Il punto di vista del nostro editorialista Giuseppe Cerullo
Per Donald Trump, il problema non è soltanto militare.
Con le elezioni di midterm del novembre 2026 all’orizzonte, le tensioni
internazionali e le loro conseguenze economiche rappresentano anche una
questione di consenso interno. L’aumento dei prezzi dell’energia e dei
carburanti può pesare sulle famiglie e sull’umore degli elettori, mentre la
Casa Bianca ha interesse a presentare la propria politica estera come uno
strumento capace di ridurre i costi dei conflitti e favorire il ritorno alla
stabilità. In questo quadro si inserisce anche il confronto sulle
responsabilità della guerra in Ucraina, sulle operazioni ucraine contro
obiettivi energetici russi e sulle possibilità di raggiungere un accordo con
Mosca.
Le pressioni esercitate su Kyiv e le eventuali
aperture economiche nei confronti della Russia vanno lette anche alla luce di
questo obiettivo. La ricerca di un sollievo immediato per i mercati e per i
consumatori, tuttavia, può entrare in conflitto con le esigenze strategiche di
lungo periodo. Un accordo che riducesse temporaneamente le tensioni, senza
affrontare le cause della guerra, rischierebbe di trasformarsi in una
concessione a Vladimir Putin anziché in una soluzione stabile.
La questione va oltre la convenienza elettorale.
Washington deve fare i conti con risorse limitate e con la necessità di
concentrare una parte crescente della propria attenzione strategica sulla Cina.
In questa prospettiva, ridurre il peso dell’impegno in Ucraina può apparire
conveniente, mentre un’intesa con Mosca potrebbe essere considerata uno
strumento per contenere i rischi su più fronti.
Ma una strategia del genere presuppone che il Cremlino
sia disposto ad accettare condizioni compatibili con una pace duratura. È
proprio questo il nodo. Un negoziato può interrompere i combattimenti, ma non
garantisce da solo che le parti rinuncino agli obiettivi che li hanno
provocati. Quando una grande potenza cerca di chiudere una guerra senza aver
risolto le ragioni fondamentali del conflitto, il rischio è che la tregua
diventi soltanto l’intervallo prima di una nuova crisi.
Il confronto con l’Iran evidenzia un problema analogo.
I bombardamenti americani e israeliani possono infliggere danni considerevoli
alle capacità militari e alle infrastrutture di un avversario, ma la
distruzione materiale non coincide automaticamente con la capacità di imporre
una soluzione politica definitiva. Teheran dispone di strumenti di pressione
che possono produrre conseguenze ben oltre i propri confini, a cominciare dalla
possibilità di condizionare il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz.
Anche quando le operazioni militari raggiungono
obiettivi importanti, resta quindi aperta la questione decisiva: quali
condizioni politiche possono garantire che il conflitto non riprenda? Senza
un’intesa sostenibile, i successi sul campo rischiano di non tradursi in un
risultato strategico duraturo. E le conseguenze economiche della guerra possono
tornare a gravare direttamente sui cittadini americani, trasformando una crisi
internazionale in un problema di consenso interno.
È questo il limite che le grandi potenze incontrano
quando la superiorità militare non basta a raggiungere l’obiettivo politico.
In Vietnam, gli Stati Uniti non riuscirono a piegare
un avversario che non aveva bisogno di sconfiggerli in ogni scontro
convenzionale. Per il Vietnam del Nord e per i suoi alleati, era essenziale
resistere abbastanza a lungo da rendere sempre più difficile e costoso il
proseguimento dell’intervento americano. Il conflitto dimostrò che una potenza
superiore sul piano tecnologico e militare può perdere la capacità politica di
sostenere una guerra.
In Afghanistan, prima l’Unione Sovietica e poi gli
Stati Uniti hanno incontrato difficoltà analoghe. Anni di combattimenti,
ingenti risorse impiegate e una netta superiorità tecnologica non sono bastati
a garantire un ordine politico stabile e duraturo. I due interventi si svolsero
in contesti differenti e non possono essere sovrapposti, ma mostrano un limite
comune: occupare un territorio e sconfiggere militarmente singoli avversari non
significa riuscire a costruire un assetto politico destinato a durare.
Il meccanismo è più generale. Una potenza può
distruggere infrastrutture, conquistare territori e infliggere perdite
devastanti senza riuscire a spezzare la volontà dell’avversario. Chi resiste
può avere un obiettivo più circoscritto di quello di chi attacca: impedire che
un altro Paese decida il proprio futuro. Non deve necessariamente essere più
forte; deve evitare di essere sconfitto alle condizioni imposte
dall’avversario.
Per questo una guerra può diventare politicamente
insostenibile per chi l’ha iniziata molto prima di trasformarsi in una
sconfitta militare convenzionale. Il costo economico, le perdite umane, le
divisioni interne e la difficoltà di raggiungere gli obiettivi dichiarati
possono finire per erodere la volontà di continuare a combattere.
È una lezione che riguarda anche la Russia in Ucraina.
Nel febbraio 2022, l’invasione russa sembrava puntare
a una rapida sconfitta dello Stato ucraino e all’imposizione di un nuovo
assetto politico. Quell’obiettivo iniziale non è stato raggiunto. Kyiv ha
conservato la propria indipendenza e la capacità di resistere, costringendo
Mosca a sostenere una guerra lunga e onerosa.
La Russia mantiene una superiorità significativa in
diversi ambiti militari e controlla porzioni del territorio ucraino. L’Ucraina,
a sua volta, deve affrontare perdite umane, distruzioni e una forte dipendenza
dal sostegno internazionale. Ma la sproporzione delle forze non ha prodotto il
risultato politico che il Cremlino sembrava perseguire all’inizio
dell’invasione: l’Ucraina non è stata sottomessa e continua a difendere la
propria sovranità.
Il paragone con il Vietnam non significa che le due
guerre siano identiche. Cambiano il contesto internazionale, le caratteristiche
dei combattimenti, gli obiettivi delle parti e le condizioni economiche e
politiche in cui si svolgono. Il punto è un altro: per una potenza che
interviene militarmente all’estero, la prosecuzione della guerra resta una
scelta politica, da sostenere finché i benefici attesi sembrano giustificare i
sacrifici. Per un Paese aggredito, invece, il conflitto può diventare una questione
esistenziale.
Gli ucraini non combattono soltanto per riconquistare
territori. Combattono anche per conservare la possibilità di decidere
autonomamente il proprio futuro. Questa asimmetria non garantisce la vittoria
del più debole, ma rende molto più difficile imporgli una resa definitiva.
Esiste, tuttavia, una differenza importante tra Stati
Uniti e Russia. Trump deve confrontarsi con gli elettori, con il Congresso, con
l’opinione pubblica e con le conseguenze economiche delle proprie decisioni.
Putin opera in un sistema autoritario, nel quale il dissenso è sottoposto a
forti limitazioni e il potere dispone di strumenti di controllo molto più
estesi.
Questo non significa che il Cremlino sia immune dalle
pressioni interne. Anche un regime autoritario deve preservare la coesione
delle élite, la fedeltà degli apparati di sicurezza e il sostegno dei gruppi
economici e politici sui quali si regge. La repressione può limitare la
manifestazione del dissenso, ma non elimina i costi di una guerra prolungata né
garantisce che le tensioni non si accumulino.
È qui che la stanchezza occidentale può diventare un
fattore decisivo. Putin può puntare sul logoramento degli alleati di Kyiv,
scommettendo che le divisioni politiche e il costo del sostegno all’Ucraina
finiscano per ridurne la determinazione. Trump, dal canto suo, può essere
tentato di privilegiare un risultato diplomatico rapido, presentandolo come la
dimostrazione della propria capacità di chiudere i conflitti.
Ma la fretta di porre fine a una guerra non coincide
necessariamente con la possibilità di costruire una pace stabile. Un accordo
può essere utile e persino indispensabile, ma la sua solidità dipende dalle
condizioni che lo accompagnano, dalle garanzie previste e dalla disponibilità
delle parti a rispettarlo. In Iran come in Ucraina, proclamare il successo
militare o annunciare un’intesa non basta, se restano irrisolte le questioni
che alimentano lo scontro.
Se gli Stati Uniti riducessero il sostegno a Kyiv,
l’Europa sarebbe chiamata ad assumersi maggiori responsabilità per la sicurezza
del continente. Non si tratterebbe soltanto di una questione di prestigio
internazionale o di solidarietà politica: la capacità dell’Ucraina di
difendersi riguarda anche l’equilibrio strategico europeo.
Nessun aiuto esterno, tuttavia, può sostituire la
volontà di un popolo di difendersi. Allo stesso tempo, nessuna resistenza può
essere considerata inesauribile: le risorse possono diminuire, le perdite umane
accumularsi e il costo della guerra diventare sempre più difficile da
sostenere. Proprio per questo, il sostegno internazionale e le condizioni di un
eventuale accordo di pace assumono un’importanza decisiva.
Trump vuole dimostrare che gli Stati Uniti possono
ridurre il peso dei conflitti e trasformare la loro conclusione in un successo
politico. Putin punta a ottenere con la forza risultati che non è riuscito a
conseguire rapidamente. Nel mezzo ci sono Paesi e popolazioni che pagano il
prezzo più alto e che rivendicano il diritto di non vedere il proprio destino
deciso da altri.
La storia non dimostra che le grandi potenze siano
condannate a perdere le guerre. Dimostra, però, che la forza militare ha dei
limiti. Può distruggere, occupare e costringere; non sempre può assoggettare.
Può imporre costi enormi a un avversario, ma non necessariamente convincerlo ad
accettare le condizioni del vincitore.
Una guerra può cominciare per volontà di chi è più
forte. Il suo esito, però, dipende anche dalla capacità di chi resiste di
impedire che quella forza si trasformi in dominio politico.
Perché vincere una guerra non significa soltanto
sconfiggere un esercito. Significa riuscire a costruire un risultato che possa
durare anche quando le armi tacciono.
Giuseppe Cerullo
