Il punto di vista del nostro editorialista Giuseppe Cerullo
Che cosa dobbiamo fare perché questa sia l’ultima volta? A Marano è giunto il momento di smettere di chiedersi che cosa sia successo e cominciare a chiedersi che cosa fare perché non accada più. Non è più il momento di riaprire il passato. Né di trasformare una vicenda ormai consegnata alle istituzioni nell’ennesimo processo alle persone. Si può discutere della legge, dei suoi presupposti, della sua applicazione. Ma, per dirla in poche parole: dura lex, sed lex. Il punto, adesso, è un altro. Marano ha conosciuto più scioglimenti consecutivi. E non possiamo pensare che, finita la gestione commissariale, basti cambiare gli amministratori e ricominciare da dove ci si era fermati. Se il problema fosse soltanto nelle persone, sarebbe semplice. Ma se riguarda anche i meccanismi, è su quelli che occorre intervenire. Non basta chiedere più prudenza. Servono più cautele. E la domanda non deve essere quale sia il minimo indispensabile per evitare un nuovo scioglimento. Deve essere quale sia il massimo delle garanzie che Marano può realisticamente costruire. Non parlo di un Comune ideale, con organici infiniti e una possibilità illimitata di separare competenze e responsabilità. Marano ha risorse limitate. Anche sul piano del personale. Una rotazione perfetta degli incarichi, in alcuni settori, può essere difficile se non impossibile. E non avrebbe senso indebolire un ufficio soltanto per rispettare un principio astratto. La questione, allora, è più concreta. Dove non si può moltiplicare il personale, si possono moltiplicare le garanzie. Dove non è possibile separare completamente le responsabilità, si possono rafforzare i controlli incrociati. Dove una procedura delicata deve necessariamente passare da poche persone, si può fare in modo che non dipenda mai soltanto da una persona. Affidamenti diretti, proroghe, procedure d’urgenza, deroghe, rapporti con gli operatori economici: tutto ciò che è fisiologico nell’attività di un Comune deve essere anche perfettamente ricostruibile. Non perché chi compie una scelta sia necessariamente sospetto. Ma perché, in una città che ha conosciuto più scioglimenti, la trasparenza non può essere affidata alla buona volontà di chi amministra. Deve diventare metodo. E il metodo deve sopravvivere alle persone. Qui sta un altro punto decisivo: la continuità. Le procedure e i controlli introdotti durante una gestione commissariale non dovrebbero scomparire insieme ai commissari. Se qualcosa è stato costruito per ridurre un rischio, il ritorno alla gestione ordinaria dovrebbe rappresentare il momento in cui quella garanzia diventa patrimonio stabile dell’ente. Non la continuità delle persone. La continuità delle garanzie. Perché lo scioglimento è uno strumento di tutela dell’istituzione, non un progetto di rinascita. Interrompe una situazione che lo Stato ritiene incompatibile con il corretto funzionamento dell’amministrazione. Ma il giorno dopo è un’altra cosa. Il giorno dopo si torna alla politica. E la politica, questa volta, dovrebbe avere l’umiltà di partire non dalla convinzione di essere migliore di chi l’ha preceduta, ma dalla consapevolezza che Marano non può permettersi di ricominciare ogni volta allo stesso modo. Non servono amministratori infallibili. Non esistono. Serve un’amministrazione nella quale l’errore di una persona possa essere intercettato da un’altra; nella quale una scelta delicata lasci una traccia chiara; nella quale chi deve assumersi una responsabilità abbia anche regole e strumenti per esercitarla. Le regole, del resto, non servono soltanto a impedire che qualcuno faccia ciò che non deve. Servono anche a proteggere chi vuole fare ciò che deve. Un funzionario, un dirigente, un amministratore che possa dimostrare di avere seguito una procedura trasparente, verificabile e adeguatamente controllata dispone di una protezione che non è soltanto burocratica. È istituzionale. Ed è questa protezione che Marano deve costruire. Non una politica ossessionata dal timore dello scioglimento. Una politica abbastanza consapevole della propria storia da costruire un'amministrazione nella quale lo scioglimento diventi sempre più difficile da rendere necessario. Perché l’obiettivo non può essere semplicemente evitare il prossimo provvedimento. È restituire a Marano la normalità amministrativa. Una normalità nella quale si possa tornare a discutere di strade, servizi, scuole, urbanistica, sport, ambiente e sviluppo senza che ogni discussione venga risucchiata dal passato della città. Per arrivarci, però, non serve dimenticare. Serve ricordare bene. Ricordare ciò che non ha funzionato, dove i controlli si sono dimostrati insufficienti, quali procedure hanno mostrato fragilità. E trasformare tutto questo in regole migliori, controlli migliori, responsabilità più chiare. Non si tratta di amministrare con la paura. Si tratta di amministrare con la memoria. Perché dopo una storia come quella di Marano, la prudenza non può più essere soltanto una qualità personale. Deve diventare una responsabilità istituzionale. E forse è proprio questa la domanda dalla quale dovrebbe ripartire Marano: che cosa dobbiamo fare perché questa sia l’ultima volta? Il vero successo della prevenzione antimafia non sarebbe sciogliere un Comune un’altra volta. Sarebbe fare in modo che non ce ne sia più bisogno. E se tutto questo non bastasse? Se anche dopo aver moltiplicato controlli, cautele e garanzie dovessimo ritrovarci, un giorno, ancora al punto di partenza, resterebbe sempre una soluzione. Quella, volutamente iperbolica, di cui avevamo scritto qualche tempo fa: l’accorpamento con Napoli. Era, naturalmente, una provocazione. Ma avrebbe almeno un vantaggio: al prossimo giro, toccherebbe sciogliere Napoli.Giuseppe Cerullo
