Trentacinque anni di giornalismo, senza medaglie ma con tante storie da raccontare

 

Partiamo dai numeri, perché fanno riflettere più di qualsiasi premio. Uno di questi, per chi da tanti anni prova a raccontare il proprio territorio, è arrivare a sfiorare i 30 mila articoli. È una cifra alla quale si arriva sommando il lavoro fatto nel tempo per Calvizzanoweb, ideaCittà, L’attesa, Calvizzanonline, Teleclubitalia, Il Giornale di Napoli-Ultimissime e Il Mattino. Testate ed esperienze diverse, stagioni diverse, ma con un filo conduttore: la voglia di raccontare fatti, persone, problemi e trasformazioni della nostra comunità.

I giornali ideaCittà e L’attesa, in particolare, rappresentano un pezzo importante di questo percorso. L’attesa (distribuito dal 1994 nelle edicole di Marano e dal 2005 in quelle di Marano e Calvizzano) nacque anche grazie all’impegno condiviso con Stefano Rinaldi e al prezioso contributo di colleghi come Raffaele Romano e Angela Mallardo, che ne furono direttori in periodi diversi, insieme a tanti altri giornalisti e collaboratori ai quali va il nostro riconoscimento. Poi, dal 2009, quelli del blog, dove continuiamo a fare informazione con gli strumenti che abbiamo a disposizione e con lo stesso principio di fondo: cercare di raccontare ciò che accade, anche quando farlo significa assumere posizioni scomode o affrontare argomenti sui quali sarebbe più semplice tacere.

Non sempre siamo stati teneri, questo è vero. Inchieste, reportage e commenti possono essere anche severi. Ma una cosa abbiamo cercato di non perdere mai: il rispetto per le persone e per chi la pensa diversamente (memorizzate bene queste parole). Si può essere duri sui fatti senza essere offensivi verso chi quei fatti li vive o li interpreta diversamente.

E c’è un’altra cosa che, dopo tanti anni, sentiamo di poter dire con tranquillità: non abbiamo mai avuto bisogno di offendere un collega per sostenere le nostre idee e non lo faremo neppure in futuro. Le critiche, quando sono necessarie, devono riguardare fatti, comportamenti e opinioni, non la dignità delle persone. Il giornalismo può essere anche molto netto, senza mai diventare personale. È forse questa la ragione per cui, nel giorno del mio compleanno, il 29 settembre, e nei giorni successivi, sono arrivati attraverso Facebook, Messenger, WhatsApp e telefonate circa mille messaggi di auguri. Non sarebbe corretto attribuire tutto soltanto al nostro lavoro. Una parte di quei messaggi nasce certamente dalle relazioni costruite in tanti anni e anche dal fatto che, facendo giornalismo da molto tempo, si finisce inevitabilmente per essere conosciuti. Io stesso, quando Facebook mi segnala un compleanno, cerco di fare gli auguri alle persone che conosco. Ma tra quei messaggi ce ne sono stati molti che mi hanno fatto particolarmente piacere: quelli di chi ha voluto semplicemente dirci di apprezzare il nostro modo di fare informazione, di raccontare il territorio, di realizzare inchieste e reportage. E allora, più che parlare di traguardi, preferisco parlare di responsabilità. In oltre 35 anni di giornalismo non ho mai ricevuto un premio. Non lo dico con amarezza e nemmeno per rivendicare qualcosa. I premi fanno piacere, naturalmente, ma non sono loro a stabilire il valore di un percorso. Ciò che conta, almeno per me, è poter continuare a guardare al lavoro fatto con la serenità di chi sa di avere commesso, come tutti, errori e di avere probabilmente scontentato qualcuno, ma di aver cercato di mantenere una linea riconoscibile.

Anche sul terreno politico-amministrativo non sono mancate, nel corso degli anni, prese di posizione e orientamenti favorevoli, direttamente o indirettamente, nei confronti di questo o quel candidato sindaco. Ma abbiamo sempre cercato di mantenere aperto il confronto, dando spazio alle diverse posizioni e senza trasformare l’informazione in propaganda. È anche per questo che abbiamo scelto di restare un blog, e non un sito inteso come struttura editoriale più rigida. Una scelta che, nel nostro piccolo, ci ha consentito di conservare una certa libertà e di continuare a dare voce a opinioni differenti. Non è una medaglia da appuntarsi sul petto. È semplicemente il racconto di una scelta. E forse, arrivati a questo punto del cammino, la cosa più bella non è contare gli articoli, né aspettare un riconoscimento che non è mai arrivato. È sapere che, dopo tanti anni, c’è ancora qualcuno che apre una nostra pagina, legge un’inchiesta, condivide un articolo, ci telefona per segnalarci un problema o, semplicemente, ci manda un messaggio per dirci: “continuate così”.

Per un giornalista, alla fine, anche questo può essere un modo per sentirsi ringraziare. E può bastare.

Mi.Ro.

P.S. – Una precisazione che ritengo doverosa

Dopo oltre 35 anni di giornalismo (iscritto all’albo dal 1992), credo di poter dire una cosa con cognizione di causa: il giornalista pubblicista non è un giornalista di “serie B”.

La legge distingue tra giornalisti professionisti e pubblicisti in base alle modalità con cui viene esercitata l’attività giornalistica: il professionista la esercita in modo esclusivo e continuativo; il pubblicista svolge invece un’attività giornalistica non occasionale e retribuita, anche insieme a un’altra professione o a un altro impiego.

È una distinzione giuridico-professionale, non una classifica di valore. Nel 1993, quando ero corrispondente de Il Giornale di Napoli – Ultimissime, ebbi la possibilità di accedere al praticantato e quindi di intraprendere il percorso per diventare professionista. Le Ferrovie dello Stato, dove allora prestavo servizio come macchinista, non mi concessero però il nulla osta necessario. Nel corso della mia esperienza ho conosciuto professionisti di grande valore e professionisti meno brillanti. Allo stesso modo, ho lavorato con pubblicisti preparati, capaci e con gli attributi. Per questo non ho mai pensato che l’iscrizione in un elenco dell’Albo possa stabilire chi sia un giornalista di serie A e chi di serie B. La qualifica è una cosa. Il valore professionale è un’altra. Come in ogni mestiere, ci sono quelli bravi e quelli meno bravi, quelli seri e quelli meno seri, quelli rigorosi sotto il profilo professionale e deontologico e quelli che lo sono meno. E questo vale sia per i professionisti che per i pubblicisti. Dopo più di 35 anni trascorsi in questo mondo, continuo a pensare che, alla fine, contino soprattutto ciò che si scrive, come lo si scrive, la capacità di verificare le notizie, la conoscenza dei fatti e il rispetto per chi legge.

Un giornalista è un giornalista. Punto.

 

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