Nel nuovo romanzo di Aldo Salatiello, “Il mistero di Via Molino”, il giallo diventa anche una riflessione sulla mentalità di una comunità e sulle difficoltà di un territorio a liberarsi dai propri retaggi
![]() |
| Via Molino |
È quello che
si manifesta quando il passato continua a condizionare il presente, quando le
relazioni personali diventano più importanti delle regole comuni, quando il “si
è sempre fatto così” diventa una giustificazione e quando la paura di esporsi
prevale sul desiderio di conoscere la verità.
Ma Salatiello
non sembra voler condannare Calvizzano. Al contrario, attraverso Andrea Ferri
sembra rivolgere alla comunità una domanda: è possibile cambiare?
Il
protagonista è infatti un uomo che torna. Torna fisicamente nel paese della sua
infanzia, ma soprattutto torna con uno sguardo diverso. Ha vissuto per
vent’anni a Milano, ha lavorato nel giornalismo, ha imparato a osservare la
realtà con occhi critici. Quando rientra a Calvizzano, quindi, non guarda più
il paese soltanto con gli occhi del ragazzo che lo aveva lasciato. E proprio
questo contrasto è significativo.
Andrea
rappresenta lo sguardo di chi ritorna e scopre che alcuni luoghi sono cambiati,
mentre certe mentalità sembrano essere rimaste immobili. Il vecchio molino, le
fotografie del 2006, le persone che sanno ma non parlano e i documenti nascosti
diventano così metafore di una memoria collettiva che non ha ancora fatto i
conti con il proprio passato. La domanda centrale del romanzo non è quindi
soltanto “chi ha ucciso?” È anche: “perché per vent’anni nessuno ha parlato?” Ed
è una domanda molto più scomoda. Perché individuare un assassino può essere
compito della polizia. Spezzare una cultura del silenzio, invece, è
responsabilità di una comunità. In questo senso Il mistero di Via Molino può
essere letto anche come un romanzo sulla necessità di evolversi. Non tutti sono
uguali, non tutti tacciono e non tutti accettano le vecchie regole non scritte.
Ma una comunità cambia davvero quando la parte più consapevole e più moderna
riesce a diventare maggioranza culturale.
Il messaggio
di Salatiello, dunque, non sembra essere quello di dire che “Calvizzano è un
paese arretrato”. È qualcosa di più sottile e, proprio per questo, più
interessante:
Calvizzano è
un paese che possiede la possibilità di cambiare, ma deve ancora liberarsi
completamente da alcune mentalità del passato. E il giallo, quindi, diventa lo
strumento per raccontare proprio questa contraddizione. Da una parte c’è il
paese reale, con le sue persone, i suoi affetti, i ricordi, le sue bellezze e
una nuova generazione che guarda avanti. Dall’altra c’è un mondo ancora legato
a vecchi silenzi e a verità custodite per convenienza o per paura. Alla fine,
forse, il vero mistero di Via Molino non è soltanto ciò che accadde quella
notte del 2006. Il vero mistero è capire quanto tempo serva a una comunità per
trovare il coraggio di cambiare. Ed è proprio per questo che la frase scelta da
Aldo Salatiello per aprire il libro assume un significato particolare: il
silenzio non appartiene soltanto a chi tace. Quando diventa collettivo, finisce
per coinvolgere tutti. La verità può essere nascosta per vent’anni.
Una
comunità, invece, non dovrebbe nascondersi da sé stessa per sempre.
