Marano. Beni confiscati, il vero riscatto comincia dal riutilizzo: quando il giornalismo di servizio incontra la buona politica
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| Locali zona Cesina |
Esiste un modo di fare informazione che non si limita a raccontare ciò che accade, ma prova a mettere a fuoco ciò che dovrebbe accadere. Ma, per fortuna, c’è anche un modo di fare politica che non parte dagli slogan, ma dai problemi concreti di una comunità e dalla capacità di trasformarli in soluzioni. La vicenda dei beni confiscati alla criminalità organizzata a Marano rappresenta, da questo punto di vista, un esempio particolarmente significativo. E lo è anche per il rapporto che può instaurarsi tra giornalismo di servizio e politica: il primo porta all’attenzione pubblica numeri, problemi e opportunità; la seconda dovrebbe avere la capacità di trasformare quella conoscenza in scelte amministrative, progetti, risorse e risultati. È proprio questo il senso della tavola rotonda “Dalla confisca al riutilizzo, ostacoli e soluzioni per un vero riscatto”, promossa da Sinistra Italiana, La Città dei Diritti, Free Marano e Progetto Civico. Il punto di partenza è una domanda semplice, ma tutt’altro che scontata: che fine fanno i beni sottratti alla criminalità una volta che la confisca è diventata definitiva? Perché confiscare un patrimonio significa sottrarlo alla disponibilità di chi lo ha accumulato attraverso attività criminali. Ma la partita non finisce lì. Il significato più profondo della legislazione sul riutilizzo dei beni confiscati sta nel passaggio successivo: trasformare quel patrimonio in una risorsa per la collettività.
A Marano i numeri raccontano bene
la dimensione della sfida. Secondo i dati riportati nel documento richiamato
nell’articolo di Calvizzanoweb (estrapolato da un documento comunale), sono 199
gli immobili già amministrati dal Comune, ma soltanto 51 risultano
effettivamente utilizzati. Altri 33 beni sono già destinati all’ente ma non
ancora consegnati e ulteriori 109 immobili risultano gestiti dall’ANBSC e
destinati a essere proposti per l’assegnazione. Il quadro, dunque, potrebbe
arrivare a oltre 300 beni tra patrimonio attuale e nuovi immobili Numeri che
non sono semplicemente numeri, in quanto, dietro quei 199 immobili, ci sono
problemi di manutenzione, ristrutturazioni, abusi edilizi, procedure
amministrative, occupazioni da affrontare, progettazioni da finanziare e,
soprattutto, una questione di capacità amministrativa. Lo stesso articolo
evidenzia la difficoltà dell’ufficio tecnico comunale a sostenere un patrimonio
di queste dimensioni e la necessità di ricorrere anche a professionalità
esterne.
Ed è qui che un articolo
giornalistico può diventare giornalismo di servizio.
Mettere in fila i dati, raccontare
ciò che non funziona, individuare le opportunità e porre domande alle
istituzioni non significa sostituirsi alla politica. Significa fornire alla
politica, e soprattutto ai cittadini, gli elementi necessari per discutere di
problemi reali.
E oggi, a Marano, uno di questi
problemi è difficile da ignorare.
51 beni utilizzati su 199 già amministrati dal Comune significa che una parte consistente di questo patrimonio non ha ancora prodotto quel valore sociale che dovrebbe rappresentare il punto di arrivo della confisca. Naturalmente, non tutti gli immobili possono essere utilizzati immediatamente. Alcuni devono essere ristrutturati, altri regolarizzati, altri ancora liberati o sottoposti a complesse procedure amministrative. Ma proprio per questo il tema non può essere affrontato con un generico “bisogna utilizzare i beni confiscati”. Occorre spiegare come, con quali risorse, con quali tempi, con quali responsabilità e per quali finalità. La Regione Campania, peraltro, ha già messo a disposizione strumenti che dimostrano come il problema non sia soltanto teorico. La programmazione regionale ha previsto interventi FESR e FSE+ dedicati alla gestione e valorizzazione dei beni confiscati, con risorse destinate sia al sostegno delle imprese sociali sia alla formazione e all’inserimento lavorativo delle persone svantaggiate. C'è, inoltre, un programma regionale per rafforzare la capacità delle amministrazioni pubbliche nella gestione dei beni confiscati, attraverso formazione, monitoraggio e percorsi di coprogettazione. Insomma, non mancano soltanto i problemi: esistono anche strumenti che una classe dirigente locale deve essere in grado di intercettare e utilizzare. È questa la vera sfida. Un bene confiscato può diventare una casa per chi vive un’emergenza abitativa, un centro antiviolenza, un servizio per le persone con disabilità, uno spazio per giovani, una sede del Terzo settore, un presidio culturale, un centro di formazione, un luogo per creare lavoro. Può persino consentire all’amministrazione di utilizzare il proprio patrimonio anziché sostenere costi per immobili presi in locazione.
Ma perché tutto questo accada
servono progetti. E per fare progetti servono competenze tecniche, capacità
amministrativa, collaborazione istituzionale e una visione. È qui che entra
in gioco anche la politica. Le prossime elezioni amministrative dovrebbero
rappresentare, per chiunque intenda candidarsi alla guida della città,
l’occasione per misurarsi con problemi concreti come questo. Non basta dire
che “la legalità è una priorità”. Non basta inserire i beni confiscati in
una lista di buone intenzioni. Non basta promettere genericamente di
“rilanciare Marano”. Chi si prepara a scendere in campo dovrebbe avere
il coraggio di presentare un piano credibile per i beni confiscati: una
ricognizione aggiornata, una classificazione degli immobili, l’individuazione
delle priorità, un cronoprogramma, le fonti di finanziamento, le
professionalità necessarie, le modalità di assegnazione e soprattutto gli
obiettivi sociali ed economici da raggiungere.
E dovrebbe essere disposto a
rendere conto, dopo, di ciò che è stato effettivamente realizzato. Perché è
proprio qui che il confronto elettorale può diventare più serio.
Gli elettori possono chiedere ai candidati non soltanto “cosa promettete?”, ma “cosa farete concretamente, con quali risorse e in quanto tempo?” E sui beni confiscati la domanda potrebbe essere ancora più precisa: quanti immobili intendete recuperare nei primi anni? Quali? Per fare cosa? Con quali finanziamenti? Chi li gestirà? Come controllerete che vengano effettivamente utilizzati? Sono domande che non appartengono a una parte politica. Sono domande di buona amministrazione. La stessa esperienza di Agrorinasce dimostra, nel territorio campano, che il patrimonio confiscato può essere trasformato in progetti concreti, attraverso progettazione, finanziamenti e gestione. Il portale di monitoraggio di Agrorinasce documenta numerose esperienze di riutilizzo e valorizzazione di beni confiscati, comprese iniziative legate al lavoro, ai servizi e all’impresa sociale. Per Marano, dunque, la questione non dovrebbe essere se utilizzare i beni confiscati, ma come costruire la struttura amministrativa e progettuale capace di farlo davvero. Ed è una questione sulla quale anche il giornalismo può svolgere una funzione importante: continuare a chiedere conto dei numeri, seguire i progetti, verificare i finanziamenti ottenuti, raccontare gli immobili recuperati e quelli ancora inutilizzati, dare voce alle associazioni e ai cittadini, tornare sui problemi quando le promesse non diventano realtà. Questa è, forse, la forma più utile di rapporto tra informazione e politica: non fare campagna per qualcuno, ma mettere la politica davanti ai problemi che non possono più essere elusi.
La tavola rotonda sui beni
confiscati può quindi essere qualcosa di più di un appuntamento pubblico: può diventare l’occasione per aprire un confronto su
quale idea di città si vuole costruire. Perché un bene confiscato
lasciato chiuso, inutilizzato o degradato rischia di diventare soltanto una
fotografia di una vittoria incompleta.
Un bene confiscato recuperato,
assegnato, gestito e trasformato in un servizio, in un luogo di lavoro, in uno
spazio sociale o culturale racconta invece un’altra storia. Racconta che ciò
che apparteneva alla criminalità può diventare patrimonio della comunità. Ed è
probabilmente questo il parametro con cui, anche nella prossima stagione
elettorale, sarà interessante misurare programmi e proposte: non la quantità
dei proclami, ma la capacità di affrontare questioni concrete, indicare
soluzioni verificabili e assumersi la responsabilità di realizzarle.
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