“I Sabati di Cultura”. Il Reverendo e Professore Biagio Visconti, eminente cittadino calvizzanese del Seicento

 


“Non le farà sì bella sepultura

la vipera che Melanesi accampa,

com’avria fatto il Gallo di Gallura”.[1]

(Dante, Purgatorio VIII, 79-81)

 Nato a Calvizzano il 29 maggio 1660 e ordinato sacerdote nel 1684, fu un profondo studioso di Teologia, tanto che fu chiamato ad insegnare un ramo di essa, la Teologia Scolastica, presso il Seminario Arcivescovile di Napoli.

Dal 1696 insegnò anche Giurisprudenza Civile ed Economica presso la “laica” Università di Napoli, oggi intitolata a Federico II.

Dal 1703 ottenne anche la cattedra di Teologia, a seguito di pubblico concorso. Sebbene non si conosca con precisione la data della morte di questo nostro concittadino, essa dovette avvenire di sicuro dopo il 1708, poiché esistono notizie su di lui fino a tale anno.

Era figlio di Marino, il cui cognome ci è giunto oscillante fra la forma “Visconte” e “Visconti”, come spesso accadeva nel passato, quando la grafia dei nomi riportati o trascritti a mano, li faceva spesso oscillare a seconda dell’estensore dei documenti e del lettore e destinatario successivo. Sua madre era una certa Diana Varavallo (o, forse, Varavella).

Nacque nel 1660, nella casa di famiglia, come abitualmente accadeva non solo nei secoli passati, ma addirittura fino agli anni Sessanta del Novecento, quando, invece, si diffuse la pratica della nascita medicalizzata, effettuata in ospedale o in clinica. È questa la ragione per cui raramente, per non dire quasi mai, troviamo che un bambino o una bambina dagli atti risulti nato a Calvizzano nell’ ultimo sessantennio circa, non essendovi sul territorio comunale centri medici specifici.

Biagio Visconti visse l’infanzia in modo tranquillo, rivelando interesse, dedizione allo studio e grande capacità di apprendimento. Infatti, a 15 anni, per poter continuare gli studi di “Umanità e Retorica”, si trasferì a Napoli.

La nostra città, in quel momento storico, era un importante centro di formazione e di studio per coloro che aderivano alla Compagnia di Gesù, i “Gesuiti”, l’Ordine religioso fondato da Sant’Ignazio di Loyola nel 1534, che, dopo aver conosciuto i fasti di una rapida diffusione, dalla metà del XVI secolo, subì un lento declino, a causa di un’eccessiva “politicizzazione” dei suoi aderenti. Tale processo di perdita di prestigio testimoniale continuò fino a portare allo scioglimento dell’Ordine, decretato dal papa Clemente XIV, nel 1773. Il trauma per i Gesuiti non si assorbì facilmente né rapidamente, anche perché il diffuso “laicismo” del periodo storico contagiò un po’ tutti i Paesi dell’area cristiano-cattolica europea. Perfino la nostra gloriosa istituzione universitaria partenopea, la Federico II, ritenne opportuno porre una lapide a celebrazione e memoria dello scioglimento della Compagnia, tuttora in loco, presso il “Cortile del Salvatore”, dov’è l’antica Biblioteca Universitaria.

Il riconosciuto valore dei Gesuiti nel campo dell’evangelizzazione e dell’educazione dei giovani non poteva, tuttavia, andare perduto e presto ci si rese conto che non si sarebbe dovuto e potuto fare a meno del “modello ignaziano”, per frenare i fermenti illuministici e l’eccessiva desacralizzazione della società civile, tra fine Settecento e inizio dell’Ottocento. Questo suggerì al papa Pio VII (asceso al soglio pontificio nel 1800 e rimastovi fino al 1823) di ricostituire l’Ordine, nel 1814, così da ridare nuovo slancio e vigore ai suoi membri, in un momento di profonda crisi religiosa, presso il popolo e gli intellettuali, nell’epoca dell’Illuminismo e della critica alla visione dogmatica del Cattolicesimo. Si cominciò da allora a puntare sull’impegno culturale e sociale e sulla interpretazione ecumenica della missione ecclesiale interpretata al meglio dei membri della Compagnia di Gesù, di certo fra i più acculturati rappresentanti del mondo religioso cattolico. Ai Gesuiti, anche grazie ad una disciplina rigorosa imposta dal fondatore Sant’Ignazio di Loyola, furono affidati incarichi prestigiosi di educazione e di formazione. La Regola ignaziana impose, fin dalle origini, l’accettazione della cosiddetta Obbedienza “cadaverica” [“sicut cadaver”], altrimenti definita “quarto voto” al Pontefice, senza possibilità di opposizione volontaria. Questo consentiva (e consente!) ai Gesuiti di aggiungere ai tre classici voti cui sono tenute tutte le congregazioni, le fraternità e gli ordini monastici e mendicanti fin dai tempi più antichi (castità, povertà e obbedienza), quello di un assoluto “annullamento” della volontà individuale del ministro ordinato.[2]

Biagio Visconti, anzi, “Biase”, come veniva comunemente chiamato, approfondì  presso il “Collegio Massimo”, gestito dai Gesuiti, gli studi di scienze filosofiche e teologiche, che seppe validamente unire a quelli delle scienze giuridiche.

Completata la formazione, Biagio fu ordinato sacerdote l’11 settembre 1684, sotto la guida e la direzione spirituale di padre Antonio Torres, dei “Padri Pii Operai”. Probabilmente si deve proprio alla profonda formazione spirituale del suo direttore, se il giovane “maestro teologo” riuscì a superare momenti di profonda crisi identitaria, soprattutto per l’incomprensione del Cardinale Giuseppe Cantelmo, all’epoca Arcivescovo della Diocesi napoletana.

Il sacerdote Biagio Visconti si distinse per l’accuratezza dei suoi studi non solo teologici, ma, diremmo oggi, sociali e giuridici. Ciò gli consentì di diventare docente e precettore di Teologia Scotista e dei Sacri Canoni, presso il Seminario Arcivescovile di Napoli, superando anche incomprensioni dei superiori ed invidie personali dei confratelli.

Nel 1696 gli fu affidata la cattedra di Giurisprudenza civile e canonica all’Università, sempre a Napoli. Mai stanco di nuove conoscenze, il 10 marzo 1703 gli fu affidata la Cattedra di Teologia “Scotiana”.

In tale veste e grazie alla sua profonda cultura, scrisse un’opera in latino, il cui volume di sintesi dottrinaria fu adottato quale libro ufficiale di testo, per anni,  nel Seminario partenopeo.

Biagio Visconti morì a Napoli, di sicuro, ma non risulta dai documenti in quale anno: addirittura neanche il luogo preciso è rintracciabile; non sappiamo, infatti, dove avvenne l’evento né la sua causa. Inoltre, non si conosce la sede della sepoltura.

Da considerare che, nel XVII secolo, le notizie circolavano solo a voce e se ne lasciava traccia scritta solo se si trattava di eventi pubblici di vasta risonanza, a differenza di ciò che accade oggi, quando le impronte che ciascuno di noi lascia dietro di sé sono tante: non semplicemente quelle trascritte nei documenti  anagrafici ufficiali, ma soprattutto quelle che si susseguono sui “social media”. Per questo, la mancanza di dati sulla parte finale della vita di questo sacerdote e insigne studioso calvizzanese non deve meravigliare più di tanto. Probabilmente l’assenza di informazioni non sarà da attribuire certo al fatto di essere entrato nel “cono d’ombra” di una moda passeggera, ma perché, lontano dal luogo natio, a Napoli, Biagio Visconti entrò nel gran numero dei sacerdoti del clero napoletano. Il nostro concittadino, all’epoca, diede comunque prova di grande vivacità culturale e accademica, oltre che di impegno ministeriale sacerdotale. Pare che talvolta fosse addirittura malvisto dai rappresentanti del clero metropolitano di origine napoletana indigena.   

Per comprendere pienamente il valore di questo concittadino calvizzanese, vissuto del Seicento, basterà dare brevi cenni sull’importanza della concezione teologica scotiana. Essa faceva riferimento al filosofo e teologo inglese Duns Scoto, vissuto fra il 1265 ed il 1308, che conobbe grande fama e successo nel mondo della cultura europea tardo-medioevale, al punto da meritare, per l’acutezza dei suoi ragionamenti e della sua preparazione l’appellativo di “Doctor subtilis” e la sua opera principale (l’Opus oxoniense) era nota in tutto il mondo accademico del Vecchio Continente. La tesi centrale scotista era tesa a dimostrare l’iter necessario per giungere a verificare le implicazioni razionali dell’Ente in sé, e, in quanto tale, a scrutare le potenziali condizioni che, attraverso l’esperienza sensibile, potesse dare accesso ad una dimostrazione necessaria e verificabile dell’Esistenza di Dio. Scoto ammetteva che la conoscenza intellettiva possa avere come oggetto anche le entità individuali, così da consentire a ciascuna specie di creare legami precisi, introducendo il concetto di “ecceità”. Il suo percorso logico, che pur prendeva avvio da Aristotele, lo indusse a ipotizzare l’impossibilità filosofica di una dimostrabilità dell’esistenza dell’anima. Come si può intuire, il terreno sul quale il pensiero di Duns Scoto si muoveva era parecchio opinabile e teologicamente pericoloso, soprattutto nel contesto delle idee ecclesiastiche correnti all’epoca, dominate dalla concezione ben più allineata alla Scolastica e all’ortodossia della Tradizione cristiana disegnata da San Tommaso d’Aquino.

Questa concezione filosofica e teologica, ripresa dal nostro professor Biagio Visconti, gli creò qualche critica che ne oscurò la fama negli ultimi anni, al punto da fare passare sotto silenzio persino la sua morte e da far perdere le tracce della sua sepoltura.

Rimane, in ogni caso una figura fulgida di ecclesiastico colto e dedito a studi impegnativi e profondi. In realtà, il mancato allineamento al pensiero dominante del Tomismo, per lui che aveva abbracciato lo Scotismo, finì per metterlo in una posizione meno brillante di quello che forse avrebbe meritato.  

 

Per meglio contestualizzare le difficoltà incontrate da Don Biagio Visconti nel proporre le particolari idee “scotiste” di cui si era fatto interprete e divulgatore, al di là di ogni lungo discorso, penso possano essere sufficienti le poche terzine dantesche che qui seguono, che sintetizzano al meglio la struttura teologica tomista che la Chiesa Cattolica, ancora nel XVII secolo, era impegnata a difendere e diffondere. Si tratta di pochi versi, ma racchiudono in sintesi il nucleo della nostra fede comune, tuttora presente nella Comunità cattolica cristiana.[3]

                                       [Il Credo nell’interpretazione di Dante]

 “E io rispondo: Io credo in uno Dio

solo ed etterno, che tutto ’l ciel move,

non moto, con amore e con desio;

e a tal creder non ho io pur prove

fisice e metafisice, ma dalmi

anche la verità che quinci piove

per Moisè, per profeti e per salmi,

per l’Evangelio e per voi che scriveste

poi che l’ardente Spirto vi fé almi;

e credo in tre persone etterne, e queste  

credo una essenza sì una e sì trina,

che soffera congiunto ‘sono’ ed  ‘este’”.

De la profonda condizion divina

ch’io tocco mo, la mente mi sigilla

più volte l’evangelica dottrina.

Quest’è ’l principio, quest’è la favilla

che si dilata in fiamma poi vivace

e come stella in cielo in me scintilla”.

(Dante Paradiso XXIV, 130-147)[4]

 Prof. Luigi Trinchillo


[1] “Non le farà molto onore nella sepoltura lo stemma gentilizio del secondo marito, la vipera che l’esercito milanese inalbera nell’accampamento, come le avrebbe invece fatto il gallo, stemma dei Visconti di Gallura”. I versi qui citati vanno inquadrati nel contesto dell’incontro di Dante con Nino Visconti che chiede al poeta pellegrino, nel Purgatorio, di ottenere suffragi dalla figlia Giovanna. Nino pronunzia parole dure nei confronti della sua vedova, Beatrice d’Este, risposatasi con Galeazzo Visconti, signore di Milano. Non ho citato a caso questa terzina dantesca, desiderando qui ricordare il compianto Don Giacomo Di Maria, che focalizzò nel suo testo “I Visconti da Milano a Calvizzano” la derivazione locale del nobile cognome visconteo, del quale rimane memoria araldica nel magnifico soffitto in soffitto in oro zecchino, risalente all’epoca barocca, della nostra Chiesa Parrocchiale di Santa Maria delle Grazie. L’enorme manufatto propone ai quattro angoli l’immagine classica della vipera rappresentata mentre divora una figura umana che si divincola. 

[2] Per entrare almeno nel mondo, se non nella mentalità, degli aderenti ai princìpi gesuitici, il lettore della presente relazione potrebbe visionare con attenzione il celebre film “The Mission”, del regista Roland Joffé, che, nel 1986, mise in luce taluni aspetti specifici e generali dell’impegno della Compagnia di Gesù nel Nuovo Mondo, per eliminare (o almeno contenere) il fenomeno della riduzione in schiavitù delle popolazioni indigene dell’America Latina, nei decenni successivi alla colonizzazione europea delle regioni di recente scoperta transatlantica.

[3] È appena il caso di segnalare che su tali princìpi cardine identitari la Chiesa cattolica romana ancora fa breccia, così come ben evidenziato anche dai Documenti statuiti al termine dell’ultimo Concilio Ecumenico Vaticano II, svoltosi a Roma tra il 1962 ed il 1965.

[4] Versione in prosa libera e in italiano corrente/contemporaneo:

Dante confessa: “A San Pietro che mi interroga rispondo: “Credo in un Dio unico ed eterno, che, restando immobile, dà movimento a tutti i cieli, suscitando in essi l’amore e il desiderio di Sé; e per credere alla Sua esistenza, non ho soltanto prove fisiche e metafisiche, ma mi dà questa certezza anche la Rivelazione divina che discende dal cielo attraverso i Libri dell’Antico e del Nuovo Testamento, e attraverso quello che voi Apostoli scriveste su ispirazione divina, dopo che lo Spirito Santo vi rese santi; e credo in tre Persone eterne, e credo che esse formino una Sostanza Una e Trina, che ammette allo stesso tempo l’uso del plurale e del singolare. È il Vangelo, in molti casi, ad imprimermi nella mente la certezza di questa misteriosa natura divina, della quale ora ho parlato. Il credere in Dio Uno e Trino è il principio della mia fede, la scintilla da cui si accendono tutte le altre verità, e risplende nel mio animo come una stella in cielo”.  (Dante: Paradiso XXIV, 130 – 147).

 

Visualizzazioni della settimana