Il mio modo di fare giornalismo l’ho descritto tante
volte. Ma, visto che stamani ho dedicato il fondo di apertura a mia madre, che
non c’è più, rafforzo il concetto: nasce da casa.
Dai valori che mi hanno insegnato mia madre e mio
padre, molto prima che imparassi a scrivere un articolo (tardi) o a distinguere
una notizia da un’opinione (tardi), ma già allora senza offendere e denigrare
le persone, come purtroppo qualche collega fa. Quei valori sono stati, e
restano, la mia bussola.
Mi hanno insegnato il rispetto per le persone, prima
ancora che per i ruoli. L’attenzione per chi non ha voce. Il senso della
responsabilità delle parole.
Mi hanno insegnato che il lavoro va fatto bene, senza
scorciatoie, e che la dignità non è negoziabile. Che capire è più importante
che giudicare e che la verità non ha bisogno di essere urlata per essere forte.
Porto questi principi nel giornalismo ogni giorno.
Significa verificare i fatti, contestualizzarli, raccontarli senza deformarli. Significa
ricordare che dietro ogni notizia ci sono vite reali, famiglie, storie che
meritano rispetto.
Significa rifiutare il sensazionalismo, non usare il
dolore come spettacolo, non piegare l’informazione a interessi estranei alla
verità.
Credo in un giornalismo che informi senza ferire, che
sia libero ma responsabile, critico ma umano. Un giornalismo che non confonda
la velocità con la superficialità, né l’opinione con il fatto. Un giornalismo
che serva i cittadini, non se stesso.
Questa è la bussola che mi accompagna. È la stessa che
ho ricevuto in famiglia. Finché scriverò, proverò a seguirla: con onestà,
rispetto e senso del dovere.
Perché il giornalismo, come la vita, si misura anche
da come si sceglie di raccontarla.
Mi.Ro.
