Quando la politica smette di confrontarsi con le idee e comincia a costruire i personaggi

Il punto di vista del nostro editorialista Giuseppe Cerullo

Dopo la pausa agostana, avremmo dovuto riprendere le pubblicazioni domani, sabato 29 agosto, con la consueta rubrica “I sabati di cultura”. Le vicissitudini di questi ultimi giorni, sul piano locale e nazionale, ci spingono però ad anticipare di un giorno il ritorno alla riflessione e al confronto. Perché, a volte, è la cronaca stessa a suggerire quando è il momento di tornare a scrivere.

L’editoriale

Il 5 agosto scrivemmo del paradosso della politica: quando gli avversari ti rendono più forte. L'idea era semplice: quando una persona diventa il bersaglio principale di critiche e attacchi, gli avversari possono finire involontariamente per accreditarla. Se la si considera irrilevante, infatti, difficilmente si sente la necessità di occuparsene così tanto. Dopo questi ultimi giorni, forse vale la pena fare un passo in avanti. Perché esiste una differenza sostanziale tra contestare un avversario politico e costruirne un personaggio. Nel primo caso si fa politica. Nel secondo si rischia di spostare il confronto su un altro terreno. Un avversario può essere criticato per le sue idee, per le sue scelte, per le sue dichiarazioni, per le sue capacità amministrative e per i risultati ottenuti. Se si ritiene sbagliata una posizione sull'acqua pubblica, sul diritto alla casa, sul diritto allo studio, sulla protezione del verde o sulle politiche sociali, la si può contestare. Si possono portare argomenti, numeri e proposte alternative. Questo dovrebbe essere il confronto politico. Diverso è quando, invece delle idee, diventano protagonisti il carattere, le amicizie, le vecchie candidature, le frequentazioni, i rapporti personali e gli episodi del passato. A quel punto non si sta più cercando di dimostrare che una proposta è sbagliata. Si sta cercando di dimostrare che la persona che la propone è sbagliata. Ed è una differenza tutt'altro che marginale. Perché un politico può avere idee discutibili, programmi irrealizzabili o capacità amministrative insufficienti. Tutto questo può e deve essere sottoposto al giudizio degli elettori. Ma se per contestarlo bisogna costruirgli intorno un personaggio, forse si sta rinunciando alla parte più difficile della politica: confrontarsi con ciò che rappresenta. Chi da anni si occupa di associazionismo e di battaglie civiche ha costruito una precisa identità politica. La si può condividere oppure combattere. Ma proprio per questo dovrebbe essere il merito di quelle battaglie a finire al centro del confronto. Se si ritiene sbagliata una proposta, la si contesti. Se la si ritiene demagogica, lo si dimostri. Se si ritiene che chi la sostiene non abbia le capacità per amministrare, si mettano a confronto competenze, programmi e risultati. È più difficile, ma è anche più serio. Perché un avversario politico si sconfigge dimostrando che le sue idee sono sbagliate, non che il suo carattere è sgradevole. E c'è anche un altro rischio. Quando si personalizza troppo lo scontro, si finisce per concedere all'avversario proprio ciò che si vorrebbe sottrargli: centralità. Gli si offre una tribuna, lo si trasforma nel protagonista del dibattito e, soprattutto, si comunica agli elettori che quella persona rappresenta un ostacolo abbastanza importante da dover essere demolito prima ancora che sconfitto nelle urne. È il paradosso dal quale eravamo partiti. La politica dovrebbe mettere in competizione idee diverse di città. Non costruire caricature diverse degli avversari. Alla fine saranno comunque gli elettori a decidere. E forse la forma più autentica di rispetto politico che si possa riconoscere a un avversario è proprio questa: prenderlo sul serio abbastanza da combatterne le idee, senza avere bisogno di combatterne il personaggio.

Giuseppe Cerullo

 

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