Il punto di vista del nostro editorialista Giuseppe Cerullo
Nel
precedente editoriale, Dialogo con Zeno, avevo scelto di tornare alle pagine
della Coscienza di Zeno di Italo Svevo per parlare di una debolezza molto
umana: quella di sentirsi grandi per ciò che si potrebbe essere, senza mai
mettere davvero alla prova quella possibilità.
Zeno
Cosini vive di contraddizioni. Si osserva, si analizza, si racconta e cerca
continuamente una spiegazione ai propri comportamenti. Ma proprio mentre cerca
di conoscersi, riesce spesso a trovare una giustificazione che lo protegga
dalla verità.
È questa, forse, una delle ragioni della sua straordinaria attualità. Perché non è soltanto l’uomo Zeno a comportarsi così. A volte sono le persone, le istituzioni, le comunità. Quando qualcosa non funziona, è sempre possibile trovare una ragione. Quando una promessa non viene mantenuta, una spiegazione. Quando un risultato non arriva, una circostanza alla quale attribuire la responsabilità. Finché arrivano i fatti. Ed è proprio qui che vorrei riprendere il discorso lasciato aperto nel primo editoriale. Avevo scritto: “Ma qui, Zeno, permettimi di non seguirti fino in fondo.” Oggi quella frase mi sembra ancora più attuale. Perché comprendere le debolezze umane è una cosa. Trasformarle in un alibi permanente è un’altra. Ci sono momenti nei quali non basta più raccontare, spiegare, interpretare. Bisogna semplicemente guardare ciò che accade. E guardarlo senza paura di riconoscerlo. Non faccio nomi e non ne sento il bisogno. Chi vive il proprio territorio conosce le situazioni, ascolta le parole, vede le conseguenze. E spesso comprende anche ciò che rimane sospeso tra una dichiarazione e un fatto. È proprio questa distanza che mi interessa: quella tra ciò che si dice di essere e ciò che si dimostra di essere; tra le intenzioni e le conseguenze; tra il racconto che costruiamo e la realtà che, prima o poi, presenta il conto. Forse è questo il vero insegnamento che possiamo ancora prendere da Zeno: non tanto quello di diffidare degli altri, quanto quello di diffidare delle spiegazioni troppo comode. Una coscienza davvero libera non è quella che riesce sempre ad assolversi. È quella che, quando necessario, sa anche mettersi sotto esame. E allora, dopo Zeno, resta una domanda. Non riguarda soltanto ciò che è accaduto. Riguarda ciò che scegliamo di vedere, ciò che preferiamo non vedere e, soprattutto, quanto a lungo possiamo continuare a raccontarci una realtà diversa da quella che abbiamo davanti agli occhi.
Giuseppe Cerullo
