Prosegue la rubrica "I Sabati di Cultura" con un' esclusiva Calvizzanoweb. Lo schiavo che divenne Pescara: la storia dimenticata di Alì Mohammed, catecumeno tunisino nella Calvizzano del ’700
Un contributo scelto per il suo valore storico e documentario, capace di riportare alla luce, attraverso un documento dell’archivio parrocchiale, un frammento poco conosciuto della memoria della nostra comunità
Nel 1729, un giovane nordafricano viene battezzato nella parrocchia di Calvizzano, acquisendo il nome del duca e la protezione di un principe: un caso raro e affascinante di affrancamento e integrazione nel Regno di Napoli. Il giovane appassionato di storia locale (profondo conoscitore dell’archivio parrocchiale) Emanuele Ferrillo riporta alla luce un frammento prezioso della nostra memoria collettiva
“Panta rhei” diceva Eraclito: tutto scorre. Estraendo questa celebre espressione dal contesto filosofico che le è proprio, si potrebbe riflettere su come i tempi e la società che ci circonda cambiano e spesso abbiamo bisogno di un oggetto, una testimonianza o una memoria per poter astrarre la nostra mente e comprendere dinamiche normalmente “strane”.
Un valido spunto ci viene offerto dall’ormai “famoso” (ma non troppo) archivio parrocchiale del paese (mi sembra riduttivo dire “della chiesa”) di Calvizzano:
“L’anno del Signore 1729 il giorno tre del mese di maggio […] è stato battezzato Alì Mohammed (Mahometum) di anni circa 21, figlio di Mostafà […] della città di Tunisi […] gli sono stati imposti i nomi Giovan Battista, Gennaro, Giuseppe e cognome Pescara […] padrino […] Gennaro de Somma, principe del Colle”.
Il documento racconta di un uomo che abbraccia la fede cristiana in età adulta (detto catecumeno) e, in segno di questa rinascita, acquisisce un nuovo nome e cognome; inoltre, per antica tradizione, occorre una persona che custodisca il neofito nella comunità cristiana, nel nostro caso il compito è assunto, possiamo affermare con buona sicurezza, da Gennaro Maria di Somma, 7° principe di Colle (in provincia di Benevento), appartenente a un’importante e nobile famiglia del regno di Napoli.
Prestigiosa è la famiglia del padrino quanto prestigioso è il cognome che viene imposto al nostro Alì Mohammed, ovvero Pescara, lo stesso dei Duchi di Calvizzano (rimando ai vari articoli che ne parlano su questo blog). Il legame tra il catecumeno e la famiglia ducale è comprovato dal fatto che il neofito assume anche il nome (dunque diventa omonimo) del duca pro tempore: Giovan Battista Pescara (1705-1796), appunto, figlio di Don Francesco e Donna Lucrezia Reggio, marito di Donna Maria Letteria Ventimilia.
Cosa significa tutto questo? Ci troviamo davanti a un caso di “manumissio”, ossia affrancamento dello schiavo (servo): verosimilmente, Alì Mohammed termina con questo atto la condizione servile in casa Pescara, con l’acquisire anche i diritti civili; in un certo senso è come se venisse adottato dai duchi Pescara. Fin dall’antica Roma era previsto che un servo potesse acquistarsi la libertà, tramite denaro o atto testamentario, poi nell’Europa cristiana fu il battesimo a sancire il passaggio alla nuova condizione, nel caso di una conversione (dall’islam nel nostro caso).
Le speculazioni da poter fare a questo punto non sono molte; si può affermare in maniera abbastanza plausibile che Giovan Battista Pescara dei duchi di Calvizzano ha concesso, per qualche ragione, la libertà a un suo servitore di origine tunisina. Non deve sembrar strano a chi legge che a Napoli nel XVIII secolo circolassero persone di origine nordafricana, visto che Napoli (come Valencia) è una città di porto inserita perfettamente nel bacino mediterraneo, per di più capitale di un regno, dunque era una meta ambita per chi (oggi come allora) lasciava le coste nordafricane per una nuova vita nel mondo europeo. Allo stesso modo non deve sembrar strano che lo schiavo appena liberato assuma nome e cognome dell’ex-padrone, infatti questa pratica è attestata fin dall’antichità e in particolare nell’antica Roma (dove il liberto assumeva praenomen e nomen del dominus, divenuto patronus, e per cognomen il suo vecchio nome da schiavo) e poi anche nell’Europa medievale; ci tramanda il Boccaccio (nel De casis virorum illustrium) la storia di un certo Raimondo de Cabanni, servo africano di un esponente della corte angioina del XIV secolo, di nome Raimondo de Cabanni – guarda caso - , che assume il nome dell’ex-padrone, dopo il battesimo, e compie una scalata sociale impressionante. La differenza con l’età antica è che il nome proprio della persona va a perdersi.
Anche dopo l’affrancamento, in un certo senso, queste persone portavano sempre impresso dentro di loro il ricordo della “subalternità”: pensandoci bene, il fatto chiamarsi come l’ex-padrone non è certamente uno sprone al riscatto personale.
Fatto sta che dopo il suo battesimo il nostro Alì scompare dai registri parrocchiali; non vi sono elementi per poter tracciare un profilo del resto della sua vita, potrebbe aver seguito il suo “patronus” (il duca Pescara) a Napoli, nel distretto della parrocchia di S.Marco (di Palazzo, ndr) dove morirono lui e la moglie, oppure no… né si può escludere che egli si trovasse nel Regno di Napoli con tutta la sua famiglia (circostanza che si riscontra in altri casi, grazie ad atti notarili) . Sono fiducioso che il lavoro di ricerca di chi si sente affascinato dal valore della memoria potrà chiarire questi e altri dettagli.
Emanuele Ferrillo
