Il punto di vista del nostro editorialista Giuseppe Cerullo
La notizia del giorno non è che Donald Trump abbia
scaricato Volodymyr Zelensky, ma che lo abbia fatto per l’ennesima volta. Lo
scontro alla Casa Bianca, all’inizio del suo secondo mandato, aveva già
mostrato quanto fosse fragile il rapporto tra i due presidenti. Oggi Trump
torna a mettere in discussione la leadership ucraina, mentre cerca un’intesa
con Mosca sulle forniture di diesel russo. Una nuova rottura che, alla luce dei
precedenti, non esclude un’altra riconciliazione. Non è un caso isolato. Anche
Giorgia Meloni, dopo essere stata accolta con elogi e dichiarazioni di
amicizia, è finita nel mirino delle critiche di Trump, prima che i rapporti
tornassero a ricomporsi. Due vicende diverse, accomunate dalla rapidità con cui
un alleato può trasformarsi in un avversario e viceversa. Trump una linea
politica ce l’ha: America First, la priorità degli interessi statunitensi e la
pressione sugli alleati per ottenere concessioni. Il problema è che le sue
scelte sembrano spesso subordinare gli obiettivi di lungo periodo alle
convenienze del momento, rendendo i rapporti internazionali dipendenti dalle
contingenze politiche. Con le elezioni di metà mandato all’orizzonte, il caro
carburanti rischia di diventare un problema per la Casa Bianca. La guerra in
Iran ha contribuito a destabilizzare i mercati energetici, aumentando la
pressione sui prezzi. Per Trump, che deve rispondere agli elettori del costo
della benzina e del diesel, contenere i rincari è diventato urgente. Da qui
anche la ricerca di un’intesa con Mosca sulle forniture di carburante russo,
nonostante il conflitto in Ucraina. È in questo contesto che si inserisce la
nuova pressione su Zelensky. Trump contesta gli attacchi ucraini alle
infrastrutture petrolifere russe e li presenta come un ostacolo alla riduzione
dei prezzi. Ma così il ragionamento rischia di capovolgersi: mentre l’aumento
dei costi energetici è legato anche alle conseguenze della guerra in Iran, la
responsabilità viene spostata sull’Ucraina e sulla sua strategia militare. Non
è possibile affermare che questa sia l’unica motivazione di Trump. Il vantaggio
politico, tuttavia, è evidente: mostrarsi impegnato a contenere il caro
carburanti e individuare un soggetto esterno a cui attribuire parte del
problema. Quando le difficoltà interne aumentano, anche un alleato può
diventare un bersaglio utile. Naturalmente, non ogni cambiamento di posizione è
incoerenza. La diplomazia richiede compromessi e gli interessi nazionali
possono entrare in conflitto. Ma un conto è modificare le proprie scelte davanti
a nuove circostanze; un altro è ridefinire continuamente amici e avversari in
funzione dell’emergenza, senza rendere chiaro il rapporto tra le decisioni di
oggi e gli obiettivi dichiarati ieri. La vicenda di Zelensky, come quella di
Meloni, mostra quanto sia difficile costruire rapporti affidabili quando le
alleanze restano subordinate alle convenienze del momento. Le dichiarazioni di
amicizia non bastano a garantire continuità, così come una rottura non
significa necessariamente una separazione definitiva. Per gli alleati di Trump,
il problema non è soltanto sapere se cambierà idea, ma quanto costerà loro il
prossimo cambiamento.
Giuseppe Cerullo
