Il trauma storico come motore del riscatto

Il punto di vista del nostro editorialista Giuseppe Cerullo

La storia dimostra talvolta che una crisi, una sconfitta o la percezione di una minaccia esterna possono trasformarsi in un’occasione di profondo rinnovamento. Non è un processo automatico, né necessariamente indolore: richiede una classe dirigente capace di riconoscere i limiti del sistema esistente e una società disposta a mettere in discussione abitudini, certezze e assetti consolidati.

Il Giappone della seconda metà dell’Ottocento offre, da questo punto di vista, un esempio particolarmente significativo. L’apertura forzata dei suoi porti alle potenze occidentali, culminata con l’arrivo della flotta statunitense del commodoro Matthew Perry nel 1853, mise in evidenza la vulnerabilità di un Paese che, fino ad allora, aveva mantenuto rapporti limitati con il mondo esterno. La pressione straniera contribuì a mettere in crisi l’ordine politico esistente e accelerò una trasformazione che avrebbe modificato radicalmente la società giapponese.

La modernizzazione dell’era Meiji, avviata nel 1868, non fu tuttavia soltanto una reazione alla minaccia occidentale. Fu anche il risultato di tensioni interne, di una lotta per il potere e della scelta, compiuta dai nuovi gruppi dirigenti, di adottare istituzioni, tecnologie e modelli organizzativi ritenuti necessari per preservare l’indipendenza nazionale. Il Giappone comprese, con notevole pragmatismo, che per evitare di subire passivamente il nuovo ordine internazionale avrebbe dovuto imparare a muoversi secondo le sue regole, sviluppando nel contempo una propria capacità di iniziativa.

Il trauma esterno, in altre parole, potrebbe aver agito da acceleratore di trasformazioni già rese necessarie da dinamiche interne. La lezione non è che ogni crisi produca necessariamente un riscatto, ma che una minaccia può diventare il punto di partenza di una strategia di rinnovamento, se viene interpretata con lucidità e affrontata con decisione.

È una lezione che l’Europa potrebbe essere chiamata a prendere seriamente in considerazione.

La fine delle certezze

Per molti decenni, una parte consistente dei Paesi europei ha potuto beneficiare di condizioni internazionali relativamente favorevoli. La protezione militare statunitense, il ruolo della NATO, l’accesso a mercati globali e la disponibilità di energia e tecnologie provenienti dall’estero hanno contribuito alla stabilità e alla prosperità del continente.

Questa situazione ha favorito lo sviluppo economico e sociale, ma potrebbe anche aver alimentato l’idea che alcuni presupposti strategici fossero destinati a durare indefinitamente. La sicurezza europea è stata spesso considerata un dato acquisito, mentre la dipendenza da fornitori esterni in settori cruciali non sempre ha ricevuto l’attenzione che avrebbe meritato.

La guerra russa contro l’Ucraina ha mostrato quanto rapidamente un simile quadro possa cambiare. Ha evidenziato i rischi legati alla dipendenza energetica, la necessità di rafforzare le capacità militari e le difficoltà di tradurre la solidarietà politica in una strategia comune di lungo periodo.

La risposta europea non è mancata: diversi Paesi hanno modificato le proprie politiche energetiche, aumentato le risorse destinate alla difesa e sostenuto l’Ucraina. Sarebbe quindi ingeneroso descrivere l’Europa come del tutto immobile o incapace di reagire. Resta però da capire se le iniziative intraprese siano sufficienti e se possano tradursi in una maggiore autonomia strategica, anziché limitarsi a risposte contingenti alle singole emergenze.

Il punto non è necessariamente fare a meno degli Stati Uniti, né mettere in discussione il valore dell’Alleanza atlantica. È piuttosto domandarsi se l’Europa possa continuare a fondare una parte così rilevante della propria sicurezza sulla continuità delle scelte politiche di un alleato, le cui priorità potrebbero cambiare nel tempo.

Il fattore americano e l’incertezza strategica

Le oscillazioni della politica statunitense degli ultimi anni, e in particolare le posizioni espresse da Donald Trump sull’Alleanza atlantica, sulla guerra in Ucraina e sulla distribuzione degli oneri della difesa, hanno reso questa domanda più urgente.

Le dichiarazioni e le iniziative dell’amministrazione americana possono essere interpretate, almeno in parte, come il tentativo di rivedere gli impegni internazionali degli Stati Uniti sulla base di una diversa valutazione dei loro interessi nazionali. Non sarebbe corretto ridurre ogni scelta a una sola motivazione, né attribuire intenzioni personali senza elementi verificabili. È tuttavia legittimo interrogarsi sulle conseguenze che un eventuale ridimensionamento dell’impegno americano potrebbe avere per la sicurezza europea.

Se Washington dovesse ridurre il proprio sostegno all’Ucraina o spingere per un accordo di pace in tempi e condizioni non pienamente condivisi dagli alleati europei, l’Europa potrebbe trovarsi di fronte a una scelta difficile: accettare un assetto definito in larga misura da altri oppure assumersi maggiori responsabilità nella ricerca di una soluzione e nella gestione delle sue conseguenze.

Un’eventuale intesa non dovrebbe essere valutata soltanto sulla base della sua capacità di interrompere le ostilità nell’immediato. Occorrerebbe considerare anche la sua sostenibilità, le garanzie di sicurezza per l’Ucraina e il rischio che un accordo percepito come precario possa rinviare, anziché risolvere, le tensioni che hanno condotto al conflitto.

Non si tratta di presumere che ogni iniziativa americana sia contraria agli interessi europei. Si tratta, piuttosto, di riconoscere che gli interessi degli alleati possono coincidere solo in parte e che una cooperazione solida richiede interlocutori capaci di contribuire alle decisioni, non soltanto di subirne gli effetti.

La vicenda ucraina potrebbe quindi rappresentare un banco di prova per l’Europa: non necessariamente il momento di una rottura con gli Stati Uniti, ma l’occasione per dimostrare di essere in grado di sostenere una linea politica anche quando le priorità di Washington dovessero divergere da quelle europee.

Energia e vulnerabilità economica

La sicurezza non riguarda soltanto gli eserciti e gli equilibri diplomatici. Comprende anche la capacità di garantire energia a prezzi sostenibili, proteggere le infrastrutture essenziali e ridurre le dipendenze che potrebbero trasformarsi in strumenti di pressione.

La crisi seguita all’invasione russa dell’Ucraina ha mostrato con chiarezza i rischi connessi a un’eccessiva concentrazione delle forniture. La diversificazione delle fonti ha ridotto alcune vulnerabilità, ma non le ha necessariamente eliminate: dipendenze precedenti possono essere sostituite da altre, magari meno visibili e collocate in segmenti differenti della filiera.

Le tensioni internazionali, le interruzioni dei flussi commerciali e le crisi regionali potrebbero incidere nuovamente sui prezzi dell’energia e sui costi di produzione europei. Gli effetti concreti dipenderebbero, naturalmente, dalla durata delle crisi, dalla risposta dei mercati, dalle scorte disponibili e dalle decisioni dei governi.

Anche eventuali aumenti del prezzo dei carburanti o dell’energia non potrebbero essere attribuiti automaticamente a una singola scelta politica o a un solo evento internazionale: si tratta spesso di fenomeni determinati da una pluralità di fattori. Proprio per questo, sarebbe utile che il dibattito pubblico distinguesse con precisione tra le cause documentate, le correlazioni e le ipotesi interpretative.

Il problema strategico rimane, comunque, evidente. Se una crisi in una regione esterna all’Unione può ripercuotersi rapidamente sulle famiglie e sulle imprese europee, la questione non riguarda soltanto il mercato: riguarda la resilienza del sistema economico e la capacità delle istituzioni di anticipare i rischi.

L’Europa dovrebbe pertanto interrogarsi non solo su dove acquistare energia, ma anche su come ridurre la propria esposizione agli shock, rafforzare le infrastrutture, sviluppare fonti diversificate e coordinare le politiche industriali con quelle energetiche.

Tecnologia e autonomia industriale

Una vulnerabilità analoga riguarda la tecnologia. In un’economia sempre più dipendente da semiconduttori, infrastrutture digitali, intelligenza artificiale e materie prime critiche, l’autonomia strategica non può essere misurata esclusivamente in termini militari.

L’Europa dispone di competenze scientifiche, imprese innovative e importanti capacità industriali. Tuttavia, in alcuni comparti essenziali, la produzione e il controllo delle tecnologie più avanzate risultano concentrati al di fuori del continente. Questa situazione potrebbe limitare la libertà d’azione europea in caso di tensioni commerciali, restrizioni alle esportazioni o interruzioni delle catene di approvvigionamento.

La questione dei minerali critici, per esempio, mostra quanto sia importante considerare non soltanto la disponibilità delle risorse, ma anche il controllo delle fasi di lavorazione, raffinazione e trasformazione. Una dipendenza può persistere anche quando le materie prime vengono acquistate da fornitori diversi, se le fasi decisive della filiera rimangono concentrate altrove.

Il settore dell’automobile offre un altro esempio. La transizione verso i veicoli elettrici potrebbe rappresentare un’opportunità industriale, ma anche una sfida per i produttori europei, chiamati a confrontarsi con concorrenti che beneficiano di economie di scala, catene produttive integrate e investimenti consistenti.

Analogamente, la competizione nell’intelligenza artificiale non riguarda soltanto la qualità dei modelli o delle applicazioni. Coinvolge anche la disponibilità di potenza di calcolo, semiconduttori, infrastrutture energetiche, capitale e competenze specialistiche.

Non ne consegue che l’Europa sia destinata a perdere questa competizione. Ne consegue, piuttosto, che non può affidarsi alla sola regolamentazione del mercato o alla speranza che le tecnologie sviluppate altrove rimangano sempre accessibili alle stesse condizioni. Una politica industriale più coordinata, investimenti nella ricerca e una maggiore integrazione dei mercati europei potrebbero contribuire a ridurre queste vulnerabilità.

Anche in questo campo, la lezione del Giappone Meiji potrebbe risultare utile: acquisire conoscenze dall’esterno non è necessariamente un segno di debolezza. Può diventare una strategia di emancipazione, purché l’apprendimento si traduca in competenze, capacità produttiva e possibilità di scelta autonome.

Il limite politico dell’Europa

Se i problemi sono ormai abbastanza riconoscibili, perché l’Europa fatica a trasformarli in una strategia comune?

Una parte della risposta potrebbe risiedere nella struttura stessa dell’Unione. Gli Stati membri hanno storie, geografie, interessi economici e sensibilità strategiche differenti. Queste differenze non sono un difetto in sé: riflettono la pluralità delle società europee. Possono però rendere più difficile una risposta rapida e coerente quando le decisioni richiedono un consenso ampio.

In alcuni settori della politica estera e di sicurezza, il ricorso all’unanimità può rallentare le iniziative o ridurne l’ambizione. Le divergenze nazionali, inoltre, possono produrre messaggi contraddittori verso gli interlocutori esterni, rendendo meno credibile la posizione europea.

Non sarebbe corretto attribuire ogni ritardo alla sola architettura istituzionale: contano anche le scelte dei governi, le risorse disponibili e le diverse valutazioni dei rischi. Tuttavia, se l’Unione intende svolgere un ruolo più incisivo sul piano internazionale, dovrebbe interrogarsi sulla possibilità di rendere i processi decisionali più efficaci, salvaguardando al tempo stesso la legittimità democratica e gli interessi fondamentali degli Stati membri.

La stessa riflessione riguarda la difesa. Aumentare le spese militari può essere necessario, ma non è sufficiente. Occorrerebbe capire come utilizzare meglio le risorse, coordinare gli acquisti, ridurre le duplicazioni e sviluppare capacità realmente complementari. Altrimenti, un incremento dei bilanci nazionali potrebbe non tradursi in un aumento proporzionale della capacità europea di agire.

Rimane inoltre il tema dell’equilibrio tra sicurezza e coesione sociale. Le risorse pubbliche sono limitate e le esigenze molteplici: difesa, sanità, istruzione, infrastrutture, transizione energetica e sostegno alle fasce più vulnerabili della popolazione. Presentare queste priorità come necessariamente incompatibili sarebbe riduttivo. La sfida politica consiste proprio nel trovare un equilibrio sostenibile, spiegando ai cittadini perché determinati investimenti siano necessari e quali risultati ci si attenda.

Un’Europa più sicura non dovrebbe essere, per definizione, un’Europa meno attenta al benessere dei suoi cittadini. Ma senza una valutazione realistica dei rischi, anche le conquiste sociali potrebbero risultare più esposte alle conseguenze di crisi esterne.

Il Mediterraneo: una priorità da ripensare

Per l’Italia, e più in generale per i Paesi dell’Europa meridionale, la questione strategica assume una dimensione particolare nel Mediterraneo.

Energia, rotte commerciali, migrazioni, instabilità regionale e sicurezza marittima si intrecciano in uno spazio nel quale gli interessi europei sono immediati. Eppure, l’attenzione politica dell’Unione non sempre sembra proporzionata alla rilevanza di quest’area.

Sarebbe semplicistico sostenere che l’Europa abbia ignorato il Mediterraneo: nel tempo sono state avviate iniziative diplomatiche, programmi di cooperazione e accordi con diversi Paesi della regione. È però legittimo chiedersi se questi strumenti abbiano prodotto una strategia sufficientemente coerente e di lungo periodo.

Una politica mediterranea più efficace potrebbe richiedere una maggiore continuità diplomatica, investimenti nella cooperazione energetica e infrastrutturale, strumenti condivisi per affrontare le crisi e una capacità più concreta di dialogo con i Paesi della sponda meridionale.

Anche in questo caso, la questione non consiste nel sostituire una dipendenza con un’altra o nel considerare i Paesi vicini soltanto in funzione degli interessi europei. Si tratta di costruire relazioni più equilibrate, capaci di generare benefici reciproci e di ridurre i rischi che derivano dall’instabilità.

Per l’Italia, una simile impostazione potrebbe offrire l’opportunità di contribuire in modo più incisivo alla definizione delle priorità europee. Ma un’iniziativa nazionale avrebbe probabilmente maggiori possibilità di successo se inserita in un quadro europeo condiviso, anziché affidata a interventi episodici.

Una crisi può diventare un’occasione?

Il confronto con il Giappone Meiji non deve essere interpretato come un invito a imitare un modello storico in ogni sua componente. Le differenze tra le due realtà sono profonde: il Giappone ottocentesco era uno Stato che cercava di preservare la propria sovranità in un sistema internazionale dominato dalle potenze imperiali; l’Unione europea è un insieme di democrazie che hanno scelto di condividere parte della propria sovranità per garantire pace, prosperità e cooperazione.

Il parallelismo può tuttavia suggerire una domanda importante: che cosa accade quando una comunità politica si rende conto che le condizioni sulle quali ha costruito il proprio benessere non sono più garantite?

Una possibilità è reagire in modo frammentario, cercando di ripristinare il più rapidamente possibile la situazione precedente. Un’altra è utilizzare la crisi per rivedere le proprie priorità, rafforzare le capacità insufficienti e sviluppare strumenti adeguati a un contesto mutato.

La seconda strada sarebbe più impegnativa. Richiederebbe investimenti, compromessi tra governi, una visione industriale condivisa e la disponibilità a riconoscere che alcune scelte del passato, pur comprensibili nel loro contesto, potrebbero non essere più adeguate alle condizioni attuali.

Non sarebbe necessario attendere una rottura definitiva dei rapporti transatlantici, un nuovo shock energetico o un aggravamento delle crisi internazionali per avviare questo percorso. Al contrario, la capacità di agire prima che l’emergenza diventi incontrollabile sarebbe forse il segnale più chiaro di maturità strategica.

Il trauma storico può diventare un motore di riscatto, ma soltanto se viene elaborato e trasformato in decisioni concrete. In assenza di una direzione politica, la crisi rischia invece di produrre paura, divisioni e reazioni improvvisate.

L’Europa si trova davanti a una scelta che non dovrebbe essere drammatizzata, ma neppure sottovalutata. Potrebbe continuare a considerare le proprie vulnerabilità come problemi separati, da affrontare di volta in volta, oppure potrebbe riconoscerle come parti di una questione più ampia: la capacità di decidere autonomamente il proprio futuro.

Non è detto che una crisi debba necessariamente diventare il momento fondativo di una nuova Europa. Ma sarebbe auspicabile che il continente riuscisse a imparare dalle difficoltà prima che siano gli eventi a imporre cambiamenti più dolorosi.

La domanda, dunque, non è se l’Europa debba scegliere tra alleanze e autonomia, tra sicurezza e welfare, tra apertura internazionale e tutela delle proprie capacità produttive. È se saprà trovare un equilibrio più solido tra questi obiettivi, prima che le circostanze restringano ulteriormente il suo margine di scelta.

Perché il vero riscatto, per una comunità politica, potrebbe consistere proprio in questo: riconoscere le proprie fragilità senza trasformarle in fatalismo e convertirle, finché è ancora possibile, in una strategia condivisa.

Giuseppe Cerullo

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