“Cronache di una distrazione”, Vincenzo Di Maro: il poeta di origini calvizzanesi che trasforma il mistero della vita in poesia

 

Sabato 17 ottobre, a Villa Recalcati, in provincia di Varese, il poeta di origini calvizzanesi sarà protagonista di un incontro dedicato al suo percorso letterario, insieme a Serena Nardi e al poeta e critico Sebastiano Aglieco. Dalla riflessione sulla poesia come “vita autentica” ai versi di Pleiadi, una composizione di grande profondità, particolarmente suggestiva nelle notti d’autunno.

Da Calvizzano alla Lombardia: il percorso di un poeta appartato

Vincenzo Di Maro, poeta di origini calvizzanesi, non appartiene alla schiera di coloro che cercano il clamore, ma a quella degli autori che prediligono il silenzio, affidando alla scrittura il compito di interrogare la realtà e di esplorare le pieghe più profonde dell’esistenza. Poeti per i quali la poesia non è soltanto una forma d’espressione, ma una necessità interiore, un modo di stare al mondo. 

La sua produzione si distingue per complessità, profondità culturale e attenzione ai grandi interrogativi dell’esistenza. La sua scrittura non cerca scorciatoie né indulge nella superficialità: richiede attenzione, invita alla riflessione e accompagna il lettore in un percorso che unisce esperienza personale, memoria e ricerca di significato.

Dal 2007 al 2020, Di Maro è vissuto a Besozzo, in provincia di Varese, prima di trasferirsi, sempre insieme alla moglie, a Leggiuno (prov. Varese). Conduce un’esistenza riservata, trascorrendo gran parte del tempo libero nel suo studio o passeggiando nel boschetto vicino casa, spesso in compagnia del suo cane. Insomma, una vita lontana dai riflettori, ma attraversata da un dialogo costante con la poesia. Le sue radici campane, tuttavia, continuano a rappresentare una componente essenziale della sua identità. Napoli e Calvizzano convivono con la dimensione lombarda, in un intreccio di appartenenze che alimenta anche la sua ricerca letteraria.

Nel suo percorso figurano diverse raccolte, tra cui La costanza dell’inseguito, selezionata al Premio Bagutta, Frammenti imprevisti e La fine dell’opera – frammenti per un coro. Nel 2001 ha conquistato il primo premio al concorso “Poeti e scrittori della Lombardia”, mentre nel 2020 gli è stato conferito il Premio Culturale Città di Calvizzano. Con Una stagione nascosta, Di Maro ha ulteriormente sviluppato una scrittura articolata e personale, nella quale la parola poetica diventa strumento di conoscenza e di confronto con ciò che rimane oscuro, sfuggente e difficile da definire.

Il valore di un poeta, naturalmente, si misura soprattutto nei suoi versi. Ed è proprio attraverso la lettura delle sue opere che emerge una voce capace di affrontare questioni universali senza rinunciare alla propria originalità.

A Varese “Cronache di una distrazione”: la poesia come vita autentica

Sabato 17 ottobre, nella Sala Convegni di Villa Recalcati, in piazzale della Libertà a Varese, Vincenzo Di Maro sarà protagonista dell’incontro Cronache di una distrazione, insieme a Serena Nardi e al poeta e critico letterario Sebastiano Aglieco.

L’appuntamento assume un significato particolare anche in vista del ventennale della sua permanenza in terra lombarda. Sarà un’occasione per ripercorrere il suo cammino poetico e per riflettere sul rapporto tra scrittura, quotidianità e ricerca interiore.

Il titolo dell’incontro non è una semplice suggestione letteraria. Racchiude una precisa visione dell’esistenza, che lo stesso Di Maro ha spiegato con parole particolarmente significative. “Credo che l’atteggiamento della distrazione sia quello che più mi caratterizza nella vita”, afferma il poeta.

La distrazione, nel suo caso, non è disattenzione né fuga superficiale dalla realtà. È piuttosto il movimento attraverso il quale ci si allontana dalla routine quotidiana per avvicinarsi a ciò che conta davvero. La vita di tutti i giorni, spiega Di Maro, è quella che ci consente di lavorare, assolvere ai nostri compiti e mettere insieme il pranzo e la cena. È una dimensione necessaria, fatta di impegni e abitudini, ma che egli definisce “inautentica” quando finisce per assorbire ogni spazio della nostra interiorità.

La poesia rappresenta, invece, la possibilità di una vita autentica: uno spazio nel quale l’individuo può sottrarsi alla ripetizione, ritrovare se stesso e interrogarsi sul significato dell’esistenza.

C’è poi un’altra riflessione, ancora più personale, che rende particolarmente significativo il titolo del convegno. “Distrarsi significa andare verso due direzioni differenti”, osserva Di Maro, richiamando il significato etimologico della parola.

È qui che la sua vicenda umana incontra la sua identità poetica. Da una parte Napoli e Calvizzano, le origini, la memoria e gli affetti; dall’altra la Lombardia, la terra nella quale vive e lavora da quasi vent’anni. Due luoghi, due appartenenze, due direzioni che non si escludono, ma convivono nella sua esperienza. Essere richiamati verso luoghi diversi diventa così la sostanza della sua vita e della sua attività poetica.

La distrazione assume allora un significato più profondo: è il movimento tra mondi differenti, la capacità di abitare il presente senza rinnegare il passato, di trasformare la distanza in memoria e la memoria in parola poetica.

In vista dell’incontro, Di Maro ha espresso il desiderio di avere tanti amici intorno a sé, oltre a coloro che lo hanno letto, lo leggono e vorranno leggerlo. Un desiderio semplice e sincero, che restituisce alla poesia la sua dimensione più umana: quella di un dialogo che si compie pienamente quando qualcuno, dall’altra parte, è disposto ad ascoltare.

Pleiadi: quando l’autunno ci invita a guardare il cielo

Tra i componimenti che permettono di entrare nel mondo poetico di Di Maro c’è Pleiadi, una poesia particolarmente suggestiva proprio in questo periodo dell’anno.

L’autunno, con le sue notti che invitano a volgere lo sguardo verso il cielo, offre l’occasione per riscoprire questi versi, nei quali il poeta parte da un ricordo infantile per arrivare a una riflessione universale sulla fragilità umana, sul tempo e sull’immensità dell’universo.

Il componimento si apre con una confessione: “perché abbiano attratto le mie notti da che ero bambino non mi è chiaro”. Il poeta ammette di non conoscere la ragione di quel fascino antico. Le Pleiadi lo accompagnano fin dall’infanzia, come una presenza misteriosa che resiste al tempo e alla ragione. A questo stupore seguono immagini di grande forza evocativa. Le stelle diventano un grappolo di uova, una massa generativa immersa nelle oscure acque cosmiche. L’universo assume così i contorni di un immenso spazio vitale, nel quale le forme della natura terrestre sembrano trovare un’eco. È uno degli aspetti più interessanti della scrittura di Di Maro: la capacità di avvicinare realtà apparentemente lontane, creando analogie che sorprendono e invitano a guardare il mondo da una prospettiva nuova.

Il poeta richiama poi il mito classico delle Pleiadi, figlie di Atlante, e introduce con ironia un riferimento alla cultura contemporanea: il marchio automobilistico Subaru, il cui nome giapponese richiama proprio questo gruppo di stelle.

Il passaggio, apparentemente leggero, dimostra come la poesia possa accostare mito, astronomia e vita quotidiana senza perdere la propria profondità.

Ma il cuore del componimento arriva poco dopo, con un improvviso contrasto temporale ed esistenziale: “e sono stelle giovani. Io invece”.

Due brevi versi, separati da una pausa che pesa quanto una riflessione intera. Le stelle, che dalla Terra sembrano eterne, hanno una loro età; l’essere umano, al confronto, vive un’esistenza infinitamente breve.

La sproporzione tra il tempo cosmico e quello umano diventa una domanda silenziosa sulla nostra condizione. Che cosa siamo davanti all’immensità dell’universo? Quanto dura la nostra esistenza rispetto ai tempi che governano il cosmo?

Di Maro non ha bisogno di formulare esplicitamente queste domande. Le lascia emergere attraverso il contrasto tra la giovinezza delle stelle e la consapevolezza della propria finitezza. Eppure, davanti alla brevità della vita, il poeta non rinuncia alla meraviglia. “Le cerco ad ogni autunno, per trarne uno strano conforto”.

È questo il passaggio che rende Pleiadi particolarmente vicina alla stagione autunnale. Ogni anno, il ritorno delle stelle diventa un appuntamento con qualcosa che supera l’esperienza individuale e, proprio per questo, può offrire consolazione.

Non si tratta di un conforto capace di cancellare le inquietudini o di fornire risposte definitive. È piuttosto la sensazione di appartenere a una realtà più grande, di poter continuare a interrogarsi anche quando il mistero rimane tale.

Le Pleiadi non spiegano il senso dell’esistenza: lo rendono visibile, ricordandoci che la fragilità umana può convivere con la meraviglia.

La pena e il dono: trasformare il mistero in significato

Il finale della poesia racchiude il nucleo della riflessione di Di Maro:

“Molto più spesso che si voglia o tema la pena e il dono ci raggiungono. Inermi verso entrambi tramutiamo arcani in senso”.

La pena e il dono: due dimensioni inseparabili dell’esperienza umana, che arrivano spesso senza essere state cercate e che non sempre possiamo controllare.

La vita ci mette di fronte alla gioia e al dolore, agli incontri e alle perdite, alle occasioni fortunate e alle prove difficili. Molti eventi sfuggono alla nostra volontà e alle nostre possibilità di comprensione. Siamo inermi davanti a ciò che accade, ma non completamente impotenti. Ci resta la possibilità di interrogarci, di interpretare, di trasformare l’esperienza in conoscenza e il mistero in significato.

È proprio questo il gesto che compie la poesia: non elimina l’enigma, ma ci insegna ad abitarlo. In Pleiadi, lo sguardo rivolto al cielo diventa uno sguardo rivolto dentro di sé. L’immensità cosmica non schiaccia l’essere umano, ma lo invita a riconoscere la propria fragilità e, insieme, la propria capacità di pensiero.

La poesia non rende eterna la nostra esistenza, ma le offre una possibilità di profondità. Non cancella la precarietà del vivere, ma permette di guardarla da una prospettiva diversa. La capacità di intrecciare immagini, riferimenti culturali e interrogativi esistenziali costituisce uno degli elementi distintivi della scrittura di Di Maro. Una voce che merita di essere letta con attenzione e approfondita attraverso il confronto con la critica letteraria.

Una distrazione necessaria

L’incontro di Varese rappresenta dunque un’occasione per conoscere più da vicino un autore che ha fatto della ricerca interiore il centro della propria scrittura. La sua poesia non cerca scorciatoie, non indulge nella semplificazione e non si accontenta di offrire emozioni immediate. Chiede al lettore di fermarsi, pensare e guardare oltre le apparenze. La riflessione di Pleiadi si lega così naturalmente al significato di Cronache di una distrazione: se la poesia è una distrazione dalla vita ordinaria, non è perché ci allontana davvero dal mondo, ma perché ci permette di tornarvi con uno sguardo nuovo. È una deviazione necessaria, capace di interrompere il ritmo delle giornate e di ricondurci a ciò che troppo spesso smettiamo di vedere: una costellazione nel cielo autunnale, il ricordo della propria terra, la consapevolezza della fragilità umana e il desiderio di trovare un senso a ciò che ci circonda.

Forse è proprio questo il messaggio più profondo dei versi di Vincenzo Di Maro: non possiamo dominare il mistero dell’esistenza, ma possiamo interrogarlo. Non possiamo sottrarci al tempo, ma possiamo imparare a guardarlo. E non possiamo conoscere tutte le risposte, ma possiamo trasformare gli interrogativi in poesia.

Ma qualche volta, per ritrovare la strada della vita autentica, bisogna avere il coraggio di distrarsi.

Pleiadi (di Vincenzo Di Maro)

Perché abbiano attratto le mie notti

da che ero bambino non mi è chiaro.

Forse quel loro minimo viluppo,

un grappolo di uova

in un alone di polveri

quasi la massa ovigera di un pesce

in oscure acque cosmiche.

Più tardi seppi che le Pleiadi

figlie di Atlante

donano luce a frutto di una fuga.

Che non sia il solo a subirne il fascino

lo testimonia un marchio d'automobili,

che taccio.

E sono stelle giovani.

Io invece.

La fatica di nascere e morire

un loro infinitesimo.

Le cerco ad ogni autunno, per trarne

uno strano conforto. Molto più spesso

che si voglia o tema

la pena e il dono ci raggiungono.

Inermi verso entrambi tramutiamo

arcani in senso.

Le Pleiadi: le Sette Sorelle del cielo

Fonte foto: "Cose dell'Astromondo"

Le Pleiadi, conosciute anche come Sette Sorelle o con la sigla astronomica M45, sono uno degli ammassi stellari più affascinanti del cielo notturno. Situate nella costellazione del Toro, a circa 440 anni luce dalla Terra, sono composte da centinaia di stelle giovani e luminose, molte delle quali caratterizzate da una splendida tonalità azzurra. Nelle notti più limpide, alcune di esse sono visibili a occhio nudo, come piccoli punti luminosi raccolti in un delicato intreccio celeste.

Il loro fascino attraversa i secoli e unisce astronomia, mito e poesia. Secondo la mitologia greca, le Pleiadi erano le sette figlie di Atlante e Pleione, trasformate in stelle per sottrarle all’inseguimento del cacciatore Orione. Da allora, la loro immagine è rimasta sospesa nel firmamento come simbolo di bellezza, unione e mistero.

Conosciute fin dall’antichità e presenti nelle tradizioni di numerosi popoli, le Pleiadi continuano a suscitare meraviglia e ispirazione. La loro luce, proveniente da una distanza immensa, sembra ricordarci che esistono legami capaci di attraversare il tempo e lo spazio, così come esistono emozioni che trovano nella poesia la loro forma più profonda.

È forse proprio in questa unione di luce, mistero e memoria che risiede il fascino delle Pleiadi: sette stelle che, pur brillando ciascuna di una propria luce, sembrano appartenere a un’unica, silenziosa armonia. Un’immagine che invita a guardare il cielo non soltanto con gli occhi, ma anche con l’anima, lasciando che la meraviglia dell’universo si trasformi in sentimento e parola.

 

 


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