L’eccezione che abbiamo chiesto a Giuseppe Cerullo: questa volta il nostro editorialista si racconta. Un viaggio che comincia dai nonni: è partito da Marano, ma Marano non è mai partito da lui

 

Dalla Starza a Grosseto, passando per Napoli, Milano e Siena: la storia di una famiglia, del lavoro, delle scelte e delle partenze. Un viaggio che comincia dai nonni, dalle radici e dalla Marano della sua infanzia e arriva fino a oggi, quando, anche da lontano, Giuseppe Cerullo continua a raccontare quella città che non ha mai smesso di sentirsi casa.

Per spiegare perché oggi scrivo di Marano da Grosseto, devo partire da Marano. Ma non dalla città che racconto nei miei articoli: da quella che mi ha cresciuto.

La mia storia, in fondo, comincia molto prima di me. Comincia dalla Starza, dove mio nonno paterno si è trasferito dopo il matrimonio e dove ancora oggi vive mio zio. Faceva il cestaio, quello che a Marano chiamavamo sportellaro, e per un periodo ha fatto anche il muratore.

Sulla Starza viveva anche mio nonno materno, che lavorava all’Italsider di Bagnoli e che, come l’altro nonno, per un periodo ha fatto il muratore. Due storie diverse, ma entrambe legate a quel mondo del lavoro che per generazioni ha rappresentato la normalità di tante famiglie maranesi.

I miei genitori, dopo essersi sposati, hanno vissuto per un periodo sui “5 vichi”, precisamente in via Salerno, prima di trasferirsi giù al Truglio, in corso Mediterraneo. È lì che ho trascorso praticamente tutta la mia infanzia e gran parte dell’adolescenza, fino a quando avevo quasi vent’anni.

Mio padre era vigile urbano a Marano e attraverso di lui ho conosciuto anche un pezzo della storia della città. Menziono Michele Sica, Sabatino Pariggiano, Gaetano Ranucci e tanti altri colleghi che, per me, non sono mai stati soltanto persone con cui mio padre lavorava: erano amici, presenze familiari, parte di quella comunità che allora sembrava molto più naturale di quanto oggi forse riusciamo a immaginare. Alcuni non ci sono più, come Amedeo Iannacone e Giovanni Izzo, e anche di loro conservo un caro ricordo legato alla mia infanzia.

Gli ultimi anni della carriera di mio padre sono stati però segnati da una brutta vicenda giudiziaria che si è conclusa con la sua piena assoluzione, insieme a quella del collega con cui aveva condiviso gran parte del percorso professionale, su richiesta del pubblico ministero. Per la nostra famiglia è stata comunque un’esperienza difficile, una di quelle che lasciano qualcosa anche quando finiscono nel modo migliore possibile. Forse è stata anche una delle prime occasioni in cui ho capito quanto possa essere pesante un’accusa prima ancora che arrivi una sentenza.

In quegli anni mia nonna materna aveva un ruolo altrettanto importante. Dopo la morte prematura di mio zio e di mio nonno si era trasferita a casa nostra e, insieme a mia madre, ha contribuito a crescere me e mio fratello Francesco.

Mia madre è sempre stata la presenza costante della famiglia; mio padre, anche attraverso l’esperienza nell’amministrazione condominiale, mi ha trasmesso invece un certo pragmatismo, l’idea che nella vita non esistano sempre soluzioni perfette e che spesso sia necessario cercare quelle possibili, senza perdere il senso della misura.

Forse è anche da lì che nasce il mio rapporto con la politica, con il sindacato e, più in generale, con tutto ciò che riguarda la vita collettiva. Non sono passioni arrivate dopo: le ho respirate in famiglia.

A Marano ho frequentato la scuola elementare al III Circolo Scolastico Alessandro Siani, con la maestra Maria De Biase, poi la Massimo D’Azeglio di via Piave e il liceo scientifico Emilio Segrè di via Falcone.

Per molti anni la mia vita è rimasta racchiusa in un territorio molto preciso: casa, scuola, amici, famiglia.

Poi è arrivato il momento di capire cosa fare della mia vita.

Dopo il liceo ho provato il test per le professioni sanitarie e sono entrato a Infermieristica alla Federico II. All’epoca il rapporto tra candidati e posti disponibili rendeva l’ingresso tutt’altro che scontato. Ho cominciato il percorso nelle strutture dell’ASL Napoli 2 Nord, tra La Schiana e l’ex Croce Celeste, e mi sono laureato in tre anni. Avevo capito abbastanza presto che non volevo semplicemente trovare un lavoro: volevo costruire una professione. Così, mentre partecipavo ai concorsi, ho lavorato per un periodo in un laboratorio di analisi a Casoria, fino alla prima vera partenza: il concorso all’Istituto Ortopedico Gaetano Pini di Milano.

Sono rimasto a Milano circa tre anni e mezzo, lavorando in ortopedia. È stata la prima volta in cui ho vissuto lontano da casa e, forse proprio per questo, la prima volta in cui ho capito davvero quanto Marano facesse parte di me.

Quando si sono riaperte le mobilità in Campania, sono tornato a Napoli e ho iniziato il lungo periodo al Policlinico Vanvitelli. Sono rimasto lì circa dieci anni, attraversando diverse aree della chirurgia e costruendo gran parte della mia esperienza professionale. In quegli anni ho avuto la possibilità di fare anche altro. Con il professor Galizia ho partecipato all’apertura di un ambulatorio AISTOM, dedicandovi parte del mio tempo libero come volontario, e ho avuto anche un’esperienza di insegnamento all’interno del corso di laurea in Infermieristica, con un corso di trenta ore. Poi è arrivata la chirurgia toracica. Con i professori Mario Santini e Alfonso Fiorelli ho lavorato prima in reparto e poi in sala operatoria, in un periodo particolarmente intenso nel quale l’attività clinica si è intrecciata con la ricerca. In quel contesto sono stato correlatore in due pubblicazioni su riviste internazionali.

Non ho mai vissuto queste esperienze come una collezione di titoli. Sono state piuttosto occasioni che si sono aggiunte l’una all’altra e che, senza che me ne accorgessi, hanno contribuito a definire il modo in cui oggi guardo alla mia professione: con curiosità, ma anche con la consapevolezza che non si smette mai davvero di imparare.

E proprio quando avrei potuto continuare su una strada ormai conosciuta, io e mia moglie abbiamo deciso di cambiare. Non perché a Napoli ci mancasse qualcosa. Anzi. Vivevamo a Piscinola, nella casa di famiglia. Eravamo a pochi chilometri dal lavoro, avevamo vicino i parenti, gli affetti, una rete costruita negli anni. Avevamo una casa e una vita che, per molti aspetti, funzionavano. Avevamo molto.

Ma avevamo anche due figlie e abbiamo cominciato a chiederci se quel molto fosse davvero un motivo sufficiente per smettere di guardare avanti.

La scelta l’abbiamo presa insieme. In quel passaggio è stato importante anche il coraggio di mia moglie e la sua capacità di proiettarsi nel futuro senza perdere di vista ciò che conta. Ha sempre avuto uno sguardo capace di andare un po’ più lontano, di immaginare ciò che potevamo ancora costruire e, soprattutto, ciò che avremmo voluto per le nostre figlie senza rinunciare ai valori con cui volevamo crescerle. È stato anche questo a darci la forza di mettere in discussione una vita comoda e di ripartire da zero, pur avendo già costruito molto.

Napoli è una città che amo e che conosco abbastanza bene da non avere bisogno di idealizzarla. È una città capace di straordinarie energie, ma anche di muoversi a velocità molto diverse: alcune zone cambiano rapidamente, mentre altre sembrano rimanere ferme; esistono trasformazioni importanti e, allo stesso tempo, servizi e condizioni che non sempre sembrano all’altezza di ciò che significa crescere una nuova generazione. Non volevamo aspettare che la vita decidesse per noi. Così siamo partiti di nuovo. Abbiamo partecipato ai concorsi e siamo arrivati prima a Siena. Mia moglie in cardiologia, io in Terapia Intensiva Neonatale, dove sono rimasto circa dieci mesi. Poi è arrivata Grosseto. Oggi lavoriamo entrambi all’ospedale Misericordia: lei in cardiologia e UTIC, io in rianimazione. Anche qui abbiamo continuato a studiare e a cercare nuove strade. Io ho conseguito un master di primo livello in Wound Care e gestione delle lesioni difficili, sto completando la formazione come primo operatore in camera iperbarica e mi preparo a provare l’ammissione a un percorso magistrale di nuova istituzione, in Scienze infermieristiche specialistiche nelle cure primarie e infermieristica di famiglia e comunità. È una scelta che nasce dalla volontà di approfondire le competenze cliniche avanzate e di guardare anche a un modello di assistenza sempre più vicino alle persone e al territorio.

Mia moglie, invece, sta conseguendo la magistrale in Biologia, indirizzo nutrizione. Non per continuare semplicemente il percorso infermieristico che ha già costruito, ma per aprire una nuova strada, con l’idea di lavorare come nutrizionista e, se ne avrà l’opportunità, realizzare anche il sogno di insegnare. Anche questo, in fondo, dice qualcosa di noi: non abbiamo mai pensato che una scelta dovesse essere per forza definitiva. Abbiamo cercato di costruire una vita nella quale fosse ancora possibile cambiare direzione quando ne avessimo sentito il bisogno.

Le nostre figlie, Maria Francesca e Vittoria, sono state il motivo più concreto delle nostre scelte, ma anche il metro con cui abbiamo cercato di misurarle.

Non siamo venuti in Toscana per fermarci. Siamo venuti per provare a costruire una vita diversa. Ma c’è un’altra cosa che ha accompagnato tutto questo percorso: la necessità di capire. Ho sempre avuto un interesse molto forte per la politica. Quando vivevo a Marano seguivo le elezioni, le amministrazioni, le dinamiche della città. Non mi sono mai candidato, anche perché ho sempre pensato che per occuparsi direttamente di politica servisse prima costruire una propria ragione critica.

La stessa cosa è accaduta con il sindacato. Dopo i primi anni di lavoro ho cominciato a impegnarmi direttamente. A Napoli sono stato componente, su designazione sindacale, di una commissione paritetica sull’ALPI. A Siena, nonostante ci sia rimasto soltanto dieci mesi, sono stato eletto nella RSU dell’azienda ospedaliero-universitaria. Oggi sono componente supplente del CUG aziendale, sempre su designazione sindacale, e continuo il mio impegno nella UIL FP.

Anche mio fratello Francesco ha seguito una strada simile. Oggi è segretario territoriale della UIL FP in provincia di Varese e lavora come tecnico di laboratorio biomedico all’ospedale di Saronno. La sua attività sindacale lo porta ormai a occuparsi soprattutto di questioni regionali e nazionali.

In famiglia, insomma, politica, sindacato e giornalismo non sono mai stati soltanto modi per parlare di sé. Sono sempre stati strumenti per provare, nel limite delle proprie possibilità, a lasciare qualcosa nella realtà che ci circonda.

Poi c’è stata la lettura. Quella è stata forse la vera svolta. Leggere significa scoprire che il mondo è molto più grande delle proprie convinzioni e che, spesso, per costruire un’opinione bisogna prima imparare a metterla in discussione.

Da lì è arrivata la scrittura.

Scrivere, per me, è un modo per mettere ordine nei pensieri e, qualche volta, per capire quello che penso. Ma una volta che quelle parole vengono affidate a chi legge, non sono più soltanto mie. Ognuno le porta dentro la propria storia e può trovarci un significato diverso da quello con cui le ho scritte.

Forse è anche per questo che ho cominciato a scrivere per Calvizzanoweb.

Non perché viva ancora a Marano e nemmeno perché pensi di conoscerla meglio di chi ci vive oggi. Scrivo perché la conosco da dentro e, dopo tanti anni lontano, posso guardarla anche da fuori. La distanza non rende necessariamente più lucidi, ma qualche volta permette di vedere ciò che la quotidianità nasconde.

E mi consente di parlare di Marano senza il bisogno di difenderla a tutti i costi, così come di raccontarne le possibilità senza trasformarle in propaganda.

Amare un luogo, del resto, non significa dire che tutto va bene. Significa continuare a desiderare che possa andare meglio.

Perché scrivere di Marano e non di Siena, di Grosseto o di Milano?

La risposta è nella storia da cui sono partito. Puoi scegliere dove vivere, cambiare città, lavoro, abitudini. Puoi costruire una nuova vita anche a centinaia di chilometri da dove sei cresciuto. Ma qualsiasi parte del mondo sceglierai di stare, la tua casa ti segue.

E forse è per questo che, anche da lontano, continuo a guardare Marano chiedendomi non cosa fosse, ma cosa possa ancora diventare.

È una domanda che non pretende risposte definitive.

Per ora, mi basta continuare a cercarle.

Anche scrivendo.

Giuseppe Cerullo

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