Marano, il 1° settembre la Festa dello Sbarco di San Castrese

Nella parrocchia San Castrese l’avvio del nuovo Anno Pastorale. Alle 18 la celebrazione, alle 18.30 la commemorazione dello Sbarco sulle rive del Volturno.

                                                          

Martedì 1° settembre, nella parrocchia San Castrese di Marano, la comunità si ritroverà per celebrare l’inizio del nuovo Anno Pastorale, rinnovando al tempo stesso il ricordo della tradizionale ricorrenza legata allo Sbarco del Santo sulle rive del Volturno. Il programma della giornata prenderà il via alle ore 18, con la celebrazione per l’avvio del nuovo Anno Pastorale. A seguire, alle ore 18.30, è prevista la commemorazione dello Sbarco di San Castrese, momento centrale della giornata e occasione per rinnovare la devozione e il legame della comunità con una tradizione profondamente radicata nel territorio. Un appuntamento che unisce fede, memoria e identità comunitaria e che, anche quest’anno, vedrà la partecipazione dei fedeli e della comunità parrocchiale.

Ecco il programma degli appuntamenti:

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I maranesi conoscevano molto bene Castrese a causa degli scambi commerciali che c'erano tra Marano e Sessa, così alla morte di Castrese i maranesi chiesero alla città di Sessa Aurunca una reliquia del vescovo e gli fu concesso il braccio. Questo è ancora conservato all'interno della statua di san Castrese, mentre la sua tomba non fu mai ritrovata (fonte Wikipedia)

Il Culto per San Castrese e la leggenda del Santo (dal libro del giornalista e  scrittore Enzo Savanelli sulla storia e le tradizioni di Marano)

Reliquia del santo
Il protettore di Marano è San Castrese. Il suo culto è anteriore al 942, data in cui, per la prima volta, un documento pervenutoci cita la chiesa di S. Castrese facendo, ovviamente, già supporre una devozione nei suoi riguardi. Per secoli si festeggiava nella prima domenica dopo Pentecoste. A partire dal 1933 il cardinale Ascalesi e Mimmì dopo, allorché provvidero a una riforma del culto da tributare ai santi venerati nele parrocchie della diocesi, stabilirono che si dovesse spostare al giorno della morte che capita l’11 febbraio.

Per pura coincidenza noto, però, che già il Comune di Marano nel 1927 aveva elargito una sovvenzione per tale festa avvenuta quell’anno nel mese di febbraio e non dopo Pentecoste come per gli anni precedenti. Evidentemente per non accavallare la festività in onore di San Castrese con quella della Madonna di Vallesana che si celebra il lunedì in Albis ed il martedì dopo Pasqua, Marano si era già avviata autonomamente sulla via della riforma.

La leggenda del Santo

La leggenda del santo ce la racconta egregiamente il dottor Domenico Mallardo (San Castrese Vescovo e martire, Napoli 1957).

Al tempo delle persecuzioni Vandaliche c’è un ordine dato a tutti i cristiani di entrare nella milizia. Essi si rifiutano Si tenta di convincerli.

Poiché non si riesce, la persecuzione si allarga e si fa più aspra. Poi si cambia tattica. Si finge di volersi legare in calda amicizia con i religiosi affinché i più semplici possano abboccare all’amo e piegarsi. A quarto anno i persecutori passano alla guerra aperta contro tutti; contro quelli che avevano cercato di adescare e contro i semplici. E allora da ciascuna provincia si fanno trascinare, incatenati, alcuni vescovi tra i quali Castrese.

Vengono gettati in carcere in attesa che si stabilisca cosa farsene. Rinchiusi nella prigione, appare loro un angelo e preannuncia che saranno buttati in mare, ma che giungeranno in luoghi che essi evangelizzeranno. Esultanti, i santi attendono il compimento della loro sorte. S. Castrese si riveste della sua stola. Uno dei carcerieri lo prende e lo trascina, ma gli si inaridiscono le braccia e solo per intercessione del santo ne recupera l’uso. Ciò non impedisce che un tale Aristodemo proponga che si prenda una vecchia nave , sfasciata e senza vele, putrefatta dallo sterco degli uccelli, e vi si buttino dentro, a schiere, i cristiani.

Poi, con enfasi schernitrice si invitano anche i Vescovi a montarvi su. Castrese, vessillifero, avrà il comando di poppa. A prua Tammaro. Ma perché non si vuole che la vecchia nave affondi lì, presso il lido, la turba innumerevole di fedeli viene prima condotta in alto mare da una gran moltitudine di navi, e poi viene spinta sulla vecchia nave sdrucita che portava il carico dei 12 Vescovi africani. Ed ecco il prodigio: la nave che i persecutori attendevano di vedere colare a picco, fila diritta e sicura sulle onde, e giunge ai lidi della Campania. Qui ciascuno, sotto la guida dell’angelo, si reca nel luogo a lui assegnato da Cristo. San Castrese si reca a Sessa, ove pur acclamato dal popolo, si stabilisce in una piccola dimora fuori le mura della città.

Intanto quel tale che aveva fatto la proposta di gettare a mare i vescovi su una nave destinata ad affondare, divenuto per castigo rattrappito e gobbo, mentre la moglie Beatrice è duramente tormentata da malattia emorroidale, viene a cercare Castrese sul litorale Campano ed è da questi guarito assieme alla moglie lontana. Comincia qui una serie di miracoli del santo. Le bestie che avevano condotto il neomiracolato presso S. Castrese, mangiando un mucchio di fieno del Santo muoiono. S. Castrese le fa resuscitare. In seguito il demonio invade un poveretto nel paese abitato dal santo e l’ossesso invoca al santo il suo aiuto e questi gli ordina di uscire dall’ossesso e di andare nel profondo dell’abisso. Il demonio obbedisce, ma incontra una nave carica di mercanzie e cerca di sommergerla. Spaventati, i naviganti domandano soccorso a Dio ed ecco apparire loro S. Castrese che impone al demonio di andare negli abissi dell’inferno. Così la nave è salva. Infine il Santo, sapendosi prossimo a morire, raccoglie i fratelli, annuncia la sua prossima fine, li esorta alla speranza del premio eterno, e rivela che di lì a tre giorni entrerà nel gaudio perenne. Spuntato il terzo giorno, celebra i divini misteri ed all’improvviso lo irraggia una luce così fulgida che a stento riescono a discernere la sua persona. Poi la luce si dilegua e, al cospetto di tutti, terminata la Santa Messa, San Castrese si adagia nel suo sepolcro e rende l’anima a Dio. Morì l’11 febbraio.  

Nella leggenda di San Castrese di origine medioevale fu fatta una enorme interpolazione di più svariati miracoli quali, ad esempio, l’aver fermato la peste che sotto forma di vecchietta s’era fatta accompagnare a Marano. Il santo dall’alto bloccò il carro alle porte del paese.

Quest’ultima parte della leggenda ha un fondamento storico laddove fa cenno alla peste che arrivava su un carretto. Al tempo della grande peste del 1656, infatti, era talmente elevato il numero delle persone che quotidianamente moriva a Napoli che fu ordinato di far venire tutti i carretti liberi dei Comuni vicini per trasportare i morti ai luoghi di sepoltura. Questi carretti tornando ai loro Comuni di origine, propagarono, purtroppo, la peste anche in casa loro.

In ogni caso questa è una leggenda e “guai a dirgli che San Castrese non è un Vescovo Africano, che non subì alcuna persecuzione e, quindi, non approdò in Campania. Se insisti su ciò potresti essere tacciato di incredulità. Ma dite vi hanno mai raccontato la leggenda in cui allontanò la peste? Leggenda? Che dite? Anche voi dite che non è vero il fatto ormai storico? E chi di noi non si dimenticherà l’atto energico del nostro patrono allorché ingiunse ad un carrettiere che se la prendeva con i cavalli che non volevano più proseguire, di far scendere la brutta vecchia appestata? Non appena quella vecchiaccia scese, subito i cavalli correndo arrivarono all’imboccatura del paese e si fermarono davanti a un pino sì, quello che stava fino a pochi anni fa e fu abbattuto dai tedeschi in fuga! Lì era ad attendere San Castrese che, fermato il carrettiere, lo pregò di condurlo nella sua casa sul cucuzzolo del paese donde iniziò a costruire la nostra grande chiesa”.

Nel libro VIII dei battezzati, alla pag. 114 e seguenti si legge che nel 1693 la protezione di San Castrese valse a salvare il paese dai disastri di un terremoto e dalla siccità che aveva fatto prosciugare sia i pozzi che le sorgenti fino a Quarto. Il giorno 25 ottobre di quell’anno fu fatta una solenne processione con la statua del santo alla quale aderirono tutti i cittadini compreso il clero, i francescani e gli agostiniani. Al termine della processione vi fu un immenso acquazzone (quasi una tempesta) che essendo stato tanto atteso, portò immensa allegria in paese. (la descrizione di tale episodio fu redatta il 28 ottobre 1693 da don Aniello Scaya).

 Foto di Angelo Marra, artista maranese e maestro della fotografia     

 




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