Il punto di vista del nostro editorialista Giuseppe Cerullo
A Marano sta prendendo forma una curiosa asimmetria. La sinistra non sembra avere paura di presentarsi direttamente per ciò che è. Nell’area che guarda al centrodestra, invece, prende forma un progetto che preferisce chiamarsi civico. Nulla di male, naturalmente. Il civismo non è una colpa e una coalizione civica può essere perfettamente legittima. Ma resta una domanda: perché, quando i protagonisti hanno una storia politica riconoscibile, quella storia dovrebbe scomparire proprio nel momento in cui si chiede il voto? Le spiegazioni possono essere almeno due. La prima è la prudenza. Nessun grande partito vuole intestarsi uno scioglimento in un Comune che ha conosciuto più provvedimenti di scioglimento per infiltrazioni mafiose. La seconda è opposta: forse il gruppo che sta costruendo il cosiddetto progetto civico ha bisogno di apparire più largo di quanto sia il suo nucleo originario. E allora si raccolgono disponibilità, storie, sensibilità e personalità diverse sotto un'unica insegna, prima ancora di chiarire quale sia la coalizione politica che dovrà governare. Non sappiamo quale delle due letture sia quella corretta. Ma la domanda rimane: perché non chiamare le cose con il loro nome? Perché il problema non è il simbolo. È ciò che viene dopo. Un Comune non si governa con un'etichetta, ma attraverso scelte. E quelle scelte hanno una precisa natura politica. Una sinistra amministrativa può mettere al centro l'accessibilità dei servizi, il patrimonio pubblico, le politiche sociali, la casa, gli spazi per giovani e famiglie, la scuola, la cultura e il trasporto pubblico. Una destra può attribuire maggiore peso alla valorizzazione economica del patrimonio, alla gestione privata dei servizi, alla riduzione dell'intervento diretto dell'ente e all'iniziativa privata. Non c'è bisogno di demonizzare nessuna delle due impostazioni. Basta riconoscerne la differenza. Prendiamo i beni pubblici. Affidarne la gestione a un privato non è necessariamente una scelta sbagliata. Può significare investimenti, manutenzione, competenze e servizi che il Comune non sarebbe in grado di garantire direttamente. Ma il privato non è il pubblico. Se sostiene dei costi, deve recuperarli. E se investe capitale, normalmente deve ottenere anche un rendimento. È qui che comincia la scelta politica. Quanto deve pesare la redditività e quanto l'accessibilità? Un impianto sportivo, una struttura culturale, uno spazio pubblico possono produrre un ricavo e continuare a essere beni utili alla collettività. Ma questo dipende dalle condizioni con cui vengono affidati: tariffe, agevolazioni, obblighi di manutenzione, orari, accessibilità e controlli. Altrimenti il rischio è semplice: un bene resta pubblico sulla carta, mentre il suo utilizzo diventa sempre più regolato dalla capacità di pagare. Non è una questione ideologica. È una questione di priorità. Ed è proprio qui che destra e sinistra, anche a Marano, possono e devono essere riconoscibili. Non perché ogni amministratore di sinistra debba fare le stesse cose di un altro sindaco di sinistra, né perché ogni amministratore di destra debba applicare un manuale. Ma perché governare significa scegliere quale interesse mettere davanti agli altri quando le risorse sono limitate. Ed è difficile capire queste scelte se prima si cancella ogni differenza politica dentro la parola «civico». Il civismo può allargare una coalizione. Non può sostituire una visione. Perché alla fine gli elettori non saranno chiamati a votare un contenitore. Saranno chiamati a decidere chi dovrà amministrare Marano, quali priorità dovrà avere e quale idea di città dovrà prevalere. A quel punto il nome conterà molto meno delle scelte. E sarebbe meglio cominciare a parlarne prima.Giuseppe Cerullo
