Il punto di vista del nostro editorialista Giuseppe Cerullo
C’è qualcosa di molto conveniente nel sapere di poter essere migliori senza doverlo verificare. Le possibilità non falliscono. Le persone, invece, sì. E così si può trascorrere molto tempo dentro il condizionale: avrei potuto, sarei stato, avrei fatto.
Non
è necessario stabilire se sia vero. Basta che resti possibile.
Anche
gli altri, qualche volta, ci aiutano. Ci riconoscono qualità che forse abbiamo,
o che almeno siamo contenti di avere. E una certa reputazione può diventare un
rifugio abbastanza confortevole. Ci permette di conservare intatta l’immagine
di ciò che potremmo essere, senza sottoporla al rischio dei fatti. Poi arrivano
i fatti.
E
non hanno particolare riguardo per l’immagine che ci siamo costruiti.
Forse
è per questo che, ogni tanto, una nuova avventura ha un valore che non coincide
con il suo risultato. Non perché debba renderci migliori, né perché debba
dimostrare qualcosa agli altri o a noi stessi. Semplicemente perché riapre una
questione che avevamo dato per chiusa. È una forma di giovinezza meno allegra
di quella che normalmente le attribuiamo: non la leggerezza, ma la possibilità
di non considerare ancora definitiva la propria sistemazione. Bisogna allora
sottrarsi alle pastoie, alle abitudini, alle spiegazioni che abbiamo imparato a
dare di noi stessi. A quelle definizioni che, con il tempo, finiscono per
sembrare verità: io sono fatto così, questo non fa per me, ormai è troppo
tardi, non sono più quello di una volta.
Ma qui, Zeno, permettimi di non seguirti fino in fondo.
Perché anche la dimostrazione può diventare una comoda ossessione.
Anche
il bisogno di tradurre ogni possibilità in un risultato, ogni talento in una
prova, ogni desiderio in un progetto può essere un altro modo per evitare di
stare dentro la propria vita. Viviamo in un tempo che ci chiede continuamente
di dimostrare qualcosa. Quanto valiamo, quanto produciamo, quanto siamo capaci,
quanto siamo ancora giovani, quanto possiamo realizzare. Persino i nostri
desideri sembrano avere bisogno di un risultato per essere considerati
autentici. Tu diffidavi della grandezza che non si misura. Io comincio a
diffidare anche di quella che pretende continuamente di misurarsi. Non siamo
obbligati a dimostrare ciò che avremmo potuto essere. Ma nemmeno siamo
obbligati a trasformare ogni possibilità in un esame da superare. Forse esiste
una libertà più difficile: quella di agire senza avere sempre bisogno di una
sentenza finale su noi stessi. Di provare, fallire, ricominciare, cambiare
idea. Di fare qualcosa semplicemente perché ci interessa, senza trasformarlo
immediatamente nella prova del nostro valore. La grandezza, forse, non coincide
sempre con ciò che lascia una traccia visibile. A volte sta nella capacità di
non smettere di interrogarsi. Nel coraggio di rimettere in discussione una vita
che sembrava già definita. Nella disponibilità a non considerare concluso il
racconto che abbiamo fatto di noi stessi. E allora, caro Zeno, forse possiamo
incontrarci proprio qui. Tu ci ricordi che è facile sentirsi grandi quando non
si rischia nulla.
Io
aggiungo che è altrettanto facile diventare prigionieri del bisogno di
dimostrare continuamente di esserlo.
Resta
una domanda: “chi ci ha detto che la grandezza, per essere vera, debba
necessariamente lasciare una prova?
Giuseppe Cerullo
