Palladino Sabato, mio nonno: un grande uomo d’altri tempi. Abitava a Piscinola, in via Vittorio Veneto 159

 

Da sinistra: nonno Sabatino e nonna Maria (classe 1891: morì  nel 1970), zia Elena (moglie di Ferdinando Palladino, il macchinista) zia Luigina (qualche anno fa le ho dedicato un articolo)

Oggi, nella Festa dei Nonni, il mio pensiero va a mio nonno materno Palladino Sabato, classe 1890, morto nel 1971 all’età di 81 anni. Io ne avevo circa 18.

Se n’è andato poco prima dei miei esami per il diploma. Non poté quindi condividere con me la gioia di quel traguardo al quale teneva moltissimo. Lui, che aveva frequentato soltanto la quinta elementare e non aveva avuto la possibilità di studiare, considerava lo studio dei nipoti una conquista importante. Sono certo che quel diploma lo avrebbe reso felice.

Mio nonno era un uomo d’altri tempi, ma soprattutto era un uomo che aveva conosciuto sulla propria pelle la fatica, il lavoro e le difficoltà della vita.

Riuscì a entrare nelle Ferrovie dello Stato come fuochista, un mestiere duro, quando le locomotive andavano ancora a vapore. Il suo compito era alimentare la macchina spalando il carbone: un lavoro massacrante, fatto di sudore e di forza fisica.

Nell’agosto del 1922 partecipò allo “sciopero legalitario”, nel clima di fortissime tensioni politiche e sociali che attraversavano l’Italia. Lo sciopero fu seguito da una dura repressione e, nei mesi successivi, dal licenziamento di decine di migliaia di ferrovieri. Tra loro ci fu anche mio nonno. Per diversi anni fece il muratore. La famiglia doveva comunque andare avanti e in quegli anni mia nonna, Masiello Maria, dimostrò tutta la sua forza. Era una donna che sapeva fare di tutto e arrotondava le entrate vendendo in casa prodotti per la pulizia e per la casa dell’epoca.

Avevano una famiglia numerosa: quattro donne e un maschio, mio zio Ferdinando Palladino. Poi arrivò per Ferdinando il posto in Ferrovia come macchinista e in casa entrò un po’ di luce. Successivamente anche mio nonno riuscì a trovare lavoro al gasometro e il reddito familiare migliorò. Questa era la loro vita: lavorare, arrangiarsi, sacrificarsi e non arrendersi mai. Ma il ricordo che conservo di mio nonno Sabato va ben oltre il lavoro e le difficoltà. È soprattutto il ricordo di un uomo buono, generoso, protettivo, che con noi nipoti sapeva essere tenero e, quando serviva, anche severo. Era un gran signore. Mi portava spesso al cinema. Allora, dalle mie parti, ce n’erano tre nel giro di un chilometro: l’Europa, quello più vicino a casa mia in via Vittorio Veneto, l’Avvenire, e il Vittoria, meglio conosciuto come il “Pidocchietto”. Si raccontava che fosse così sporco che chi entrava in sala spesso usciva con i pidocchi. E infatti lì non mi portava mai. Poi aprì il cinema Selis, ma mio nonno era già morto. Era magnanimo con me. Mi dava la “mazzetta”. In casa i soldi erano pochi: mio padre era operaio e aveva sei figli da sfamare. Eravamo sette, ma uno morì appena nato. Io ero un ragazzino discolo e, qualche volta, mettevo le mani nella tasca della giacca di mio nonno, custodita nell’armadio, e prendevo cento o cinquanta lire. Lui se ne accorgeva, naturalmente ma faceva finta di niente. Mi proteggeva, mi viziava, mi accontentava. Mi costruiva monopattini ('o carruociolo) e giochi artigianali con il legno. Cercava di farmi passare tutti gli sfizi e di soddisfare i miei desideri. E io, naturalmente, ne combinavo di tutti i colori. Un giorno gli feci perdere davvero la pazienza: mi lanciò una cazzuola ('a cucchiar) che mi si infilò nella caviglia. Quando vide il sangue uscire a zampilli, si spaventò e si preoccupò immediatamente. Mio padre mi mandò quattro o cinque volte al pronto soccorso di Secondigliano. Non perché fosse cattivo o manesco: ero io a essere impossibile. E mio nonno, invece, mi proteggeva e mi accontentava. Era il suo modo di volermi bene. C’è poi un episodio che non dimenticherò mai. Avevo appena sedici anni e stavo accompagnando una ragazza con la minigonna. All’epoca erano poche le ragazze che la portavano e, secondo la mentalità di allora, una ragazza vestita in quel modo poteva essere considerata di “cattivo costume”. Mio nonno ci vide da lontano, mi lanciò quegli sguardi particolari che conoscevo bene e storceva la bocca, come per dirmi: “questa è una poco di buono, non è per te”. Non si limitò allo sguardo: lo disse a mia madre e quando tornai a casa, successe il finimondo. Oggi quell’episodio mi fa sorridere. Allora, molto meno. Ma era anche questo mio nonno: un uomo con i valori e la mentalità della sua generazione, severo quando pensava che fosse necessario, ma sempre animato dalla preoccupazione per quel nipote che forse proteggeva e viziava anche troppo. Quando morì avevo 18 anni e piansi per una settimana. Allora non potevo capire fino in fondo quanto mi sarebbe mancato. Oggi, a distanza di tanti anni, penso soprattutto a quello che non abbiamo potuto condividere.

Al mio diploma avrei voluto averlo accanto, avrei voluto poterlo guardare e dirgli:

“nonno, ce l’ho fatta”. Lui, che aveva avuto soltanto la quinta elementare, che aveva spalato carbone sulle locomotive, che aveva perso il posto, che aveva fatto il muratore e poi lavorato al gasometro. Insomma, aveva conosciuto la fatica vera e che proprio per questo aveva capito il valore dello studio. Sono certo che sarebbe stato orgoglioso. E oggi, nella Festa dei Nonni, voglio ricordarlo così: Palladino Sabato, mio nonno materno, un grande uomo d’altri tempi. Un uomo che ebbe poco dalla vita, ma che seppe dare tanto alla sua famiglia. A me lasciò qualcosa che non si misura con i soldi: l’amore, i ricordi e una parte importante di quello che sono diventato. Buona Festa dei Nonni, nonno Sabato.

Mimmo Rosiello, Direttore di Calvizzanoweb

Sfogliando l’album dei ricordi di Sabatino Palladino, figlio di Ferdinando il Macchinista delle Ferrovie: lo ringraziamo per avercele inviate.

Foto del 1966. Nel giardino di via Vittorio Veneto 159: ci sono pure io, avevo 13 anni

Don Angelo Ferrillo, parroco di Piscinola per oltre 30 anni: era di Calvizzano. Il giorno delle nozze d'oro



Amava coltivare l'orto del suo giardino

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