Da Marano al Campania Book Festival: Silvana Fumo presenta "Rosanera e altri fiori", tra dolore, coraggio e rinascita
Il prossimo 3 ottobre, nella suggestiva cornice di
Palazzo Reale a Napoli, nell’ambito del Campania Book Festival, Silvana Fumo
presenterà “Rosanera e altri fiori”, il suo nuovo libro pubblicato da
Rogiosi Editore. Un appuntamento che segna una nuova tappa nel percorso
letterario di una scrittrice napoletana, che abita a Marano da tantissimi anni,
capace di trasformare l’osservazione della realtà in racconto, intrecciando
dimensione personale, impegno sociale e attenzione alle fragilità.
Dopo Racconti Viola, pubblicato nel 2024 da Arteta Edizioni, Fumo torna alla forma breve con sei storie nelle quali le vicende dei personaggi diventano occasione per interrogarsi su violenza, solitudine, autodeterminazione, memoria e possibilità di rinascita. Al centro c’è soprattutto la condizione femminile, raccontata attraverso figure diverse per età, esperienze e destino, ma accomunate dalla necessità di trovare una voce e, talvolta, la forza di ricominciare.
Il titolo stesso contiene una chiave di lettura
importante. "Rosanera è il nome che la nobildonna Caterina La Grua dà alla
protagonista del proprio racconto; i "Muri Rossi” rappresentano invece le
convenzioni sociali, gli stereotipi, le imposizioni e quelle forme di violenza
che possono trasformarsi in gabbie. Il riferimento alle rose nere di Halfeti
diventa così simbolo di ribellione, coraggio, perseveranza e rinascita.
Anche gli altri racconti si muovono lungo questo
confine tra dolore e possibilità: Nadia sopravvive a un tentato femminicidio e
trova la forza di chiedere giustizia; Filomena affida a una dottoressa la
memoria di una vita segnata dal sacrificio e da una violenza domestica un tempo
spesso considerata quasi normale; Maria Catena e Linda, pur senza conoscersi,
vedono le proprie esistenze cambiare; Suleima resta nella memoria di Rodolfo
attraverso il ricordo degli abbracci; Marina è sospesa tra paura, ricatto e il
rischio della diffusione di immagini intime.
Sono storie di finzione, ma attraversate da frammenti
di realtà. Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti della
scrittura di Silvana Fumo: la capacità di partire da un dettaglio, da un
incontro, da una ferita individuale per arrivare a una riflessione più ampia
sull’essere umano e sulla società.
Questo sguardo nasce anche dal suo percorso personale.
Nata a Napoli, impegnata inizialmente nel restauro degli affreschi e poi
laureatasi in logopedia, Fumo ha lavorato a stretto contatto con i bambini e
con le loro fragilità, esperienze che sembrano aver alimentato quella
particolare attenzione all’altro che attraversa la sua produzione letteraria.
La sua formazione e la passione per la scrittura, coltivata anche attraverso i
corsi di Antonella Cilento e G. Calvino, hanno trovato negli anni spazio in concorsi,
antologie e collaborazioni editoriali.
La scrittura, per Fumo, sembra inoltre dialogare
costantemente con il suo impegno civile. La sua partecipazione alle attività de
La Casa dei Diritti - I Cento Passi (lo sportello sociale che opera a Marano, un presidio
attivo di ascolto, tutela e lotta per i diritti fondamentali) e
la sensibilità verso le tematiche ambientali, testimoniata anche dalla
partecipazione ai raduni dei Salandra Lovers, contribuiscono a delineare una
figura di autrice che non separa facilmente la letteratura dalla realtà che la
circonda.
Se in Racconti Viola il colore diventava metafora di
creatività, spiritualità, nostalgia e femminilità, in Rosanera e altri fiori la
metafora si fa più aspra: il nero della rosa non è soltanto oscurità, ma
diventa anche resistenza. Sei racconti per dare voce a chi non può più parlare
e a chi, invece, trova il coraggio di ricominciare.
È da questo intreccio tra letteratura, esperienza e
impegno che parte la nostra conversazione con Silvana Fumo.
L’intervista
Rosanera e altri fiori arriva dopo Racconti Viola.
Cosa è cambiato, in questi anni, nella sua scrittura e nel suo modo di guardare
alle storie che decide di raccontare?
“Partendo da una scrittura prevalentemente
autobiografica mi sono poi sperimentata nell' elaborazione di personaggi e
storie d'invenzione. Questo processo, iniziato in "Racconti Viola",
si è compiutamente realizzato in "Rosanera e altri fiori" dove la
scelta di un tema specifico, complesso e articolato ha richiesto un notevole
impegno per elaborare contenuti di forte impatto emotivo in narrativa, nella
forma del racconto breve”.
Dal viola al nero: due colori molto forti, entrambi presenti nei titoli dei suoi libri. Quanto sono importanti i colori nella sua scrittura e perché questa volta ha scelto proprio la simbologia della rosa nera?
“I colori sono importanti, evocano sensazioni,
stati d'animo, hanno una valenza simbolica potente. A partire dal titolo,
possono stimolare connessioni: la viola o il viola? La rosa o il rosa? Il nome
Rosanera unisce al nome/fiore un secondo colore che rafforza il senso di
mistero o può prefigurare un destino avverso. Un nome che sintetizza la
condizione di molte donne eppure rimanda alla rosa nera di Halfeti, simbolo di
ribellione, resistenza e rinascita”.
Caterina, Nadia, Filomena, Maria Catena, Linda,
Suleima e Marina sono donne molto diverse tra loro. Che cosa le accomuna, al di
là delle loro singole vicende?
“Tutte subiscono pesanti condizionamenti
culturali e sociali, ciascuna donna lo impara nel corso della vita e fa
quotidianamente i conti con pregiudizi e svantaggi. Anche la protagonista più
giovane, Marina, figlia amata e giudiziosa, prossima alla laurea, resta
invischiata da una subdola violenza che fatica a riconoscere, perché turbata
dai sensi di colpa che le derivano dalla sua "buona educazione", e
qui si apre un mondo sull'educazione da proporre ai ragazzi per riconoscere e
prevenire la violenza di genere”.
Nei suoi racconti la violenza di genere non appare
soltanto nella sua forma più evidente, ma anche attraverso il controllo, il
ricatto, la solitudine, gli stereotipi e le convenzioni sociali. Quanto è
importante raccontare anche queste forme più sottili di violenza?
“È importantissimo raccontare proprio le
forme più subdole di prevaricazione sessista, dal linguaggio al gesto,
dall'allusione ai comportamenti, queste sono le "spie" che nel
quotidiano accadono frequentemente”.
Nel racconto di Caterina compaiono i “Muri Rossi”:
muri costruiti dalle convenzioni, dalla morale e dalle leggi dell’onore. Quali
sono, secondo lei, i muri che ancora oggi una donna deve abbattere per
conquistare pienamente la propria autodeterminazione?
“Le donne più consapevoli provano una vita
intera ad abbattere i muri del pregiudizio e della discriminazione. Forse in
una società giovane è possibile sperare in una spinta comune. Nella nostra temo
manchi la capacità di fare squadra. Personalmente con la scrittura e l'impegno
civile sto provando ad allargare i pertugi per aprire finestre, nei muri”.
Molte delle sue storie, pur essendo frutto dell’immaginazione, contengono “frammenti di vita reale”. Da dove nasce l’ispirazione? Da persone incontrate, fatti di cronaca, esperienze personali o soprattutto dall’osservazione della realtà?
“Da tutti gli elementi che lei cita. Ho interagito
con l'Associazione "Frida Kahlo" che ringrazio per il supporto
offerto, ho conosciuto donne vittime di violenza domestica, ho lavorato con
bambini che assistevano a tali violenze e talora la subivano. I fatti di
cronaca sono devastanti, mi chiedo dove possa andare una società
così...fallimentare. Dobbiamo fermarci, riflettere, riscoprire il sollievo di
una carezza, la tenerezza di un abbraccio”.
Nadia sopravvive a un tentato femminicidio e trova la
forza di chiedere giustizia. Quanto è difficile, per una scrittrice, entrare
nella dimensione psicologica di una donna che ha attraversato una simile
esperienza senza trasformare il dolore in semplice cronaca?
“È stato difficile ascoltare un vissuto di violenza
guardando negli occhi la vittima. C'è voluto tempo per metabolizzare certi
contenuti e trasferirli in un racconto compiuto e al tempo stesso
"emotivo"”.
In Rosanera e altri fiori c’è anche il tema della
memoria: Filomena consegna alla dottoressa il racconto della propria vita.
Quanto la memoria può diventare una forma di liberazione?
“Filomena è una donna anziana pacificata
col proprio passato e fa dono delle proprie memorie alla giovane donna di cui
avverte lo smarrimento affettivo. La memoria è carica di tante valenze, può
essere anche un atto liberatorio”.
Il personaggio di Suleima, immigrata clandestina, è
raccontato soprattutto attraverso ciò che lascia nella memoria di Rodolfo.
Perché ha scelto di raccontare una donna che, per molti aspetti, rimane senza
voce?
“Perché ciò che si vede è la classica
punta dell'iceberg. Sono innumerevoli le donne "invisibili", che non
hanno voce, completamente oscurate se non offrissimo loro la possibilità di
emergere magari in uno spazio letterario”.
In alcuni racconti la svolta arriva attraverso un
evento inatteso: un blackout, un incontro, una fuga, una casualità. Crede che
nella vita esista davvero un momento capace di cambiare tutto oppure è il modo
in cui affrontiamo ciò che accade a fare la differenza?
“Possono essere vere entrambe le cose. La
cronaca racconta, o prova a farlo, le storie di chi non ce l'ha fatta. Vi sono
però tante donne che riescono a salvarsi per un insieme di circostanze e per
forme di assistenza un tempo inesistenti. Dobbiamo scrivere di loro altrimenti
tutto sembra ridursi ad una turpe mattanza che toglie forza e coraggio alle
vittime di violenza e addirittura rinforza il perpetuarsi di una mentalità del
terrore”.
Lei ha frequentato i corsi di scrittura di Antonella
Cilento e G. Calvino. Quanto hanno inciso questi incontri sulla sua formazione
di autrice?
“Credo sia molto utile partecipare alle
attività proposte dai professionisti della scrittura, sono state molto
stimolanti per me”.
Il suo impegno non si limita alla scrittura: è attiva
anche sul terreno dei diritti sociali e mostra una particolare sensibilità
verso le tematiche ambientali. Quanto sono connesse, per lei, la scrittura e
l’impegno civile?
“Sono fortemente connesse. Porre la
scrittura al servizio della società è un atto generoso, audace, ma si spera
soprattutto utile”.
In Racconti Viola la sua scrittura spaziava dai
ricordi personali alla natura, dai bambini alle vicende familiari. In Rosanera
e altri fiori il tema della violenza e della rinascita assume invece un peso
centrale. È stata una scelta consapevole quella di affrontare temi così duri? Scrivere di violenza rischia sempre di
lasciare il lettore dentro il dolore. Lei, invece, sembra cercare nei suoi
personaggi anche una possibilità di rinascita. È questo il messaggio che
vorrebbe rimanesse dopo la lettura?
“È una scelta consapevole che nasce dalla
profonda frustrazione di non poter colmare il posto vuoto sulla panchina rossa
perché ciascuna vita è unica e irripetibile. Allora proviamo a trascendere la
cronaca, a raccontare la rinascita e il coraggio affinché non vi siano più
scarpe e panchine rosse”.
Che cosa vorrebbe che il lettore portasse con sé dopo
aver chiuso Rosanera e altri fiori?
“La riflessione e la compassione”.
Il 3 ottobre presenterà il libro al Campania Book
Festival, a Palazzo Reale. Che significato ha per lei presentare proprio a
Napoli un libro così profondamente legato all’osservazione dell’animo umano e,
indirettamente, anche alla realtà sociale del nostro tempo?
“Il Campania Libri Festival edizione dopo edizione sta sempre più affermandosi come evento culturale cardinale per l' editoria e la promozione di nuove voci nel panorama letterario. Il tema del Campania Libri Festival quest' anno è sintetizzato nel bellissimo "Jesce sole": quale migliore augurio che in un vicino futuro, dopo una notte millenaria, possa brillare il sole del rispetto, della comprensione umana e della giustizia sociale”.


