Ferdinando Palladino: il Macchinista di Piscinola

Il ricordo di un uomo che ha svolto il suo mestiere con competenza, passione e umiltà: qualità riconosciutegli da tutti

Dopo essere andato in pensione nel 1982, fu festeggiato dai colleghi macchinisti

Dopo aver raccontato, nel precedente articolo dedicato a “La Favola del Pallone”, la storia della prima squadra di calcio di Piscinola, nella quale figurava anche mio zio Ferdinando Palladino, sento il bisogno di dedicare a lui un ulteriore ricordo, questa volta legato alla sua grande passione e professionalità nel mondo delle ferrovie.

Ferdinando Palladino era mio zio, unico fratello maschio di mia madre, Domenica Palladino, conosciuta da tutti nel quartiere come Minichina ’a sarta. Aveva altre tre sorelle. Nato nel 1925 a Piscinola, oggi parte dell’Ottava Municipalità di Napoli insieme a Chiaiano, Marianella e Scampia, Ferdinando è venuto a mancare nel 2001, all’età di 76 anni. A distanza di tanti anni, il suo ricordo è ancora vivo in chi lo ha conosciuto e, soprattutto, in coloro che hanno avuto la fortuna di lavorare al suo fianco. Ho sentito il bisogno di scrivere questo articolo per rendere omaggio non solo a un familiare, ma a un vero e proprio maestro della ferrovia. Ferdinando Palladino è stato un grande macchinista delle ex Ferrovie dello Stato, rispettato da colleghi e superiori per la sua competenza tecnica, la sua umiltà e la sua dedizione al lavoro.

Un nome che lasciava il segno

Quando, all’inizio della mia carriera, nel 1976, raccontavo ai macchinisti più anziani di provenire da una famiglia di ferrovieri e che uno dei miei zii si chiamava Ferdinando Palladino, la loro reazione era quasi sempre la stessa: stupore e rispetto.

“Tuo zio era un grande macchinista”, mi dicevano.

Lo dicevano con quella luce negli occhi che si riserva soltanto alle persone che hanno lasciato un segno autentico nella propria professione.

Ferdinando sapeva tutto delle locomotive. Le conosceva quasi a memoria e, per lui, sembrava non esistere guasto che non potesse essere affrontato e risolto.

Un episodio, tra i tanti, rende bene l’idea della sua capacità. Un giorno, durante un servizio, si ruppe il rubinetto del freno. Invece di fermarsi e arrendersi al problema, smontò quello della cabina posteriore e lo sostituì con calma e sicurezza, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Era questa la sua forza: la conoscenza, l’esperienza e una straordinaria capacità di mantenere la calma anche nelle situazioni più difficili.

Un ingegnere senza laurea

Aveva conseguito la licenza della scuola di avviamento tra la fine degli anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta, ma possedeva una padronanza della meccanica e dell’elettrotecnica degna di un ingegnere.  Conosceva a memoria i circuiti elettrici dei locomotori e riusciva a trasmettere le sue conoscenze agli aiuto macchinisti con una semplicità straordinaria. Molti di loro impararono da lui e furono preparati anche a sostenere l’esame per diventare macchinisti a tutti gli effetti. Tra i suoi allievi ricordo Salvatore Salzano di Marianella e Gennaro Salatiello di Calvizzano, due bravi macchinisti, entrambi oggi in pensione. Ferdinando non era quindi soltanto un tecnico eccezionale: era anche un formatore naturale, capace di spiegare concetti complessi in maniera semplice, chiara ed efficace. Vinse anche il concorso per capo deposito, ma rinunciò alla carriera dirigenziale. Preferì restare vicino ai treni, alla cabina, alla linea: il luogo dove si sentiva davvero se stesso.

Dalla locomotiva a vapore alla metropolitana

La sua carriera attraversò una fase straordinaria dell’evoluzione tecnologica delle ferrovie italiane. Conobbe gli anni della trazione a vapore e successivamente lavorò sui moderni locomotori elettrici. Negli ultimi anni della sua carriera fu anche macchinista della metropolitana, assegnato al deposito di Campi Flegrei. Una vita professionale interamente vissuta sui binari, sempre con la stessa serietà e la stessa passione. L’ex macchinista Angelo Noia, buonanima, persona squisita sotto tutti gli aspetti, ogni volta che mi incontrava nella sua agenzia di assicurazioni a Napoli Centrale, non mancava di raccontarmi qualche aneddoto su mio zio. Aveva lavorato al suo fianco per anni, come aiuto macchinista, e ne parlava con una stima profonda, quasi come si parla di un maestro. Quando Ferdinando Palladino entrava in un deposito o in una sala, i colleghi si inchinavano per rispetto. Non era un rispetto imposto dal ruolo o dalla posizione, ma la stima autentica che si conquista soltanto con l’esempio.

Palladino (primo da sinistra) fece da padrino di comunione a un futuro macchinista (Salvatore Silvestri). A Gerardo Silvestri, fratello di Salvatore, fece da padrino Pasquale Rosiello

La mia eredità ferroviaria

Anche io ho fatto il macchinista. Ho iniziato il primo gennaio 1976 a Campobasso, per poi essere trasferito al deposito di Napoli Smistamento, e sono andato in pensione nel 2011, a 58 anni e con 42 anni e mezzo di servizio (c’era il cosiddetto scivolamento: un anno di abbuono ogni dieci). Nel corso della mia carriera ho sostenuto e superato due esami da capo deposito. Ma, come mio zio, anch’io ho scelto di restare in cabina.

Da macchinista avevo più tempo libero e, forse, anche più soddisfazioni. Nel corso degli anni ho scritto 37 pubblicazioni dedicate alle locomotive, alla segnaletica e alla normativa del lavoro: testi sui quali hanno studiato diverse centinaia di macchinisti. Eppure non oso fare paragoni con mio zio Ferdinando. Perché lui, a detta di tutti coloro che lo hanno conosciuto e hanno lavorato con lui, è stato un grande macchinista. Per me è stato anche qualcosa di più: un esempio indimenticabile di passione, competenza, umiltà e dedizione. E oggi, mentre torno a parlare di lui dopo averlo ricordato anche nella storia della prima squadra di calcio di Piscinola, mi rendo conto di quanto fosse ricca la sua vita. Il pallone, i treni, il lavoro, la famiglia: tanti aspetti di una stessa persona che ha lasciato un ricordo profondo nel quartiere e in tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo. Ferdinando Palladino era mio zio, ma prima ancora di essere un familiare, per tanti è stato un maestro.

Mimmo Rosiello

P.S.

Questa era sicuramente una delle storie che sarebbero piaciute a mia sorella Rosaria, anche lei nipote di Ferdinando Palladino, venuta a mancare nel sonno, in una calda notte d’agosto, a soli 57 anni. Sono certo che la leggerà anche lei, da lassù.

Buona lettura, sorè.

 

 

 

 

 

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