La difficile arte dell’unità

Il punto di vista del nostro editorialista Giuseppe Cerullo

La politica, quando è davvero unita, ha un piccolo vantaggio: non ha bisogno di spiegarlo continuamente. Non è una regola. È soltanto una delle stranezze della politica. Quando invece un progetto comincia a raccontarsi come largo, civico, partecipato, aperto a tutti e capace di tenere insieme sensibilità diverse, vale la pena osservare con attenzione non tanto ciò che dichiara, quanto anche l’ordine nel quale le cose prendono forma. Prima viene il progetto. Poi il programma. Poi, naturalmente, il candidato. Almeno così dovrebbe funzionare. Ma se il nome di una possibile candidatura emerge già nelle prime fasi, prima che il programma sia stato definito, la sequenza può apparire diversa. E con essa può cambiare anche il significato che attribuiamo alla parola «collegialità». Perché un conto è riunirsi per decidere insieme quale città si vuole costruire e, sulla base di quella scelta, individuare la persona che dovrà rappresentarla. Un altro è partire da una candidatura già considerata come possibile e costruire intorno ad essa un progetto nel quale gli altri possano progressivamente riconoscersi.

Formalmente può non cambiare quasi nulla. Politicamente, però, la percezione può essere diversa. È una differenza sottile, ma abbastanza significativa da meritare attenzione. Anche perché, quando una scelta è ancora aperta, le candidature alternative non dovrebbero necessariamente essere viste come un problema. Possono essere semplicemente parte della discussione: servono a capire quali sensibilità esistono, dove passa il consenso e quale nome, eventualmente, riesca a raccogliere più consensi.

Se invece basta che un nome cominci a circolare perché qualcuno senta il bisogno di precisare, qualcun altro di chiarire e qualcun altro ancora di ricondurre il confronto a un terreno comune, forse significa soltanto che il percorso è ancora in una fase di definizione. Ed è proprio quella fase a essere interessante.

Perché una cosa è dire: «Stiamo costruendo insieme». Un’altra è dire: «Abbiamo costruito, venite». La differenza sta tutta in quel verbo.

E allora anche il bisogno di sottolineare la compattezza può essere letto in modi diversi. Può essere semplicemente il modo con cui un gruppo comunica la propria forza e cerca di trasmettere fiducia. Ma può anche essere il tentativo, magari del tutto comprensibile, di dare un’immagine di maggiore coesione a un percorso che deve ancora trovare alcuni dei suoi punti di equilibrio. Non occorre scegliere tra le due spiegazioni. Basta riconoscere che entrambe possono essere lette dall’esterno.

Il punto, allora, non è stabilire oggi se esista già una coalizione compiutamente definita oppure un insieme di disponibilità e sensibilità ancora in fase di confronto. Il punto è capire quando una coalizione diventa davvero una coalizione.

Non necessariamente quando viene annunciata. Non quando si presenta come civica. Non quando invita altri a entrare. Ma quando le persone che ne fanno parte possono ancora discutere liberamente di ciò che conta davvero. Anche del nome.

Perché se una candidatura viene percepita come già fortemente orientata, il programma rischia, almeno nella percezione esterna, di diventare una cornice costruita intorno a una scelta. E se la cornice viene prima del quadro, la discussione sul quadro può trasformarsi soprattutto in una questione di dettagli.

Forse è soltanto una malizia. Ma in politica, qualche volta, sono proprio le malizie a suggerire le domande giuste.

E la domanda, in questo caso, è piuttosto semplice: stanno ancora decidendo insieme, oppure stanno semplicemente cercando di capire come dare forma comune a una scelta che, magari, qualcuno ha già iniziato a considerare?

Giuseppe Cerullo

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