Seicento anni, tre secoli, una sola idea: qui nessuno è straniero

Questa domenica, la storia di Alì Mohammed e dei Pescara ci porta fino a Genova, per ricordarci che accogliere chi arriva da lontano è anche un modo per costruire la memoria di una comunità

“Qui nessuno è straniero”. È la frase comparsa su uno striscione realizzato dai bambini della scuola primaria Daneo di Genova e che venerdì ha suscitato discussioni, proteste e l’intervento della sindaca Silvia Salis, recatasi personalmente a incontrare le famiglie.

Una frase che abbiamo sentito risuonare anche qui, a Calvizzano. Non per una polemica politica. Non per prendere parte a uno scontro. Ma perché proprio ieri abbiamo raccontato, attraverso due articoli, la storia di Alì Mohammed, il giovane tunisino comparso nei registri parrocchiali di Calvizzano nel 1729, e il suo inatteso incontro con la storia della famiglia dei duchi Pescara. Abbiamo raccontato ciò che i documenti ci permettono di sapere e, soprattutto, ciò che ancora dobbiamo scoprire.

Ma forse quella storia ci ha lasciato una domanda che va oltre gli archivi: che cosa significa davvero sentirsi parte di una comunità?

Alì arrivò da lontano. Non sappiamo ancora quale viaggio lo abbia portato a Calvizzano, quale fosse esattamente la sua condizione e tutto ciò che accadde intorno a quel battesimo nel quale compare anche il cognome Pescara. Su alcuni aspetti sarà necessario continuare la ricerca. Sappiamo però una cosa fondamentale: il suo nome è rimasto scritto su una pagina e, tre secoli dopo, quella pagina ci permette di incontrare un ragazzo tunisino che altrimenti sarebbe probabilmente scomparso del tutto dalla nostra memoria. E allora diventa inevitabile pensare a quanti altri Alì ci sono stati. A quanti uomini e quante donne hanno attraversato il Mediterraneo, sono arrivati in una terra diversa dalla propria, hanno cercato una casa, un lavoro, una possibilità, e poi sono scomparsi dalle pagine della storia. Di molti non conosciamo il nome. Di Alì sì. Ed è proprio per questo che abbiamo pensato che il suo nome potrebbe meritare un posto nella memoria pubblica di Calvizzano.

Una strada, ma anche un vicolo o un angolo, dedicata ad Alì Mohammed non sarebbe soltanto il riconoscimento di un giovane tunisino vissuto nel Settecento. Potrebbe essere un modo per ricordare tutti quelli che la storia non è riuscita a conservare. E potrebbe, nello stesso tempo, riportare alla luce una pagina della storia dei Pescara, una famiglia profondamente legata alla vicenda del nostro paese.

Ed è qui che torniamo al fatto di Genova. Quando la sindaca Silvia Salis, incontrando le famiglie della scuola Daneo, ha detto “Questa città la pensa come voi”, abbiamo sentito che quelle parole potevano parlare anche a noi.

Anche noi la pensiamo così. Pensiamo che nessuno perda la propria identità perché decide di riconoscere quella degli altri. Pensiamo che ricordare chi arriva da lontano non significhi dimenticare chi c’era prima. Pensiamo, anzi, che conoscere tutti i pezzi della propria storia renda una comunità ancora più consapevole di sé. E la storia di Calvizzano, ancora una volta, ce lo dimostra. Perché basta una pagina del 1729 per scoprire che il nostro paese, già allora, era attraversato da storie che venivano da lontano. Forse la memoria pubblica serve proprio a questo: non soltanto a celebrare i grandi nomi, ma anche a restituire un volto a chi rischia di essere dimenticato. Una targa con il nome di Alì Mohammed potrebbe diventare allora qualcosa di più di un’indicazione stradale. Potrebbe essere una domanda rivolta a chi passerà di lì.

Chi era Alì? Da dove veniva? Perché era arrivato a Calvizzano? Chi lo accolse?

Che cosa accadde alla sua vita? E forse un bambino, un ragazzo o un adulto, leggendo quel nome, potrebbe fermarsi a cercare una risposta. Sarebbe già un piccolo miracolo della memoria.  Restiamo dell’avviso  che le comunità crescono anche così: quando imparano a non lasciare indietro le storie più silenziose.

Per questo, questa domenica, guardiamo a Genova e pensiamo a Calvizzano.

Guardiamo a uno striscione scritto dai bambini e a una pagina di un registro parrocchiale di quasi tre secoli fa. Sembrano mondi lontanissimi. Eppure ci dicono la stessa cosa. Qui nessuno è straniero. Perché chi arriva da lontano può diventare parte della storia di un luogo. Ma anche perché una comunità capace di ricordarlo non rinuncia alla propria storia. La rende semplicemente più grande.

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