“I Sabati di Cultura”. Il Reverendo e Professore Biagio Visconti, eminente cittadino calvizzanese del Seicento
“Non
le farà sì bella sepultura
la
vipera che Melanesi accampa,
com’avria
fatto il Gallo di Gallura”.[1]
(Dante,
Purgatorio VIII, 79-81)
Dal
1696 insegnò anche Giurisprudenza Civile ed Economica presso la “laica” Università
di Napoli, oggi intitolata a Federico II.
Dal
1703 ottenne anche la cattedra di Teologia, a seguito di pubblico concorso. Sebbene
non si conosca con precisione la data della morte di questo nostro concittadino,
essa dovette avvenire di sicuro dopo il 1708, poiché esistono notizie su di lui
fino a tale anno.
Era
figlio di Marino, il cui cognome ci è giunto oscillante fra la forma “Visconte”
e “Visconti”, come spesso accadeva nel passato, quando la grafia dei
nomi riportati o trascritti a mano, li faceva spesso oscillare a seconda
dell’estensore dei documenti e del lettore e destinatario successivo. Sua madre
era una certa Diana Varavallo (o, forse, Varavella).
Nacque
nel 1660, nella casa di famiglia, come abitualmente accadeva non solo nei
secoli passati, ma addirittura fino agli anni Sessanta del Novecento, quando, invece,
si diffuse la pratica della nascita medicalizzata, effettuata in ospedale o in
clinica. È questa la ragione per cui raramente, per non dire quasi mai,
troviamo che un bambino o una bambina dagli atti risulti nato a Calvizzano nell’
ultimo sessantennio circa, non essendovi sul territorio comunale centri medici
specifici.
Biagio
Visconti visse l’infanzia in modo tranquillo, rivelando interesse, dedizione
allo studio e grande capacità di apprendimento. Infatti, a 15 anni, per poter
continuare gli studi di “Umanità e Retorica”, si trasferì a Napoli.
La
nostra città, in quel momento storico, era un importante centro di formazione e
di studio per coloro che aderivano alla Compagnia di Gesù, i “Gesuiti”,
l’Ordine religioso fondato da Sant’Ignazio di Loyola nel 1534, che, dopo aver
conosciuto i fasti di una rapida diffusione, dalla metà del XVI secolo, subì un
lento declino, a causa di un’eccessiva “politicizzazione” dei suoi aderenti. Tale
processo di perdita di prestigio testimoniale continuò fino a portare allo
scioglimento dell’Ordine, decretato dal papa Clemente XIV, nel 1773. Il trauma per
i Gesuiti non si assorbì facilmente né rapidamente, anche perché il diffuso
“laicismo” del periodo storico contagiò un po’ tutti i Paesi dell’area cristiano-cattolica
europea. Perfino la nostra gloriosa istituzione universitaria partenopea, la Federico
II, ritenne opportuno porre una lapide a celebrazione e memoria dello
scioglimento della Compagnia, tuttora in loco, presso il “Cortile del
Salvatore”, dov’è l’antica Biblioteca Universitaria.
Il
riconosciuto valore dei Gesuiti nel campo dell’evangelizzazione e
dell’educazione dei giovani non poteva, tuttavia, andare perduto e presto ci si
rese conto che non si sarebbe dovuto e potuto fare a meno del “modello
ignaziano”, per frenare i fermenti illuministici e l’eccessiva
desacralizzazione della società civile, tra fine Settecento e inizio
dell’Ottocento. Questo suggerì al papa Pio VII (asceso al soglio pontificio nel
1800 e rimastovi fino al 1823) di ricostituire l’Ordine, nel 1814, così da
ridare nuovo slancio e vigore ai suoi membri, in un momento di profonda crisi
religiosa, presso il popolo e gli intellettuali, nell’epoca dell’Illuminismo e
della critica alla visione dogmatica del Cattolicesimo. Si cominciò da allora a
puntare sull’impegno culturale e sociale e sulla interpretazione ecumenica
della missione ecclesiale interpretata al meglio dei membri della Compagnia
di Gesù, di certo fra i più acculturati rappresentanti del mondo religioso
cattolico. Ai Gesuiti, anche grazie ad una disciplina rigorosa imposta dal
fondatore Sant’Ignazio di Loyola, furono affidati incarichi prestigiosi di
educazione e di formazione. La Regola ignaziana impose, fin dalle
origini, l’accettazione della cosiddetta Obbedienza “cadaverica” [“sicut
cadaver”], altrimenti definita “quarto voto” al Pontefice, senza
possibilità di opposizione volontaria. Questo consentiva (e consente!) ai
Gesuiti di aggiungere ai tre classici voti cui sono tenute tutte le
congregazioni, le fraternità e gli ordini monastici e mendicanti fin dai tempi
più antichi (castità, povertà e obbedienza), quello di un assoluto “annullamento”
della volontà individuale del ministro ordinato.[2]
Biagio
Visconti, anzi, “Biase”, come veniva comunemente chiamato, approfondì presso il “Collegio Massimo”, gestito
dai Gesuiti, gli studi di scienze filosofiche e teologiche, che seppe
validamente unire a quelli delle scienze giuridiche.
Completata
la formazione, Biagio fu ordinato sacerdote l’11 settembre 1684, sotto la guida
e la direzione spirituale di padre Antonio Torres, dei “Padri Pii Operai”.
Probabilmente si deve proprio alla profonda formazione spirituale del suo
direttore, se il giovane “maestro teologo” riuscì a superare momenti di
profonda crisi identitaria, soprattutto per l’incomprensione del Cardinale
Giuseppe Cantelmo, all’epoca Arcivescovo della Diocesi napoletana.
Il
sacerdote Biagio Visconti si distinse per l’accuratezza dei suoi studi non solo
teologici, ma, diremmo oggi, sociali e giuridici. Ciò gli consentì di diventare
docente e precettore di Teologia Scotista e dei Sacri Canoni,
presso il Seminario Arcivescovile di Napoli, superando anche incomprensioni dei
superiori ed invidie personali dei confratelli.
Nel
1696 gli fu affidata la cattedra di Giurisprudenza civile e canonica
all’Università, sempre a Napoli. Mai stanco di nuove conoscenze, il 10 marzo
1703 gli fu affidata la Cattedra di Teologia “Scotiana”.
In
tale veste e grazie alla sua profonda cultura, scrisse un’opera in latino, il
cui volume di sintesi dottrinaria fu adottato quale libro ufficiale di testo,
per anni, nel Seminario partenopeo.
Biagio
Visconti morì a Napoli, di sicuro, ma non risulta dai documenti in quale anno:
addirittura neanche il luogo preciso è rintracciabile; non sappiamo, infatti, dove
avvenne l’evento né la sua causa. Inoltre, non si conosce la sede della
sepoltura.
Da
considerare che, nel XVII secolo, le notizie circolavano solo a voce e se ne
lasciava traccia scritta solo se si trattava di eventi pubblici di vasta
risonanza, a differenza di ciò che accade oggi, quando le impronte che ciascuno
di noi lascia dietro di sé sono tante: non semplicemente quelle trascritte nei
documenti anagrafici ufficiali, ma
soprattutto quelle che si susseguono sui “social media”. Per questo, la
mancanza di dati sulla parte finale della vita di questo sacerdote e insigne
studioso calvizzanese non deve meravigliare più di tanto. Probabilmente
l’assenza di informazioni non sarà da attribuire certo al fatto di essere
entrato nel “cono d’ombra” di una moda passeggera, ma perché, lontano
dal luogo natio, a Napoli, Biagio Visconti entrò nel gran numero dei sacerdoti del
clero napoletano. Il nostro concittadino, all’epoca, diede comunque prova di
grande vivacità culturale e accademica, oltre che di impegno ministeriale
sacerdotale. Pare che talvolta fosse addirittura malvisto dai rappresentanti
del clero metropolitano di origine napoletana indigena.
Per
comprendere pienamente il valore di questo concittadino calvizzanese, vissuto
del Seicento, basterà dare brevi cenni sull’importanza della concezione
teologica scotiana. Essa faceva riferimento al filosofo e teologo inglese
Duns Scoto, vissuto fra il 1265 ed il 1308, che conobbe grande fama e
successo nel mondo della cultura europea tardo-medioevale, al punto da
meritare, per l’acutezza dei suoi ragionamenti e della sua preparazione
l’appellativo di “Doctor subtilis” e la sua opera principale (l’Opus
oxoniense) era nota in tutto il mondo accademico del Vecchio Continente. La
tesi centrale scotista era tesa a dimostrare l’iter necessario per
giungere a verificare le implicazioni razionali dell’Ente in sé, e, in
quanto tale, a scrutare le potenziali condizioni che, attraverso l’esperienza
sensibile, potesse dare accesso ad una dimostrazione necessaria e verificabile
dell’Esistenza di Dio. Scoto ammetteva che la conoscenza intellettiva possa
avere come oggetto anche le entità individuali, così da consentire a ciascuna
specie di creare legami precisi, introducendo il concetto di “ecceità”.
Il suo percorso logico, che pur prendeva avvio da Aristotele, lo indusse a ipotizzare
l’impossibilità filosofica di una dimostrabilità dell’esistenza dell’anima.
Come si può intuire, il terreno sul quale il pensiero di Duns Scoto si
muoveva era parecchio opinabile e teologicamente pericoloso, soprattutto nel
contesto delle idee ecclesiastiche correnti all’epoca, dominate dalla
concezione ben più allineata alla Scolastica e all’ortodossia della Tradizione
cristiana disegnata da San Tommaso d’Aquino.
Questa
concezione filosofica e teologica, ripresa dal nostro professor Biagio Visconti,
gli creò qualche critica che ne oscurò la fama negli ultimi anni, al punto da
fare passare sotto silenzio persino la sua morte e da far perdere le tracce
della sua sepoltura.
Rimane,
in ogni caso una figura fulgida di ecclesiastico colto e dedito a studi impegnativi
e profondi. In realtà, il mancato allineamento al pensiero dominante del Tomismo,
per lui che aveva abbracciato lo Scotismo, finì per metterlo in una
posizione meno brillante di quello che forse avrebbe meritato.
Per meglio
contestualizzare le difficoltà incontrate da Don Biagio Visconti nel proporre
le particolari idee “scotiste” di cui si era fatto interprete e divulgatore, al
di là di ogni lungo discorso, penso possano essere sufficienti le poche terzine
dantesche che qui seguono, che sintetizzano al meglio la struttura teologica
tomista che la Chiesa Cattolica, ancora nel XVII secolo, era impegnata a
difendere e diffondere. Si tratta di pochi versi, ma racchiudono in sintesi il
nucleo della nostra fede comune, tuttora presente nella Comunità cattolica cristiana.[3]
[Il
Credo nell’interpretazione di Dante]
solo
ed etterno, che tutto ’l ciel move,
non
moto, con amore e con desio;
e
a tal creder non ho io pur prove
fisice
e metafisice, ma dalmi
anche
la verità che quinci piove
per
Moisè, per profeti e per salmi,
per
l’Evangelio e per voi che scriveste
poi
che l’ardente Spirto vi fé almi;
e
credo in tre persone etterne, e queste
credo
una essenza sì una e sì trina,
che
soffera congiunto ‘sono’ ed ‘este’”.
De la profonda condizion divina
ch’io
tocco mo, la mente mi sigilla
più
volte l’evangelica dottrina.
Quest’è
’l principio, quest’è la favilla
che
si dilata in fiamma poi vivace
e
come stella in cielo in me scintilla”.
(Dante Paradiso XXIV, 130-147)[4]
[1] “Non le farà molto
onore nella sepoltura lo stemma gentilizio del secondo marito, la vipera che
l’esercito milanese inalbera nell’accampamento, come le avrebbe invece fatto il
gallo, stemma dei Visconti di Gallura”. I versi qui citati vanno inquadrati nel
contesto dell’incontro di Dante con Nino Visconti che chiede al poeta
pellegrino, nel Purgatorio, di ottenere suffragi dalla figlia Giovanna. Nino
pronunzia parole dure nei confronti della sua vedova, Beatrice d’Este,
risposatasi con Galeazzo Visconti, signore di Milano. Non ho citato a caso
questa terzina dantesca, desiderando qui ricordare il compianto Don Giacomo Di
Maria, che focalizzò nel suo testo “I Visconti da Milano a Calvizzano” la
derivazione locale del nobile cognome visconteo, del quale rimane memoria
araldica nel magnifico soffitto in soffitto in oro zecchino, risalente all’epoca
barocca, della
nostra Chiesa Parrocchiale di Santa Maria delle Grazie. L’enorme manufatto
propone ai quattro angoli l’immagine classica della vipera rappresentata mentre
divora una figura umana che si divincola.
[2] Per entrare almeno nel
mondo, se non nella mentalità, degli aderenti ai princìpi gesuitici, il lettore
della presente relazione potrebbe visionare con attenzione il celebre film “The
Mission”, del regista Roland Joffé,
che, nel 1986, mise in luce taluni aspetti specifici e generali dell’impegno
della Compagnia di Gesù nel Nuovo Mondo, per eliminare (o almeno
contenere) il fenomeno della riduzione in schiavitù delle popolazioni indigene
dell’America Latina, nei decenni successivi alla colonizzazione europea delle
regioni di recente scoperta transatlantica.
[3] È appena il caso di
segnalare che su tali princìpi cardine identitari la Chiesa cattolica romana
ancora fa breccia, così come ben evidenziato anche dai Documenti statuiti al
termine dell’ultimo Concilio Ecumenico Vaticano II, svoltosi a Roma tra il 1962
ed il 1965.
[4] Versione in prosa libera e
in italiano corrente/contemporaneo:
Dante
confessa: “A San Pietro che mi interroga rispondo: “Credo in un Dio unico ed
eterno, che, restando immobile, dà movimento a tutti i cieli, suscitando in
essi l’amore e il desiderio di Sé; e per credere alla Sua esistenza, non ho
soltanto prove fisiche e metafisiche, ma mi dà questa certezza anche la
Rivelazione divina che discende dal cielo attraverso i Libri dell’Antico e del
Nuovo Testamento, e attraverso quello che voi Apostoli scriveste su ispirazione
divina, dopo che lo Spirito Santo vi rese santi; e credo in tre Persone eterne,
e credo che esse formino una Sostanza Una e Trina, che ammette allo stesso
tempo l’uso del plurale e del singolare. È il Vangelo, in molti casi, ad
imprimermi nella mente la certezza di questa misteriosa natura divina, della
quale ora ho parlato. Il credere in Dio Uno e Trino è il principio della mia
fede, la scintilla da cui si accendono tutte le altre verità, e risplende nel
mio animo come una stella in cielo”. (Dante:
Paradiso XXIV, 130 – 147).
