"I Sabati di Cultura"- Santa Rosa da Lima: una vita di fede, sacrificio e carità. Il suo ritratto nell'ovale sopra la porta d'ingresso della parrocchia san Giacomo, su via Molino
Dal Perù a Calvizzano, la straordinaria storia della Santa domenicana raccontata dal professor Luigi Trinchillo. Un viaggio nella fede, nella carità e nella testimonianza cristiana, che si lega alla memoria religiosa del nostro paese attraverso la sua immagine, collocata in un ovale sopra la porta della Parrocchia San Giacomo che affaccia su via Molino: un volto discreto, che chi esce dalla chiesa può scorgere soltanto sollevando lo sguardo.
“Il Salvatore levò la voce e disse: ‘Tutti sappiano che la grazia segue alla tribolazione,
che
senza il peso delle afflizioni non si giunge al vertice della grazia,
e
comprendano che quanto cresce l’intensità dei dolori, tanto aumenta la misura
dei carismi.
Nessuno erri né si inganni: questa è l’unica
vera scala del Paradiso e
al di
fuori della Croce non c’è altra via per salire al Cielo’.
Udite queste parole, mi sentii spinta a
scendere in piazza e gridare a tutti:
‘Ascolta popolo, ascoltiamo genti tutte.
Da parte di Cristo e con parole della sua
stessa bocca,
vi
avverto che non si riceve grazia senza soffrire…
Questo è
l’acquisto e l’ultimo guadagno della sofferenza ben accettata”.
(dagli
scritti autografi di Santa Rosa da Lima, che riferiva di un’esperienza di
estasi mistica da lei vissuta) [1]
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Santa
Rosa da Lima
[Attualmente il calendario
liturgico la ricorda il 23 agosto,
correttamente, visto che la
Santa morì nella notte del 24 agosto.
Fino alla riforma del
calendario degli anni Settanta del ’900,
la ricorrenza era solennemente celebrata il 30
dello stesso mese,
come continuano a fare molte
donne, per tradizione familiare]
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Nata nel Perù il 20 aprile 1586 da una nobile
famiglia spagnola, un po’ decaduta e perciò emigrata nell’America Meridionale,
fu battezzata come Isabella, dal nome della nonna, ma poi usò sempre il
nome Rosa, datole dalla balia india, di certo per la sua
bellezza, ma anche per rispettare la tradizione indigena, che assegnava come
soprannome ai bambini il nome di un fiore. Così Isabella Flores de Oliva
venne presto chiamata da tutti Rosa, per la sua bellezza e anche perché
si diffuse la voce che la sua culla era sempre miracolosamente circondata da
rose. L’Arcivescovo di Lima Toribio[2]
aggiunse al suo nome il titolo monacale “di Santa Maria”, per la
speciale devozione ch’ella manifestò costantemente per la Vergine, che le
concesse il dono dell’infanzia spirituale e le fece condividere la gioia
di tenere fra le braccia il Bambin Gesù.
Nel processo di canonizzazione emerse che, a soli
cinque anni, prese a digiunare a giorni alterni e a sei anni compiva già azioni
penitenziali, che raramente si potrebbe immaginare scelte in così tenera
età.
Dopo un ulteriore tracollo economico della sua
famiglia, Rosa si dedicò al ricamo, ai lavori dell’orto e ad altre attività
pratiche, per guadagnarsi da vivere, ma aspirava sempre alla vita religiosa,
sul modello della domenicana Santa Caterina da Siena, che aveva imparato
a conoscere grazie allo studio e alle letture che effettuava con ardore.
Animata da un forte spirito di umana solidarietà e
cristiana ansia di testimonianza, Rosa allestì nella propria casa un essenziale
ricovero per i poveri e i bisognosi di origine “india”.
Il Signore le permise di poter rivivere le sofferenze
della Passione di Cristo nella sua carne; e tuttavia attraversò la “notte
oscura” delle tentazioni ed ebbe il premio divino delle nozze mistiche.
A Santa Rosa sono attribuiti e riconosciuti vari carismi,
come quello della profezia, della bilocazione e quello di poter compiere
miracoli, mentre era ancora in vita.
Aveva poco più di vent’anni, quando, nel 1609,
rifiutata fermamente la possibilità di contrarre un matrimonio, divenne terziaria
domenicana, indossandone l’abito.
Da allora in poi si fece sempre chiamare
ufficialmente “Rosa di Santa Maria”, abbandonando sia il nome di
battesimo (Isabella) che quello da novizia (Caterina).
Si ritirò in una piccola, anzi angusta, capanna
silenziosa, posta nel giardino di casa sua. Affermò che la sua scelta era
dettata dal desiderio di pregare meglio, tra veglie prolungate,
autoflagellazioni e digiuni protratti.
Condusse da allora in poi una vita ritirata, e la
severità delle penitenze che si autoinfliggeva le attirarono critiche perfino da
parte dei familiari e degli amici.
Poiché affermava di avere spesso visioni mistiche e
di subire vessazioni diaboliche, fu sottoposta ad un’inchiesta ecclesiastica,
che giunse alla conclusione che non era suggestione quanto ella affermava, né
speculazione per fini ignobili.
Santa Rosa sopportò tutte queste avversità in totale pazienza
e abnegazione, senza mai un cenno di lamentela o di insofferenza, accettando
ogni prova come occasione per offrire al Signore un piccolo sacrificio per la
conversione delle popolazioni indigene del Nuovo Mondo. Assisteva spesso
ammalati poverissimi e gravi, abbandonati a sé stessi e da tutti, soprattutto
bambini orfani, schiavi, malati terminali, indios senza diritti, al
punto da trasformare la sua povera casa in un specie di ospedale da campo e
lazzaretto, tanto è vero che, nel suo Paese, il Perù, viene attualmente
considerata l’iniziatrice dell’assistenza sociale e colei che ha gettato le
basi di quello che oggi viene comunemente definito welfare state.
Il fisico di Rosa, stressato da anni di privazioni e
di sofferenze, nel 1614 diede segni di cedimento e si temette addirittura che
ella potesse morire da un momento all’altro, all’improvviso. Ci volle tutta la
capacità di persuasione della madre, per farle lasciare l’angusto ambiente in
cui si era ridotta a vivere ed accettare di trasferirsi a casa di una coppia di
amici di famiglia, che si erano offerti di ospitarla e di assisterla[3].
Fu così che Rosa riacquistò un minimo di forze e di
energie, vivendo altri tre anni, senza mai trascurare la meditazione,
l’abbandono mistico, le privazioni e la rinunzia dei piccoli agi che si era
dovuta adattare ad accettare, per sopravvivere.
Morì all’età di 31 anni, il 24 agosto 1617,
consumata dalle severe penitenze, che ella offriva al Signore per la salvezza
dei peccatori, per la conversione delle popolazioni indigene del Nuovo Mondo e
per conformarsi allo spirito e alle sofferenze di Cristo.[4]
Il processo per il riconoscimento e la proclamazione
delle virtù eroiche di Santa Rosa cominciò subito dopo la morte, tanto grande
era la “fama di santità” che circondava la sua vita negli ultimi tempi.
I documenti spediti dal Perù a Roma furono accompagnati da una lettera
autografa del futuro Carlo II d’Asburgo[5]
e, soprattutto, da una supplica della regina-madre, donna Mariana, sposa
di Filippo IV di Spagna, che sollecitavano un rapido iter del processo
canonico vaticano.
Lo stesso pontefice Alessandro VII si impegnò
affinché i lavori di verifica dell’eroicità delle virtù e della testimonianza di
Rosa di Santa Maria potessero procedere spediti, ma occorsero comunque
anni per esaminare tutte le carte e i numerosi documenti e le testimonianze
giunti dall’America.[6]
La canonizzazione, avvenuta nel 1671, con il decreto
del papa Clemente X, fu, di fatto, semplicemente l’ufficializzazione di quel “concetto
di santità” che le popolazioni sudamericane, ma anche i Cattolici europei,
già da anni davano per scontata.
Il corpo di Santa Rosa è conservato e venerato
a Lima, nella Basilica del Santo Rosario.
È Patrona del Perù, delle Due Americhe e delle
Indie, ed è invocata in caso di ferite cruente, contro le eruzioni vulcaniche, per
dirimere litigi familiari e per ritrovare la pace e la serenità.
Nell’iconografia classica e tradizionale di Santa
Rosa, ella appare sempre circondata da fiori, in particolare rose e gigli, con
il volto in evidente stato di contemplazione estatica, confortata dalla
presenza del Crocifisso o del Bambino Gesù, con l’abito dell’Ordine domenicano,
accanto alla Vergine che l’accoglie e la conforta.
Non si contano le Chiese che, soprattutto nel Sud
America (ma anche nell’America Settentrionale) le sono dedicate, ricche di tele
e di opere d’arte che la raffigurano.
A lei sono anche intitolate almeno quattro Parrocchie italiane: una a Palermo, un’altra a Torino, una terza a Lecce e una a Castellabate (Salerno).[7
[1] Questo testo di Santa
Rosa, riferito con evidenza palmare ad un’esperienza estatica e mistica della
Santa, fu inserito fra i documenti autentici e gli atti raccolti nel corso del
processo canonico per la dichiarazione della sua elevazione agli onori degli
altari.
[2] San Turibio/Toribio
Alfonso de Mogrovejo (1538–1606) fu arcivescovo di Lima, in Perù, proclamato
santo della Chiesa cattolica nel 1726 dal papa Benedetto XIII.
[3] Si tratta di donna
Maria de Ezategui e del marito don Gonzalo de la Maza, funzionario di rango
elevato del Vicereame spagnolo, che accolsero ed accudirono fraternamente Rosa
nell’ultimo periodo della vita.
[4] La scelta di Santa
Rosa di sottoporsi a prove di sacrificio estreme e non sempre scelte con
prudenza, ha spesso fatto considerare tali comportamenti non adeguati alle
attese, nemmeno dalla Chiesa Cattolica, che tende sempre a guardare con
sospetto tutto ciò che sa di fanatismo e/o potrebbe divenire fenomeno
integralista. Le cronache di episodi notevoli di comportamenti severi
riportano, ad esempio, il caso di un’altra giovane sudamericana, di una
generazione più giovane di Santa Rosa, Maria Anna de Paredes y Flores, che,
presa a modello proprio Santa Rosa, si
sottopose a privazioni e tormenti inauditi: ad esempio, durante un’epidemia
scoppiata a Quito, offrì pubblicamente la propria vita in espiazione dei
peccati dei concittadini, favorendo in sé l’attecchimento del contagio, fino a
morirne. Per la sua testimonianza estrema fu, comunque, canonizzata nel 1950,
ben tre secoli dopo la scomparsa, dal papa Pio XII.
[5] Re di Spagna dal 1665
al 1700.
[6] L’abitudine di
scrivere, pubblicare e diffondere quelli che oggi vengono chiamati “instant
book” è davvero antica, se è vero che, col favore dell’Ordine Domenicano, nello
stesso anno della morte, a distanza di pochi mesi dall’evento, fu pubblicata
una prima “Vita di Rosa di Santa Maria”: come si vede, non ancora definita
ufficialmente “santa”, in attesa del prescritto processo canonico vaticano.
[7] Talune notizie
redazionali e documentarie sono state attinte dal numero di agosto 2022 del
mensile Frate indovino, a pagina 30, per la rubrica curata da Giuseppe
Muscardini.
