Il punto di vista del nostro editorialista Giuseppe Cerullo
Durante la Resistenza uomini e donne provenienti da
culture politiche profondamente diverse seppero, in una situazione storica
eccezionale, mettere da parte i propri steccati ideologici. Comunisti,
socialisti, azionisti, cattolici, repubblicani, liberali. Non avevano smesso di
essere diversi. Avevano semplicemente compreso che esistevano momenti nei quali
ciò che unisce può diventare più importante di ciò che divide.
Naturalmente Marano non vive nulla di paragonabile a
quella stagione. E sarebbe persino grottesco utilizzare categorie come fascismo
o totalitarismo per descrivere la politica di un Comune. Ma una riflessione,
forse, può essere fatta.
La città è ancora affidata a una gestione
commissariale e le prossime elezioni appartengono al futuro. Proprio per questo
sarebbe utile interrogarsi non soltanto su chi potrebbe amministrare Marano, ma
anche su come dovrebbe essere amministrata.
Perché una cosa è scegliere una persona alla quale
affidare il governo della città. Un’altra è costruire, intorno a quella
persona, un sistema nel quale le decisioni e gli equilibri politici finiscano
per dipendere eccessivamente dalla capacità di una singola leadership di
orientare il consenso.
È uno scenario che oggi non esiste e che,
naturalmente, nessuno può prevedere. Ma la politica dovrebbe avere anche la
capacità di interrogarsi sui possibili rischi prima che si presentino.
Una leadership forte può essere una risorsa. Una
leadership priva di adeguati contrappesi, invece, può diventare nel tempo un
elemento di squilibrio.
E i contrappesi non servono soltanto quando governa
qualcuno che non ci piace. Servono soprattutto quando governa qualcuno che
abbiamo votato.
Il rischio, in quel caso, non riguarda soltanto gli
avversari. Riguarda anche gli alleati.
Un sindaco dovrebbe avere una maggioranza capace di
discutere, non un sistema politico fondato sulla fedeltà personale. Dovrebbe
avere assessori capaci di esprimere posizioni autonome, consiglieri liberi di
dissentire e un presidente del Consiglio comunale pienamente consapevole del
proprio ruolo istituzionale e della necessaria autonomia che esso comporta.
Perché il vero banco di prova di una leadership non è
quanto riesca a farsi seguire quando tutti sono d’accordo. È quanto sappia
tollerare, e persino valorizzare, qualcuno che le dica di no.
Sono principi talmente semplici da sembrare quasi
banali. Eppure le democrazie, quando smettono di considerarli importanti,
rischiano di accorgersi della loro utilità soltanto quando recuperare gli
equilibri diventa più difficile.
Anche per questo sarebbe auspicabile che, nella
prossima competizione elettorale, le diverse culture politiche maranesi
riuscissero a superare almeno alcuni dei propri steccati. Non per costruire una
coalizione indistinta. Non per votare tutti lo stesso programma. Ma per
condividere alcune regole del gioco.
Tra queste dovrebbe esserci una convinzione
elementare: nessun sindaco dovrebbe essere più forte delle istituzioni che
rappresenta.
Perché una città non ha bisogno soltanto di un buon
sindaco. Ha bisogno di un buon Consiglio comunale, di una maggioranza capace di
discutere, di un’opposizione libera e di una classe dirigente capace di
distinguere il consenso democratico dalla semplice adesione alle decisioni di
chi governa.
Gli anticorpi, del resto, si costruiscono
prima della malattia.
E forse la prossima sfida di Marano sarà proprio
questa: scegliere non soltanto chi dovrà governarla, ma quale equilibrio di
poteri vorrà avere la città quando finalmente tornerà ad essere governata dai
suoi cittadini.
Perché il problema non sarà mai quanto sarà forte il
prossimo sindaco.
La vera domanda sarà se, intorno a lui, resteranno
abbastanza istituzioni e abbastanza persone libere da poter dire, quando sarà
necessario:
«No, questa volta non sono d’accordo».
Giuseppe Cerullo
