“Solitudine” di Otello Di Maro conquista il terzo posto all’XI Premio Internazionale “Salvatore Quasimodo”: la voce di una poesia dell’emarginazione
La poesia di Otello ha ricevuto anche una menzione
d’onore e l’inserimento in una silloge
Nel suo ultimo libro/saggio Apocalypse, David Herbert Lawrence afferma di capire l’afflizione di coloro che si lamentano della solitudine perché “hanno smarrito il Cosmo”, hanno perso il contatto con gli elementi fondamentali della vita come il sole, che si è velato, e la luna, che si è offuscata, a causa dell’atrofizzazione delle catene ricettive. L’analisi delle poesie di Otello Di Maro in termini di rilevanza culturale, nonché la diagnosi degli aspetti, oserei dire, morbosi che si sono sviluppati intorno alla sua persona e alla sua scomparsa, sono una sorta di ricerca di questi elementi fondamentali della vita e un rinvigorimento delle catene ricettive.
La poesia di Otello Di Maro, Solitudine, si è classificata al terzo posto dell’XI Premio
Internazionale “Salvatore Quasimodo”, ricevendo anche una menzione d’onore e
l’inserimento in una silloge.
“Ciò che maggiormente urta
dell’ipocrisia
è il suo paradosso”
SOLITUDINE
Nessuno
che ti pensi
in questo
nulla
da
raccontarsi
La prima cosa che colpisce è che tutte le sue liriche sono
introdotte da un’epigrafe, una sorta di suo marchio di fabbrica, e qui nella
frase in esergo, il poeta sottolinea quanto sia circondato dall’ipocrisia e
quanto sia infastidito dal suo paradosso, perché l’ambiente bigotto e ipocrita
da cui è circondato nel disperato tentativo di camuffare il suo vero pensiero
finisce, paradossalmente, per svelarlo. La lirica, composta da quattro versi
piani, è un crescendo metrico dal ternario al quinario, non c’è rima; si basa
totalmente su due sineddoche: “nessuno” e “nulla”, che hanno entrambe valore
non solo negativo, ma soprattutto pessimistico e accentuano il concetto già
espresso nel titolo, Solitudine,
mettendo a nudo la vulnerabilità del poeta; paradossalmente, i due termini
negativo-pessimistici sono seguiti da due verbi dall’accezione positiva nonché attiva,
“pensi” e “raccontarsi”. Il lettore si trova, così, di fronte a una sorta di
antitesi: il vocabolo negativo “nessuno” contro il verbo positivo “pensi”; il
vocabolo negativo “nulla” contro il verbo positivo “raccontarsi": è una
dichiarazione di sconfitta sociale, ma anche un grido d’aiuto, l’uso del
sostantivo positivo in contrapposizione al precedente negativo, sembra quasi
voler aprire le porte alla speranza.
La solitudine non è una persona che trascina la propria ombra
come una pesante catena, che analizza in modo estremamente meticoloso la
passività di questo monotono percorso; no, la solitudine è un fatto culturale
che attraverso ambigui percorsi raggiunge il nobile spirito del poeta e gli
consente di sovrapporre alla sua esperienza, non solo tutte quelle già vissute
dagli altri, ma anche quelle che gli altri non hanno necessità di vivere,
proprio grazie a quella che può essere definita la sua privata agonia. E Otello
Di Maro può essere considerato poeta a tutti gli effetti, un poeta spesso
tragico, dove la personalità autobiografica diventa un modo, una tecnica per
analizzare la realtà, non importa quali saranno le conseguenze, quanto queste
conseguenze influiranno sulla sua vita, quanto saranno o meno accettate dalla
collettività, ciò che conta è che il suo lavoro riesca a raccontare, a spiegare
il suo tempo.
La solitudine, e la tristezza come sua conseguenza, sono temi
ricorrenti nelle liriche di Di Maro, temi che sono visti da varie prospettive.
Nella melodia di questi versi si può sentire il pianto dell’animo del poeta che
si sente soffocato dall’isolamento, il senso di abbandono è racchiuso nel primo
verso “Nessuno” e viene confermato e rafforzato dal verso successivo che è, sì,
positivo, ma che acuisce il senso di emarginazione come séguito del precedente
pronome indefinito. Nella seconda parte della strofa, il pronome indefinito
”nulla”, rafforzato dall’aggettivo dimostrativo “questo”, sottolinea che il
poeta si riferisce all’ambiente in cui vive, che è proprio suo quel “nulla”,
quello che lo ha emarginato, lo ha isolato e non gli permette di inserirsi nel
contesto sociale. Tutto ciò non fa altro che consolidare questo suo senso di
estraneità, di separazione, di diversità e quindi non avendo niente in comune
con la collettività in cui vive, non ci sono argomenti, pensieri, emozioni da
condividere.
Questa solitudine disperata, ma anche orgogliosa è una sorta
di disancoramento dalla società provinciale che lo strangola, non vuole e non
sente di avere niente in comune con chi lo giudica e lo discrimina, vorrebbe
avere la forza di scrollarsi di dosso questi giudici ignoranti, di ampliare le
sue aspirazioni e sente che la sua unica arma di difesa sono i suoi versi, i
suoi scritti, quell’arma di difesa che Joyce, riferendosi a Stephen Dedalus,
definisce «The cold steelpen». Ma la sua penna non aggredisce, la sua penna
trasforma in parole le sue emozioni, la fredda penna d’acciaio non è altro che
un mezzo per affrontare i “dardi di oltraggiosa fortuna” di shakespeariana
memoria e alla fine, non riuscendo più a combatterli, si lascerà trasportare
dal “mare di affanni”.
Patrizia Ubaldi