Calvizzano, il paese del silenzio: quando una comunità fatica a cambiare

Nel nuovo romanzo di Aldo Salatiello, “Il mistero di Via Molino”, il giallo diventa anche una riflessione sulla mentalità di una comunità e sulle difficoltà di un territorio a liberarsi dai propri retaggi

Via Molino
“Il silenzio di una comunità che conosce la verità è una catena invisibile che lega tutti allo stesso errore”. È una frase che Aldo Salatiello mette in apertura de Il mistero di Via Molino e che, probabilmente, rappresenta molto più di una semplice premessa narrativa. È la chiave di lettura dell’intero romanzo. Dietro l’indagine di Andrea Ferri, dietro l’omicidio di Luigi Neri e dietro i misteri che affondano le loro radici nel 2006, emerge infatti un’altra storia: quella di una comunità che conosce, ricorda, sospetta, ma troppo spesso sceglie di non parlare. Ed è qui che il romanzo assume una dimensione sociale. Calvizzano, nella narrazione di Salatiello, non viene descritta soltanto come il luogo nel quale si svolgono i fatti. Diventa quasi lo specchio di una mentalità che, nonostante il passare degli anni, sembra fare fatica a liberarsi completamente da determinati meccanismi sociali e culturali. Naturalmente, sarebbe sbagliato interpretare il romanzo come un giudizio rivolto a tutti i cittadini. L’autore sembra piuttosto distinguere tra chi contribuisce al cambiamento e chi, invece, rimane ancorato a una mentalità fatta di prudenza, paura, omertà, conoscenze personali e vecchie consuetudini. È proprio questo il punto più interessante. Un paese non cresce soltanto quando cambiano le sue strade, le sue abitazioni o i suoi edifici. Cresce soprattutto quando cambiano le coscienze. Nel romanzo, infatti, il vero ostacolo alle indagini non è soltanto l’assassino. È il silenzio. Un silenzio che attraversa vent’anni e che coinvolge persone diverse, per motivi diversi. C’è chi tace per paura, chi per interesse, chi per proteggere la propria famiglia, chi perché pensa che sia meglio non immischiarsi. Ma il risultato è sempre lo stesso: una verità rimane nascosta. Ed è proprio questa la “catena invisibile” alla quale fa riferimento Salatiello. La riflessione dell’autore diventa allora più ampia e supera i confini della storia criminale. Quanto può incidere sulla crescita sociale di un territorio una mentalità abituata a non vedere, a non parlare e a lasciare che siano sempre gli altri a risolvere i problemi? Il romanzo sembra suggerire che il sottosviluppo di una comunità non sia necessariamente legato soltanto alla dimensione economica o urbanistica. Esiste anche un sottosviluppo culturale, più difficile da riconoscere perché non si vede.

È quello che si manifesta quando il passato continua a condizionare il presente, quando le relazioni personali diventano più importanti delle regole comuni, quando il “si è sempre fatto così” diventa una giustificazione e quando la paura di esporsi prevale sul desiderio di conoscere la verità.

Ma Salatiello non sembra voler condannare Calvizzano. Al contrario, attraverso Andrea Ferri sembra rivolgere alla comunità una domanda: è possibile cambiare?

Il protagonista è infatti un uomo che torna. Torna fisicamente nel paese della sua infanzia, ma soprattutto torna con uno sguardo diverso. Ha vissuto per vent’anni a Milano, ha lavorato nel giornalismo, ha imparato a osservare la realtà con occhi critici. Quando rientra a Calvizzano, quindi, non guarda più il paese soltanto con gli occhi del ragazzo che lo aveva lasciato. E proprio questo contrasto è significativo.

Andrea rappresenta lo sguardo di chi ritorna e scopre che alcuni luoghi sono cambiati, mentre certe mentalità sembrano essere rimaste immobili. Il vecchio molino, le fotografie del 2006, le persone che sanno ma non parlano e i documenti nascosti diventano così metafore di una memoria collettiva che non ha ancora fatto i conti con il proprio passato. La domanda centrale del romanzo non è quindi soltanto “chi ha ucciso?” È anche: “perché per vent’anni nessuno ha parlato?” Ed è una domanda molto più scomoda. Perché individuare un assassino può essere compito della polizia. Spezzare una cultura del silenzio, invece, è responsabilità di una comunità. In questo senso Il mistero di Via Molino può essere letto anche come un romanzo sulla necessità di evolversi. Non tutti sono uguali, non tutti tacciono e non tutti accettano le vecchie regole non scritte. Ma una comunità cambia davvero quando la parte più consapevole e più moderna riesce a diventare maggioranza culturale.

Il messaggio di Salatiello, dunque, non sembra essere quello di dire che “Calvizzano è un paese arretrato”. È qualcosa di più sottile e, proprio per questo, più interessante:

Calvizzano è un paese che possiede la possibilità di cambiare, ma deve ancora liberarsi completamente da alcune mentalità del passato. E il giallo, quindi, diventa lo strumento per raccontare proprio questa contraddizione. Da una parte c’è il paese reale, con le sue persone, i suoi affetti, i ricordi, le sue bellezze e una nuova generazione che guarda avanti. Dall’altra c’è un mondo ancora legato a vecchi silenzi e a verità custodite per convenienza o per paura. Alla fine, forse, il vero mistero di Via Molino non è soltanto ciò che accadde quella notte del 2006. Il vero mistero è capire quanto tempo serva a una comunità per trovare il coraggio di cambiare. Ed è proprio per questo che la frase scelta da Aldo Salatiello per aprire il libro assume un significato particolare: il silenzio non appartiene soltanto a chi tace. Quando diventa collettivo, finisce per coinvolgere tutti. La verità può essere nascosta per vent’anni.

Una comunità, invece, non dovrebbe nascondersi da sé stessa per sempre.

 

 

 

Visualizzazioni della settimana