“La Favola del Pallone”: Ferdinando Palladino, la “roccia” di Piscinola nel dopoguerra. Il ricordo del nipote Rosiello, direttore di Calvizzanoweb

 

Ferdinando Palladino, secondo da sinistra in basso

Quando a Piscinola, tra il 1945 e il 1946, alcuni ragazzi cominciarono a giocare a pallacanestro nel cortile dell’Associazione Cattolica San Giovanni Bosco, nessuno poteva immaginare che quelle partite sarebbero diventate, molti decenni dopo, una pagina della memoria sportiva e sociale del quartiere. Il campo era poco più di uno spazio da adattare: il sabato sera si puliva il cortile, si tracciavano con la calce le linee di gioco e si delimitava l’area con una fune. La domenica, dopo la messa sociale, si giocava. Era una pallacanestro ancora lontana dalle strutture e dall’organizzazione dello sport moderno, nata soprattutto dalla voglia di stare insieme e di misurarsi con un pallone tra le mani.

Tra quei primi ragazzi c’era Ferdinando Palladino

Il suo nome oggi ritorna grazie a La Favola del Pallone, il corto di Salvatore Nappa tratto dal docufilm Storia di Periferia, nel quale Ferdinando è riconoscibile anche in una fotografia. Non fu un campione di basket e non sarebbe corretto raccontarlo come tale. Fu, però, uno dei primi a praticare la pallacanestro a Piscinola, appartenendo a quella generazione che contribuì a far nascere dal nulla una nuova esperienza sportiva nel quartiere. È proprio questo il valore della sua storia.

Ferdinando Palladino è infatti uno dei volti della Piscinola del dopoguerra: un uomo che attraversò gli anni della ricostruzione, del lavoro e della trasformazione del quartiere, portandosi dietro una personalità che ancora oggi emerge dalle testimonianze di chi lo conobbe.

I primi canestri nel cortile del Don Bosco

Per comprendere il suo posto nella storia di Piscinola bisogna tornare a quegli anni immediatamente successivi alla guerra, quando un gruppo di giovani dell’Associazione Cattolica San Giovanni Bosco cominciò ad appassionarsi alla pallacanestro. Non esistevano le strutture sportive che conosciamo oggi. Il campo doveva essere preparato ogni settimana e tutto nasceva dalla disponibilità di quello spazio nel cortile dell’associazione. Il sabato sera si puliva il cortile, si tracciavano con la calce le linee di gioco e si delimitava l’area con una fune. La domenica, dopo la messa sociale, cominciavano le sfide. La passione crebbe rapidamente e portò alla formazione di due squadre, nate soprattutto dalla presenza di ragazzi provenienti da via Vittorio Veneto e via Vittorio Emanuele.

Nella prima giocavano Peppe Vastarella, Gerardo Della Corte, Ciccio Quinterno e Ferdinando Palladino; nella seconda Pasquale Basso, Donato Severino, Gennaro Arco e Ciccio Longobardo. Quei nomi raccontano una Piscinola completamente diversa da quella di oggi. Una Piscinola uscita dalla guerra, nella quale lo sport rappresentava anche un’occasione per incontrarsi, creare amicizie e ritrovare una dimensione di normalità. Le partite attiravano amici e sostenitori, mentre la rivalità tra le due formazioni alimentava un entusiasmo destinato a coinvolgere sempre più giovani. Secondo il racconto di Carmine Montesano, riportato nel volume Storie di Periferie, pubblicato nel 1985, alla fine ebbe la meglio la squadra capitanata da Vastarella, sostenuta da una maggiore prestanza fisica e da una migliore precisione tecnica. Ed è proprio in questa prima formazione che compare Ferdinando Palladino. Non come stella del basket, ma come uno dei ragazzi che furono tra i primi a praticarlo a Piscinola.

Ferdinando Palladino, la “roccia”

Palladino (secondo da sinistra) con Agostino Cossia, campione italiano dei pesi piuma negli anni 1955-56 e olimpionico a Melbourne (era anche lui di Piscinola: è deceduto nel 2016, a 86 anni

Il basket, però, era soltanto una parte della sua vita. Ferdinando era ricordato soprattutto per la sua imponente corporatura e per una forza fisica fuori dal comune. Una vera “roccia”, secondo il ricordo di chi lo aveva conosciuto. Ma dietro quella presenza fisica c’era anche un uomo energico, indipendente, generoso e disponibile. Una personalità capace di lasciare il segno. Da giovane praticava diverse attività: correva, andava in bicicletta e in motocicletta e, naturalmente, giocava a pallacanestro. Era il ritratto di una generazione cresciuta in anni difficili, nella quale lo sport non significava necessariamente agonismo organizzato, ma soprattutto movimento, compagnia, entusiasmo e voglia di vivere. Il suo mestiere fu quello di macchinista delle ex Ferrovie dello Stato, un lavoro impegnativo e di grande responsabilità che svolse con serietà. Angelo Noia, buonanima, assicuratore e anch’egli macchinista, ne ricordava le notevoli conoscenze tecniche e la forza fisica. Tra gli episodi tramandati dagli amici c’è anche quello di un incontro di pugilato improvvisato con un americano corpulento, che Ferdinando avrebbe battuto per KO. Si tratta di un episodio appartenente alla memoria orale di chi lo conobbe e va quindi considerato come tale. Ma contribuisce a restituire l’immagine di quell’uomo robusto e intraprendente che a Piscinola tutti conoscevano.

La storia di Ferdinando Palladino diventa ancora più interessante quando esce dal campo da gioco.

Era un uomo della Piscinola del dopoguerra, classe 1925: lavoratore, sportivo, amante dei motori, conosciuto per la sua forza e per il suo carattere. Una di quelle figure che oggi rischiano di perdersi perché appartengono a un mondo ormai lontano.

Nel 1961 il suo nome compare, con tono scherzoso e affettuoso, nel libricino Il caduto ai piedi di Maria (S’alza?no!), pubblicato in occasione del matrimonio dell’amico Peppe Vastarella con Maria Salzano.

All’epoca Ferdinando aveva superato i 36 anni ed era ancora celibe. Gli amici scherzavano sul suo essere uno degli ultimi scapoli del gruppo e sulla sua inseparabile Giulietta azzurra, l’automobile che aveva acquistato e di cui andava orgoglioso. Anche per lui, però, arrivò il momento di cambiare vita. Nel 1966, all’età di quasi 42 anni, sposò Elena Lanzuise, stimata sarta. Dal matrimonio nacquero due figli, Maria e Sabatino. La famiglia divenne una parte importante della sua vita. Maria, purtroppo, è scomparsa prematuramente, mentre Sabatino ha conservato nel tempo fotografie e ricordi del padre, contribuendo a mantenere viva la memoria di quell’uomo che per molti era semplicemente Ferdinando e che per il quartiere rappresentava una delle figure di quella generazione.

Ricordare Ferdinando significa ricordare una generazione: morì nel 2001, pochi mesi prima di compiere 77 anni. A distanza di tanti anni, il suo ricordo continua a vivere attraverso le testimonianze di chi lo ha conosciuto, attraverso le pagine di Carmine Montesano e oggi anche attraverso le immagini de La Favola del Pallone.

Il motivo per cui vale la pena ricordarlo non è quello di trasformarlo retroattivamente in un campione che non fu. È, al contrario, quello di restituirgli il suo posto esatto nella storia. Ferdinando fu uno dei primi a giocare a pallacanestro a Piscinola.

Fu uno di quei ragazzi che, negli anni immediatamente successivi alla guerra, contribuirono a far nascere dal nulla una piccola comunità sportiva. Fu un lavoratore, un macchinista, un uomo dalla grande forza fisica, amante dello sport e dei motori, marito e padre, ma soprattutto un personaggio della sua epoca.

 

 

 

 

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