“Le parole come semi”: conversazione con Erri De Luca, scrittore, viaggiatore e voce controcorrente (prima parte)
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| Erri De Luca |
L’incontro-intervista con lo scrittore
napoletano Erri De Luca si è svolto l’8 novembre 2022 presso la Facoltà di
Lettere dell’Università Babeș-Bolyai di Cluj-Napoca. L’evento è stato ideato e
organizzato da Patrizia Ubaldi, docente e promotrice culturale di origini
calvizzanesi, già responsabile fino al 2024 del Centro Culturale Italiano di
Cluj. L’occasione è nata dopo un primo incontro a Napoli, in occasione della
presentazione del libro Spizzichi e bocconi, e si è resa possibile grazie alla
tenacia e all’impegno della Ubaldi, che ha coinvolto Erri De Luca in una tappa
romena dei suoi viaggi umanitari nei territori colpiti dalla guerra in Ucraina
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| Patrizia Ubaldi, prima da sinistra, accanto a De Luca |
L’incontro con Erri De Luca, avvenuto l’8 novembre 2022 presso la Facoltà di Lettere dell’Università Babeș-Bolyai di Cluj-Napoca, è stato molto più di una semplice intervista: è diventato una conversazione aperta, viva, intima, tra scrittura e vita, tra memoria e impegno civile. Organizzato da Patrizia Ubaldi, eccellenza napoletana in Europa, di origini calvizzanesi (abita a Marano) e fino al 2024 responsabile del Centro Culturale Italiano di Cluj-Napoca, l’evento è nato da un’intuizione: un’idea coltivata dopo aver ascoltato De Luca a Napoli, in occasione della presentazione del suo ultimo libro Spizzichi e bocconi (Feltrinelli, 2022), e cresciuta grazie a uno scambio costante fatto di email e messaggi.
Appena rientrato da una missione umanitaria in
Ucraina, dove ha portato aiuti a due orfanotrofi insieme a Giacinto Fina, Erri
De Luca ha raggiunto Cluj. Di fronte a un pubblico attento e partecipe,
composto non solo da studenti, ha ripercorso la sua straordinaria traiettoria:
dalla Napoli dell’infanzia all’impegno nella sinistra extraparlamentare, dalle
mani sporche di lavoro operaio alla scrittura come strumento di indagine del
mondo, fino all’esperienza dei viaggi nei territori segnati dalla guerra.
Scrittore, poeta, traduttore autodidatta di lingue
antiche e moderne, viaggiatore infaticabile e testimone lucido del nostro
tempo, De Luca ha mostrato ancora una volta quanto ogni parola – come le
foglie, i capelli, le gocce, le pagine – possa staccarsi e mettersi in cammino,
portando con sé storie, domande, ferite, resistenze.
Quella che segue è la trascrizione di quell’incontro.
Un dialogo essenziale, profondo, umano.
Napòlide
inizia con un distacco, un distacco voluto, cercato, ma quanto le è costato
lasciare Napoli?
Sono uno di Napoli, nato a Napoli nella metà del
secolo scorso, e la città, all’epoca, aveva la più alta mortalità infantile
d’Europa. I bambini che superavano questa soglia di sbarramento innaturale,
questa specie di decimazione dovuta alla mancanza di nutrizione, di cure
sanitarie, beh, quelli che superavano questa soglia di sbarramento, poi,
andavano a lavorare, invece di andare a scuola. Poi, è stata una città che era
ancora piena di emigranti; uno dei motivi del risorgimento dell’economia
italiana del dopoguerra, che viene attribuita al Piano Marshall degli aiuti
americani, tace il fatto che l’economia italiana del dopoguerra è stata
sostenuta dalle rimesse degli emigranti che lavoravano in nazioni con della
moneta più forte della lira e che, quindi, producevano questa ricchezza
aggiunta all’economia italiana. Napoli aveva anche il dubbio onore di ospitare
la sesta flotta degli Stati Uniti d’America. Era una città completamente
consegnata a questo servizio dello Stato nei confronti della potenza vincitrice,
quella che ci aveva liberato dal nazi-fascismo. Dunque, migliaia di militari
americani venivano a sbarcare la loro astinenza a terra e se commettevano un
reato ne rispondevano alla magistratura militare americana, e non alla
magistratura italiana; Napoli era una specie di enclave americana dentro
l’Italia di allora.
Vengo da questa città, sono cresciuto in questa città.
Una mia caratteristica fisica è quella che più crescevo, più assomigliavo a
quei militari americani. Questo è dovuto al fatto che mia nonna, la mamma di
mio padre, era un’americana, che era venuta in Italia all’inizio del secolo
scorso, aveva sposato un napoletano, ed è rimasta poi a Napoli per tutta la
durata della sua vita, non è più tornata in America. Ha messo dei nomi
americani ai suoi figli e il nome che io porto, Erri, è il semplificato del nome
americano di mio zio, che si chiamava Harry (ma con la “H”, la “Y”). Ho avuto una certa difficoltà durante la mia
infanzia napoletana a spiegare da dove veniva questo nome. E così, questo
disturbo che mi ha accompagnato durante l’infanzia, si è poi manifestato nel
modo con cui ho semplificato il mio nome: l’ho scritto “Erri”, come si
pronuncia e basta. Dunque, da queste premesse, si capisce che non ci potevo
stare, più crescevo in quella città, più mi pesava quella condizione. Mi pesava
anche il fatto che venivo da una famiglia borgese che non mi ha fatto mancare
nulla, ma intanto mi ha fatto riconoscere continuamente questo privilegio nei
confronti di tutti gli altri miei bambini coetanei che questo privilegio non lo
avevano affatto, che mancavano di tutto. Non soffro di sentimenti di colpa, da
questo punto di vista non mi sentivo colpevole del privilegio, però sentivo di
doverne rispondere in qualche modo. Avevo un sentimento di vergogna, che è
diverso dal sentimento di colpa. Considero il sentimento di vergogna un
sentimento politico, perché ti costringe a rispondere. Ultimamente abbiamo
sentito dei risentimenti politici che andavano sotto il nome di “indignazione”.
Ci sono gli indignati, ce ne erano anche in Spagna (il movimento degli
Indignati). L’indignazione è un sentimento provvisorio, di passaggio; prima ti
indegni, poi ti passa, non sei indignato permanentemente, non sei indignato a
vita. Anche il sentimento della collera, che può essere un sentimento politico,
dopo sbollisce. La vergogna no, non passa, non passa fino a che non hai cercato
di rimuoverla, di rimuoverne le cause, di reagire a questo sentimento di
vergogna.
Dunque, per questi motivi, io mi sono staccato da
Napoli, staccato di forza, adopero per me stesso un’immagine, quella di un
dente che si è cavato da una mascella, si è cavato da solo, non era ammalato,
non c’era bisogno di un dentista che lo estraesse. Però era così, dovevo
tirarmi fuori di lì. Quando si estrae un dente dalla mascella con tutte le sue
radici, quelle radici non si mettono più in nessun’altra mascella, rimangono
ballonzolanti fuori, ovunque vadano non si trapiantano in un altro luogo. Allora
ho usato questo termine inventato da me di Napòlide, cioè qualcuno che ha perso
la cittadinanza (apolide), però l’ha persa a Napoli. Venendo da lì non si può
avere più cittadinanza da nessuna parte. Questo spiega a me il motivo per cui a
18 anni mi sono tirato fuori di lì e mi sono andato a disperdere dentro una
geografia e una generazione che in quegli anni, appunto la fine degli anni ’60,
era tutta quanta in movimento, mobilitata nelle strade per manifestazioni, per
sue agitazioni. Ecco, io poi ho aderito alle ragioni di quelle agitazioni, non
potendo fare altrimenti. È stato quello un modo con cui ho cercato di smaltire
quel primo sentimento di vergogna che mi ha accompagnato e che mi accompagna
sempre, mi accompagna ancora adesso. Provo sentimento di vergogna di fronte
all’invasione di un paese europeo in pieno 2022. Provo un sentimento di
vergogna per la maledizione di questo ritorno della guerra in Europa. Ho fatto
parte della prima generazione della storia d’Europa che a vent’anni non è stata
chiamata a decimarsi contro altre generazioni nemiche. Tutta la storia d’Europa
prima della mia generazione ha avuto decimazioni di tutta la gioventù: mio
padre, mio nonno e via andando indietro. Tutte le generazioni hanno conosciuto
delle guerre di distruzione in Europa.
In Non ora, non qui la parola peso è ricorrente. Troviamo il peso della folla, il peso del tempo, il peso del cibo, il peso del ricordo. Ma su questo peso, quasi un’oppressione claustrofobica, che peso ha avuto Napoli?
Napoli è il mio luogo di origine, il luogo della mia
lingua madre. In Italia si parlano un sacco di dialetti locali; l’Italia è una
lingua nazionale che è arrivata tardi. L’unità linguistica d’Italia l’ha fatta
piuttosto la radio e la televisione, più che l’unità politica d’Italia. Durante
la Prima guerra mondiale, l’esercito italiano era composto da soldati che
venivano da ogni parte d’Italia, che, parlando solamente il dialetto, non si
capivano. Dunque, nell’esercito italiano di allora c’era un interprete che
spiegava ai soldati, nelle diverse lingue locali, gli ordini che venivano
trasmessi in italiano. Vengo da questa parlata locale, che è la mia lingua
madre, la lingua che ho parlato con mia madre, con la mia famiglia, è la lingua
delle storie che ho ascoltato; ho ascoltato le storie della metà del secolo
precedente alla mia nascita. Mi è stata trasmessa per via orale, dalle voci e
dai racconti delle donne di Napoli. Erano storie che riguardavano certamente la
guerra, i bombardamenti. Napoli è la citta che ha incassato più bombardamenti
tra le città d’Italia; tutta l’infanzia e l’adolescenza di mia madre è stata
marcata dal suono della sirena dell’allarme aereo. Lei si è svegliata tutte le
notti della sua vita con l’incubo della sirena dell’allarme aereo. Me l’ha così
trasmesso che io credo che quella sia stata la colonna sonora del 1900 (il
suono della sirena dell’allarme aereo).
Queste storie riguardavano storie di terremoti, perché
Napoli è una citta sismica; a Napoli hanno avuto anche una eruzione, del
Vesuvio. Poi c’erano le storie dei fantasmi: Napoli era piena di fantasmi, ogni
famiglia e ogni casa aveva storie di fantasmi. Adesso non ci sono più fantasmi,
si sono esauriti, come narrativa, entro il 1900. I fantasmi, come tutte le
persone assenti, come tutte le persone che noi perdiamo, scompaiono quando non
vengono più nominati. Scompaiono del tutto le persone che abbiamo perduto,
solamente quando smettiamo di nominarle, di ricordarle, di evocarle con qualche
ricordo affettuoso, simpatico, buffo. Io consiglio a quelli che vogliono essere
ricordati a lungo, di seminare la propria vita di episodi buffi, non di episodi
tragici. Dispiace ripetere e raccontare episodi tragici, ma sono gli episodi
buffi che rimangono sempre pronti nella narrativa orale, per essere ricordati,
per rimanere impressi, e finché si parla di persone che hanno dato vita a
episodi buffi, si ha modo per non scomparire del tutto.
C’erano quindi tutte queste narrative, che per un
bambino erano tutte narrative uguali, non faceva differenza un bombardamento da
un fantasma. Però, quello che succedeva, era che le voci delle donne riuscivano
a trasmettermi immedesimazione fisica. La modulazione di frequenza della voce
umana è tale per cui, almeno nella cadenza, in dialetto napoletano, quelle
storie mi facevano reagire fisicamente. Io sentivo fisicamente nei nervi quello
che loro stavano raccontando. Era come se si trasmettesse per via orale una
competenza, una esperienza fisica.
Dunque, io dipendo, per il mio sistema nervoso e anche
il mio sistema sentimentale, dai racconti di quelle donne, dai racconti di
quelle storie orali. La mia educazione sentimentale è napoletana, completamente
napoletana. Per educazione sentimentale intendo quella dei sentimenti fondanti
di una persona, il sentimento della compassione, della collera, il sentimento
della giustizia. Il sentimento della giustizia è il primo sentimento che spunta
nella vita di una creatura, di un bambino. La prima obiezione che un bambino fa
al mondo degli adulti è “non è giusto”. Come fa a sapere lui che cosa è giusto?
Come si permette di intervenire sul senso di giustizia? Ed è il primo che si
manifesta dentro di noi; prima del sentimento “non è bello” o “non è buono” si
manifesta “non è giusto”. Capisce che c’è qualcosa che non funziona tra quello
che dicono gli adulti e come si comportano. Questa differenza tra quello che
dicono e quello che fanno per lui non è giusta, è quello il primo sentimento di
giustizia.
Ecco, tutti questi sentimenti mi si sono formati a
Napoli; perciò, ho un’educazione sentimentale completamente napoletana, o sono
di madrelingua napoletana. Parlo il napoletano con me stesso, perché io vivo da
solo; ho molto tempo per parlarmi, mi recito delle poesie napoletane, delle
canzoni, mi irrito con me stesso in napoletano, mi insulto in napoletano. Anzi,
per chi mi vuole insultare, gli raccomando di insultarmi in napoletano, perché
in italiano non mi fa niente.
Questo è il mio impianto napoletano, sono
completamente napoletano. La prima volta che ho scritto un libro, si chiama Non
ora, non qui, Feltrinelli ha acquistato questo manoscritto e l’ha pubblicato.
Poi ha chiesto a uno scrittore napoletano (Raffaele La Capria) di scrivere una
quarta di copertina per presentare questo nuovo scrittore; lui scrisse una
generosa quarta di copertina in cui accennava a un’atmosfera alla Bergman, tipo
il posto delle fragole. E io dissi: “E Napoli? Perché non ci ha messo Napoli in
questa quarta di copertina?”. Così ebbi la sfrontatezza di chiedergli di
aggiungere Napoli alla quarta di copertina. Lui mi disse che non aveva messo
questa cosa perché voleva affrancarmi dalla dicitura di scrittore napoletano.
Io non mi voglio affrancare da questa dicitura, però
inverto: io sono un napoletano che scrive storie. Questa è la mia formula.
Prima di scrivere storie, però, sono un lettore. La definizione che do di me
stesso è quella di essere un lettore, perché leggo molto più di quanto scrivo;
posso leggere in diverse lingue ma posso scrivere solo in italiano, e poi, la
differenza principale è che la lettura mi ha fornito delle felicità improvvise,
delle scoperte, delle rivelazioni che la mia scrittura non mi consente. La mia
scrittura, al massimo della mia soddisfazione, è pensare che meglio di così non
le so scrivere quelle pagine. La felicità che mi ha potuto dare la lettura è
irraggiungibile nella mia scrittura.
Non
ora, non qui
è stato pubblicato alla soglia dei quaranta anni. Considerando quello che dice
in altri romanzi, che “lo scrivere non è un lavoro, è un riposo”, la
pubblicazione di “Non ora, non qui” lo considera più un punto di arrivo nella
vita di lavoratore o un punto di partenza nella vita di scrittore
Non considero la scrittura un lavoro, almeno per la
mia, escludo che si tratti della parola lavoro. Ho conosciuto la parola lavoro
sotto un’altra formula, come si dice in termini socio-economici di vendita di
forza lavoro in cambio di salario; ho fatto l’operaio per vent’anni, quello era
il lavoro. Era così impegnativo quel lavoro che ecco che sia la lettura che la
scrittura avevano dei margini dentro quel tempo preso e venduto per lavoro,
motivo per cui la scrittura e quel piccolo pezzetto di giornata dedicato alla
scrittura aveva questo valore aggiunto di essere un tempo festivo, un tempo che
contrastava il tempo di lavoro, che voleva giustificare quel tempo di lavoro.
Non avevo perduto e venduto tutta quanta la mia giornata e la mia forza, se
riuscivo ad aggiungere qualche riga, una pagina alla fine di una giornata di
una storia che avevo in testa e che mi teneva compagnia durante le ore di
lavoro.
Dunque, per me la scrittura è stata sempre questo
tempo festivo nella mia giornata, e ancora adesso è così. Ho mantenuto ancora
le abitudini di quella vita operaia, di quella vita di allora. Mi alzo molto
presto la mattina, vado a dormire molto presto la sera. Quel tempo di vita mi
ha scandito le ore e i giorni. Quindi proprio non posso usare per me la parola
lavoro per la scrittura. Poi, Non ora, non qui è arrivato al mio circa
tredicesimo anno di lavoro operaio e ho continuato a fare quel lavoro operaio per
altri sette anni. Quindi quella prima pubblicazione non mi ha cambiato niente,
è stata una specie di tredicesima arrivata fuori salario. Anche le
pubblicazioni successive non mi hanno cambiato i connotati. Quello che hanno
cambiato per me è stato il fatto che ho potuto mettere nelle mani di mio padre
poco prima che morisse quel primo libro. Lui al tempo aveva disperato di
potersi immaginare il seguito di quel primo figlio, un figlio che lo aveva
completamente tradito e rovesciato nelle sue aspettative. A quel tempo lui
abitava in casa con me e aveva dovuto vendere le sue attività che svolgeva
prima. Gli ho potuto mettere in mano qualcosa che aveva il senso di una
alternativa alla vita che avevo svolto fino ad allora. All’epoca lui era
diventato cieco, le storie gliele leggeva mia madre. Fece il gesto di prendere
quel libro e di mettere il naso dentro, odorò nella costola tra le due pagine e
poi lo richiuse e me lo riconsegnò. Quel primo libro ha avuto il senso per me
di poterlo congedare dalla sua vita facendogli immaginare un seguito diverso. (continua...

