Calvizzano. La panchina degli “ultimi”: una promessa sospesa tra cultura e timori

 

Caro Giorgio Zapparella (poeta calvizzanese),

da uomo di cultura avevi accolto con favore un’idea semplice e potente: dedicare, in un paese già ricco di panchine, una panchina agli “ultimi”. Un gesto simbolico, civile, capace di ricordare che una comunità si misura anche dalla sua attenzione verso chi resta ai margini. Un’idea che ti era stata promessa in campagna elettorale e che avevi considerato non come un capriccio estetico, ma come un segno di memoria e responsabilità collettiva.

Eppure, quella promessa è rimasta tale. Non per mancanza di panchine, né per assenza di spazio, ma per una resistenza più sottile: il timore, da parte di qualcuno, che dedicare una panchina “letteraria”, con il volto di Francesco Davide, detto “Spellichione”, potesse risultare blasfemo o inopportuno. Un giudizio che, più che proteggere la sensibilità di qualcuno, sembra rivelare la difficoltà ad accettare simboli che parlano di fragilità, diversità e marginalità.

La responsabilità, va detto, non può ricadere solo su chi quella promessa l’aveva fatta. Le idee, soprattutto quelle che toccano corde profonde della cultura e dell’identità, hanno bisogno di un terreno fertile per crescere. Quando prevale la paura del simbolo, la cultura arretra e le promesse si sfilacciano.

Non ti resta, dunque, che attendere tempi migliori. Forse la prossima consiliatura, forse un’amministrazione capace di comprendere che una panchina non è solo un arredo urbano, ma può diventare una pagina di racconto civile. Sempre che non vinca, ancora una volta, chi continuerà a pensare che “Spellichione” non vada bene.

Fino ad allora, quella panchina resterà vuota. Ma l’idea no: continuerà a chiedere ascolto, come fanno, da sempre, gli ultimi.

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