Il fosso come vuoto e come minaccia: l’immagine di una città che ha perso pezzi, funzioni e visione, e che oggi cammina sul bordo di ciò che manca, costretta prima a guardare l’abisso per poter immaginare una risalita.

Uno stadio chiuso da anni: il fosso non è solo nell'asfalto, ma negli spazi pubblici lasciati vuoti
Il fosso, detto anche ’o fuosso, è forse l’immagine che meglio racconta Marano di Napoli.
A una lettura superficiale il riferimento potrebbe
sembrare banale, ricondotto alle pessime condizioni del manto stradale. Ma il
fosso, a Marano, è molto più di una buca nell’asfalto.
Il fosso è un vuoto. È ciò che dovrebbe esserci e non
c’è. È assenza di sostanza.
Ed è proprio questa assenza a descrivere una città che
dovrebbe offrire servizi, opportunità, prospettive, ma che da anni non
restituisce quasi nulla ai suoi cittadini.
È assente la politica, in una città ciclicamente
commissariata.
È assente un collegamento ferroviario con Napoli: l’ex
Alifana è stata cancellata e al suo posto sono sorti palazzi.
Sono assenti grandi assi di collegamento, uno stadio
ormai abbandonato, il mercato ortofrutticolo chiuso e lasciato al degrado, il
giudice di pace trasferito altrove.
Manca anche un clima di confronto sereno: la
tolleranza verso la pluralità delle voci appare ridotta e il dibattito pubblico
spesso schiacciato su posizioni polarizzate, come se la complessità fosse un
ostacolo più che una risorsa.
Un elenco che potrebbe continuare ancora a lungo.
Ma il fosso non è solo assenza. È anche pericolo.
È qualcosa da evitare, da schivare: scansato ’nu
fuosso, si dice. E mai come oggi Marano avrebbe bisogno di scansarsi alcuni
fossi, perché il rischio è quello di scivolare ancora più in basso.
Dal degrado amministrativo alla progressiva perdita di
funzioni e presìdi, la città sembra avviata lungo una discesa che può portare
sempre più a fondo. Fino alle fosse delle Marianne, che non a caso
rappresentano il fosso più profondo del pianeta.
Ecco perché il fosso non è una metafora banale. È una
fotografia.
E come tutte le fotografie, costringe a guardare la
realtà per quella che è, prima ancora di immaginare come cambiarla.
Giuseppe Cerullo