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| Avv. Sabatino |
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Le considerazioni che seguono esprimono esclusivamente il punto di vista dell’autore e non impegnano la linea editoriale della testata, che resta disponibile a ospitare contributi civili e argomentati anche di segno opposto, comprese le ragioni a sostegno del “SÌ” al referendum, nell’interesse di un confronto democratico informato.
Dall’avv. Franco Sabatino riceviamo e pubblichiamo
“Credere in un giornalismo libero e di servizio significa contribuire al rafforzamento del senso civico e della partecipazione democratica dei cittadini”
Nella Gazzetta Ufficiale n. 10 del 14 gennaio 2026 è stato pubblicato il decreto del Presidente della Repubblica del 13 gennaio 2026 con il quale è stato indetto, per i giorni di domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026, il referendum popolare confermativo della legge costituzionale recante:
“Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”.
Il 16 gennaio 2026, su questo giornale, mi sono già soffermato sulla proposta referendaria, distinguendo, sul piano politico e istituzionale, gli interessi della politica da quelli dei cittadini.
Con l’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale, ritengo opportuno sottoporre alle elettrici e agli elettori alcune ulteriori considerazioni.
Perché votare “NO”
Il tema della separazione delle carriere dei magistrati è presente nel dibattito politico italiano da molti anni, in particolare nell’area del centrodestra, sin dal 1994.
Nel corso del tempo, esponenti politici di primo piano hanno indicato tale riforma come prioritaria, riconducendone la mancata attuazione a divergenze interne alle coalizioni di governo.
All’interno dei governi di centrodestra si sono infatti sviluppati orientamenti differenti:
uno favorevole alla separazione delle funzioni, ma non delle carriere;
un altro attento al rischio di una possibile subordinazione del Pubblico Ministero al potere esecutivo.
L’attuale proposta sottoposta a referendum presenta, a mio avviso, una connotazione politica più marcata, che può essere letta come:
un irrigidimento del confronto istituzionale con la magistratura;
una riaffermazione del primato della politica rispetto agli altri poteri dello Stato;
una attenzione non prioritaria alle disfunzioni strutturali del sistema della giustizia.
Nel dibattito pubblico recente sono emerse posizioni fortemente critiche nei confronti degli organi di controllo, accompagnate da dichiarazioni che hanno sottolineato il ruolo della legittimazione elettorale nelle decisioni politiche.
La Costituzione, tuttavia, stabilisce principi chiari:
l’art. 106 prevede che le nomine dei magistrati avvengano per concorso;
l’art. 3 sancisce l’eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.
Nel confronto politico, il tema delle immunità parlamentari è stato talvolta oggetto di interpretazioni estensive, che hanno alimentato un ampio dibattito pubblico, anche in relazione alle richieste di dimissioni rivolte a rappresentanti istituzionali coinvolti in procedimenti giudiziari.
Quanto al rapporto tra politica e organi di controllo, va ricordato che la Corte dei Conti, con deliberazione depositata il 27 novembre 2025, ha espresso rilievi critici sul riavvio del progetto del Ponte sullo Stretto di Messina, evidenziando profili di legittimità e criticità finanziarie, con particolare riferimento ai rischi di superamento dei costi.
A tali rilievi sono seguite dichiarazioni politiche di segno critico, che hanno qualificato l’intervento della magistratura contabile come una indebita interferenza. Successivamente, il Governo ha ritenuto opportuno attendere le motivazioni del provvedimento.
In un momento successivo, è stata assunta la decisione di procedere alla nomina di due commissari straordinari, individuati nelle persone di Pietro Ciucci, attuale amministratore delegato della Società Stretto di Messina, e di Aldo Isi, amministratore delegato di Rete Ferroviaria Italiana.
Nel dibattito pubblico a sostegno della proposta referendaria, tali passaggi risultano, a mio avviso, poco valorizzati.
In relazione alle decisioni dei magistrati giudicanti e alla tesi della loro presunta vicinanza funzionale ai magistrati requirenti, si potrebbe coerentemente riflettere anche sull’assetto degli organi parlamentari chiamati a pronunciarsi sulle autorizzazioni a procedere, valutando soluzioni che rafforzino l’imparzialità percepita, secondo il principio per cui i controllori non dovrebbero coincidere con i controllati.
L’evoluzione del dibattito pubblico mostra come una parte crescente della società, in particolare tra le nuove generazioni, sia sempre meno sensibile a slogan e semplificazioni, privilegiando l’analisi critica e l’approfondimento.
Parte dell’informazione nazionale ha espresso valutazioni severe sulla qualità del confronto parlamentare, alimentando un diffuso senso di preoccupazione rispetto al livello del dibattito istituzionale, in un Paese storicamente considerato la patria del diritto.
Il politologo Giovanni Sartori definì gli italiani “un popolo bue”. Personalmente, preferisco richiamare la poesia Il bove di Carducci, che restituisce l’immagine di un popolo dignitoso, paziente e silenzioso, ma non privo di consapevolezza.
È tempo di raddrizzare la schiena e partecipare al voto.
L’autore si assume ogni responsabilità in ordine al contenuto di quanto scritto.
Nessuna responsabilità è configurabile nei confronti di altri soggetti, ai sensi dell’art. 57 c.p.
(Corte di Cassazione, Sez. V Penale, sentenza n. 35511 del 16 luglio 2010).
Grazie per l’ospitalità, cordialmente
Avv. Franco Sabatino
e-mail: fransabatino@libero.it
Nota della redazione
Il presente articolo è pubblicato come contributo di libera opinione.
Le valutazioni espresse sono attribuibili esclusivamente all’autore.
La testata, nel rispetto del pluralismo e del confronto democratico, è disponibile a ospitare interventi che illustrino posizioni differenti, comprese le ragioni a sostegno del “SÌ” al referendum, purché espressi in forma civile, argomentata e conforme alle leggi vigenti.
La pubblicazione non implica condivisione delle opinioni espresse da parte della redazione.
Red.
“Fidarsi dei giovani: il dovere di lasciare spazio al futuro”
L’avv. Sabatino invita le generazioni più anziane a farsi da parte e consegnare ai giovani la responsabilità di ridisegnare i valori e guidare il Paese. Il direttore di Calvizzanweb sottolinea: dare voce ai giovani non basta, bisogna anche affidare loro potere e decisione per rendere ogni riforma concreta.
Conclusione dell’Avv. Sabatino:
Caro Direttore, in un mio precedente intervento mi rivolsi ai giovani. Lei con affettuosa arguzia mi tacciò di “nostalgia”. Sì, è vero! E di tanto Le sono grato. La emarginazione della nuova generazione Oggi mi ripeto, con più incisività! Noi abbiamo il dovere di immaginare il domani del nostro Paese. La società italiana è vecchia. Ha bisogno di una radicale trasformazione. Noi, compreso chi scrive, dobbiamo sentire il dovere morale e culturale di farci da parte e lasciare ai giovani la responsabilità di progettare e governare il loro futuro.
La nuova generazione deve, non solo intercettare le istanze più sentite degli italiani, ma ridisegnarne i valori.
Avere cultura e preparazione professionale per affrontare le nuove sfide.
Queste competenze devono essere investite nel nostro Paese. Non trasferite altrove.
Con affetto.
Risposta del Direttore di Calvizzanweb:
Caro Avv. Sabatino, la sua “nostalgia” non è rimpianto del passato, ma responsabilità verso il futuro. Il richiamo a farsi da parte per lasciare spazio ai giovani è insieme lucido e scomodo, proprio per questo necessario.
Il nodo vero resta quello che lei indica: non solo dare voce alle nuove generazioni, ma fidarsi di loro fino a consegnare potere, visione e decisione. Senza questo passaggio, ogni riforma, referendum compreso, rischia di restare un esercizio sterile.
