesanti. Si parla di sicurezza, di autorizzazioni, di responsabilità amministrative che non possono essere sottovalutate.

La reazione degli abbonati non si è fatta attendere. C’è dolore, ma anche indignazione. Per molti il Teatro Alfieri era l’unica struttura culturale attiva sul territorio maranese. Emerge con forza una domanda: com’è possibile che un teatro pubblico, dato in concessione dal Comune, non abbia provveduto per tempo all’adeguamento delle norme antincendio? La sicurezza non è un dettaglio burocratico, è un dovere imprescindibile.

Le responsabilità, come spesso accade, non sembrano essere di una sola parte. Se da un lato la direzione avrebbe dovuto vigilare con maggiore attenzione sulla regolarità delle autorizzazioni, dall’altro anche le amministrazioni che si sono succedute avrebbero dovuto pretendere, fin dall’inizio, il pieno rispetto di ogni requisito normativo. L’adeguamento degli impianti antincendio comporta costi, lavori, programmazione. Ma risparmiare sulla sicurezza, o rimandare, significa costruire su fondamenta fragili.

In questo clima di tensione, va riconosciuto un gesto importante: la disponibilità pubblica di Fabio Izzo a restituire personalmente la quota dovuta agli abbonati. Un atto che testimonia senso di responsabilità verso chi aveva già pagato in anticipo e ora si trova privato di un servizio.

Eppure la vicenda non può essere ridotta a uno scontro tra cittadini delusi e gestori in difficoltà. Il Teatro Alfieri, inaugurato il 25 ottobre 2015 durante l’amministrazione del sindaco Angelo Liccardo, è stato per anni un laboratorio culturale vivo. Fino al 2023 la gestione della triade composta da Mario Simeoli, Antonio Furiano e Fabio Izzo ha garantito continuità e qualità. Successivamente anche con Izzo gestore unico ci sono state queste garanzie: l’affidamento della direzione artistica a Lino Barbieri ha rappresentato un ulteriore slancio, portando in città un nome di richiamo nazionale.

Chi ha vissuto quel teatro da dentro, come l’ex addetto stampa Domenico Rosiello, che per anni ha svolto il proprio incarico gratuitamente, parla di un pezzo di cuore che se ne va. E non è retorica. In una realtà dove spesso il degrado urbanistico e sociale prende il sopravvento, ogni spazio di cultura diventa un argine, un luogo di comunità, un simbolo.

Le parole dell’avvocato Carlo Carandente Giarrusso colpiscono come un monito: “Questa città ha smarrito e perso tutto, un pezzo dopo l’altro. È rimasto solo il cemento, freddo e muto, a coprire ciò che rimane”. È un’immagine dura, ma che invita alla riflessione collettiva.

La chiusura del Teatro Alfieri non deve trasformarsi nell’ennesimo capitolo di rassegnazione. Deve invece essere l’occasione per fare chiarezza, individuare responsabilità, ma soprattutto trovare soluzioni rapide e concrete. Perché un teatro non è solo un edificio: è una comunità che si riconosce, si confronta, cresce.

Marano non può permettersi di perdere anche questo. La sicurezza va garantita, i diritti degli abbonati rispettati, ma l’obiettivo finale deve essere uno solo: riaprire il sipario. E farlo con regole chiare, trasparenza e una visione che rimetta la cultura al centro.

Red

 

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